Cultura

Un delitto pieno di sentimenti ingarbugliati nel torrido luglio del 1934

A farsene carico il commissario Ricciardi. “E potrebbe essere la sua ultima volta”, si è lasciato scappare Maurizio de Giovanni. Ma senza troppa convinzione…


29/07/2019

di Massimo Mistero


La maggior parte dei lettori lo conoscono semplicemente come il commissario Ricciardi, in scena negli anni Trenta in una Napoli che è un tripudio di bar accoglienti, di sfogliatelle e di caffè fumanti, che per certi versi hanno un loro “valore terapeutico”, in quanto punto di incontro per chiacchierare, spettegolare e magari anche litigare per poi fare la pace. In realtà a dare un contesto nobiliare a questo personaggio ci ha pensato Paolo Mieli, definendolo il “celebre commissario Luigi Alfredo Ricciardi di Malomonte”. Una figura che, nelle sue indagini venate di mistero, ha intrigato, conquistato e anche commosso una vasta platea di lettori. 
Di chi si tratta ne abbiano già parlato: di un poliziotto dalla personalità complessa, compassionevole quanto basta, alle prese con una città “miserabile ma di grande dignità, dolorosa ma forte al tempo stesso”. Un uomo che adora la pizza fritta (ha un tavolino riservato nello storico locale Gambinus), che ama frequentare sia i quartieri ricchi che quelli popolari, che sa ovviamente farsi carico dei contrasti e dei conflitti della sua Napoli (per la cronaca, quattro associazioni organizzano tour nei luoghi dove è ambientata questa serie, nello stile di quanto succede in quelli siciliani frequentati dal commissario Montalbano di Andrea Camilleri).  
Un numero uno che il suo autore, da bravo pastore delle parole come abbiamo avuto modo di etichettarlo, ha rimesso in scena per la quattordicesima volta in Il pianto dell’alba. Ultima ombra per il commissario Ricciardi (Einaudi Stile libero, pagg. 264, euro 19,00). E potrebbe essere davvero l’ultima, come da titolo e come peraltro lascia intendere lo stesso de Giovanni quando parla di “fine del cammino” e del “dolore di non riuscire a cambiare la storia che vede”. Ma un conto è la voglia di voltare pagina, un conto è doversi confrontare con la delusione e le recriminazioni che potrebbero attanagliare i lettori. Insomma, meglio prenderla alla larga visto che non si sa mai. 
E di questo se ne era reso conto un altro maestro del poliziesco italiano, Loriano Macchiavelli, quando negli anni Ottanta decise di far fuori con una P38, che allora andava drammaticamente di moda, il suo Sarti Antonio sergente, per poi farlo resuscitare a furor di popolo (ricordiamo che è tornato da poco sugli scaffali anche nel romanzo Delitti senza castigo) con una scusa andata a buon fine. Al suo attendente Rosas che gli aveva chiesto: “Ma tu non eri morto?”, il nostro gli aveva infatti risposto che era una lunga storia e che un giorno gliela avrebbe raccontata. Fortuna volle che i supporter del gastritico poliziotto bolognese, immortalato sugli schermi televisivi dal bravo Gianni Cavina, non avrebbe preteso ulteriori spiegazioni. Anche se in verità una buona scusa “Macchia”, come ama chiamarlo la moglie Franca, se l’era già preparata e, per ogni evenienza, la tiene in caldo. 
Ma torniamo al dunque. Ovvero alla note relative a Il pianto dell’alba. “Tutto il dolore del mondo: è questo ciò che la vita ha riservato a Ricciardi. Almeno sino a un anno fa. Poi, a dispetto del buonsenso e delle paure, un pezzo di felicità lo ha preso al volo pure lui. Solo che il destino non prevede sconti per chi è condannato dalla nascita a dare compassione ricevendo in cambio sofferenza, e non è dunque su un omicidio qualsiasi che il commissario si trova a indagare nel torrido luglio del 1934. Il morto? È l’uomo che per poco non gli ha tolto la speranza di un futuro; il principale sospettato? Una donna che lo ha desiderato, e lo desidera ancora, con passione inesauribile. Così, prima di scoprire in modo definitivo se davanti a sé, ad attenderlo, c’è una notte perenne o se ogni giorno arriverà l’alba con le sue promesse, deve ancora una volta, più che mai, affrontare il male. E tentare di ricomporre, per quanto è possibile, ciò che altri hanno spezzato”. 
Che dire: un’altra prova d’autore per il prolifico de Giovanni, sorretta da una trama ben orchestrata, dialoghi oliati a dovere, personaggi dipinti anche a tinte forti e che appunto per questo non mancano di lasciare il segno. Così, oltre al commissario Ricciardi dagli occhi verdi, incontriamo anche Nelide, la signora Livia amica della figlia del Duce, la contessa Bianca. E poi Modo, Maione, il cavalier Giulio Colombo, Achille Pevani, Rosa… Il tutto a fronte di una scrittura, ma non è una novità, che si gusta che è un piacere. 
Per la cronaca Maurizio de Giovanni è nato a Napoli il 31 marzo 1958, città dove peraltro vive, lavora e che rappresenta la sua “inesauribile fonte di ispirazione”. Lui che si propone come un autore di caratura internazionale, tradotto in una ventina di Paesi; lui che ha fatto incetta di riconoscimenti, come il Premio Viareggio, il Premio Camaiore e il Premio Scerbanenco; lui che aveva debuttato nel 2005 facendo suo un concorso indetto da Porsche Italia riservato a scrittori emergenti; lui che in quel periodo aveva dato voce a un racconto ambientato nella Napoli degli anni Trenta intitolato I vivi e i morti, che nel 2006 sarebbe stato alla base del romanzo Le lacrime del pagliaccio, riproposto l’anno successivo sotto il titolo Il senso del dolore. Il protagonista? Guarda caso l’azzeccato commissario Ricciardi, messo in scena negli anni fra le due guerre, quelli del fascismo. 
Ma per la Napoli del commissario Ricciardi - come abbiamo già avuto modo di sottolineare - “la roboante esperienza mussoliniana risulta del tutto marginale. La città che viene fuori da queste pennellate narrative è quella - per niente retorica - dei vicoli dove i bambini nudi e scalzi si fermano per far pipì vicino ai pali della luce, proprio come fanno i cani; dove la difterite miete un numero altissimo di vittime…”. 
E ancora: lui che sin da ragazzo amava “la letteratura popolare, con un debole dichiarato per la fanta-archeologia di Peter Kolosimo, Philip Dick e Isaac Asimov”. Fermo restando il ricordo del primo libro letto: “Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas, un romanzo impregnato di vendetta e sofferenza che avevo preso dalla libreria di papà. E mi catturò talmente che il solo pensiero di arrivare alla fine mi intristiva. In effetti fu una buona scelta, in quanto ancora oggi mi capita di rileggerlo e di scoprirne nuove, inaspettate angolature”. 
Lui che, da buon napoletano, qualche scaramantica mania se la porta al seguito. Come quella di un fermacarte (la cui immagine - carta canta - ci è stata inviata via WhatsApp) che risale al primo conflitto mondiale, nel senso che è stato realizzato (“Così mi è stato raccontato”) utilizzando il metallo di una scheggia che aveva sfiorato suo nonno mentre era in guerra. Un oggetto che, a suo dire, rappresenta un simbolo di pericolo e di salvezza al tempo stesso. “Così non manco di accarezzarlo e coccolarlo quando sono in cerca di ispirazione”. 
Lui che per non farsi mancare nulla ha scritto anche opere teatrali e ha fatto strage di lettori, soprattutto sotto il Vesuvio, con le sue dissertazioni sul calcio (“L’unico tifo che concepisco è quello a favore. Del Napoli, naturalmente”), una “malattia” che lo ha portato a scrivere, fra l’altro, Juve-Napoli 1-3. La presa di Torino, Ti racconto il 10 maggio, Miracolo a Torino. Juve-Napoli 2-3, Storie azzurre e Il resto della settimana. Per non parlare dei suoi implacabili polizieschi, a partire dalla serie dedicata a I Bastardi di Pizzofalcone, una squadra investigativa in azione a Napoli e travasata con altrettanto successo sul piccolo schermo, in una doppia stagione, per l’interpretazione di Alessandro Gassmann e Carolina Crescentini.

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