Cultura

Un curioso e insolito viaggio alla scoperta del legame tra Parma, le cure officinali e quelle farmaceutiche


30/11/2020

di Valentina Zirpoli


Edificio dell’Orto Botanico di Parma, Fico Creative Studio, 2020

l titolo di “Parma Capitale Italiana della Cultura” è stato confermato anche per il 2021 in virtù della proroga accolta dal Governo con il Decreto Rilancio dopo la richiesta avanzata dalla città emiliana insieme alla Regione Emilia-Romagna, Piacenza e Reggio Emilia. 
In quest’ambito è nato il progetto L’Arte della Cura (www.artedellacura.com). 
Si tratta di un racconto storico-culturale alla scoperta di alcuni dei luoghi simbolo del legame tra Parma e il mondo delle cure officinali e della salute. 
Questo spin-off è correlato al macro-progetto Pharmacopea (www.pharmacopeaparma.it) per celebrare “Parma Capitale Italiana della Cultura” tramite un viaggio di riscoperta dell’identità chimico-farmaceutica della città. 
Andiamo dunque alla scoperta di questi antichi luoghi. 
D’altra parte il legame fra chimica farmaceutica e natura esiste da sempre e, ancora oggi, la gran parte delle terapie deriva proprio dalla rielaborazione di sostanze o principi attivi prodotti dalle piante.

Antica Farmacia San Filippo Neri e Oratorio San Tiburzio


L’Antica Farmacia di San Filippo Neri a Parma, Fico Creative Studio, 2020

Secondo la tradizione, l’Oratorio di San Tiburzio venne realizzato a Parma nel luogo in cui nel V secolo era stata edificata la prima chiesa cristiana della città, intitolata a Maria Santissima, al posto di un antico tempio pagano dedicato a Marte o a Giunone. 
Venne edificata nel 1722 dall'architetto Adalberto Dalla Nave e poi completata dall'architetto Pancrazio Soncini un secolo e mezzo più tardi. 
Nel 1230 la Chiesa divenne parrocchia, poi entrò a far parte dei beni del monastero benedettino di San Giovanni Evangelista e quindi passò alle monache Convertite Francescane, che la dedicarono a San Tiburzio. 
Nel 1805 Napoleone Bonaparte confiscò l'oratorio e l'adiacente convento, che venne sconsacrato e venduto fino a divenire l’officina di un maniscalco. Poi, nel 1875, San Tiburzio venne acquistato dalla Congregazione di Carità, nata a inizio Cinquecento dedita nei secoli alla cura di persone bisognose a Parma.


L’Oratorio di San Tiburzio

Attigua all’Oratorio di San Tiburzio sorge l’Antica Farmacia San Filippo Neri, che racconta il percorso storico che ha portato dal concetto di antico speziale a quello di moderno farmacista: una professione fatta di empirismo, esperienza e “segreti” trasformatasi poi in una scienza complessa e strutturata. 
L’Archivio di Carità, che sorge al piano superiore della struttura, conserva una mole impressionante di carte e documenti inediti, utilissimi per ricostruire una vicenda sorprendente che parla di prodotti regalati ai poveri, di ricette elaborate senza sostanze preziose e della nascita del primo ed efficientissimo servizio sanitario territoriale cittadino.

L’Orto Botanico


Orto Botanico di Parma, Fico Creative Studio, 2020

L'Orto Botanico di Parma, attualmente gestito dall'Università degli Studi di Parma, fu creato nel 1630 da Enrico Velario di Brabantia per volontà del duca Ranuccio I Farnese, originariamente conosciuto come Giardino dei Semplici. Costituisce di fatto la radice per lo sviluppo della moderna farmacopea che si pone tra magia, osservazione della natura e scienza. 
Nel 1768 il primo ministro Guillaume du Tillot riformò l'ordinamento dell'Università, richiamando a Parma l'abate Giambattista Guatteri, che, in qualità di titolare della cattedra di Botanica, nel 1770 rifondò il giardino, detto da allora "Orto Botanico", spostandolo nell'attuale collocazione, occupata in precedenza da una tintoria e dai terreni ad essa connessi. Nel 1777 iniziò la ricostruzione dei vecchi capannoni, che furono trasformati in serre neoclassiche dall'architetto di Corte Ennemond Alexandre Petitot; i lavori terminarono nel 1793. 
Esteso su 11mila metri quadrati nel centro storico della città, presenta una parte centrale concepita sull’impostazione del giardino all’italiana e altre due parti occupate dall’Arboreto e da un’area che richiama la moda inglese. 
Piante officinali, insettivore e succulente costituiscono, insieme alla collezione di viole spontanee che comprende la famosa Violetta di Parma, il cuore di un autentico tesoro in vivo che si pone l’obiettivo di custodire la biodiversità locale e raccontare le relazioni antiche e moderne tra uomini e piante. L'albero più significativo dell'intero Orto Botanico è un maestoso esemplare di ginkgo biloba, piantato alla fine del XVIII secolo nei pressi dell'ingresso.

L’Antica Spezieria del Monastero Benedettino di San Giovanni


Il complesso monastico di San Giovanni Evangelista a Parma

L'Abbazia di San Giovanni Evangelista è un vasto complesso benedettino del centro storico di Parma, che comprende la chiesa, il monastero e l'antica spezieria. 
Costruita nel 980 dal vescovo Sigefredo II su un precedente oratorio intitolato a San Colombano, l'Abbazia venne affidata al primo abate Giovanni, canonico del Capitolo della Cattedrale di Parma. Nel 1477 l'intero complesso venne danneggiato da un incendio, quindi ricostruito a partire dal 1490 circa, con un progetto definitivo nel 1510 a opera di Bernardino Zaccagni. 
All’interno dell’Abbazia sorge l'Antica Spezieria di San Giovanni, creata dai monaci benedettini (forse in origine a loro uso esclusivo) a partire dal 1201. 
Verso la fine del XV secolo la farmacia fu riorganizzata dai frati, che la dotarono anche di un nuovo arredo, in parte ancora esistente. Tuttavia, nel 1766 le leggi promulgate dal primo ministro ducale Guillaume du Tillot costrinsero i monaci a laicizzare la spezieria, che ristrutturarono secondo l'attuale disposizione: murarono la porta di comunicazione con il convento, lasciando solo una piccola finestra per il passaggio dei farmaci destinati ai frati, e aprirono un nuovo ingresso per il pubblico verso l'esterno, sul lato occidentale del monastero; e assegnarono ad uno speziale esterno la gestione dei locali, che fu tramandata all'interno della famiglia Gardoni fino al 1881. 
Nel 1896 gli ambienti furono acquistati dal Demanio, che li mantenne chiusi fino al 1951, quando ne decise la riapertura quale museo, con l'esposizione delle antiche collezioni di oggetti destinati all'attività speziale, tra cui 250 vasi e attrezzi in vetro, alcuni mortai e numerosi volumi di botanica. 
Delle otto originarie, oggi rimangono quattro sale in stile manierista: la Sala del Fuoco, dove si possono ammirare i banchi per la vendita, le bilance ottocentesche e una serie di piccoli pesi; la Sala dei Mortai, dominata da affreschi e fregi tesi a glorificare la scienza medica e disseminata di vasi in maiolica o porcellana e di strumenti indispensabili agli antichi farmacisti per la triturazione e la macinazione delle erbe; la Sala delle Sirene e la Sala del Pozzo o degli Alambicchi, luogo deputato alla conservazione di documenti sul tema della medicina e della farmacopea. Sono però gli alambicchi e le bottiglie in vetro di un piccolo laboratorio a suggerire l’attività di produzione dei medicamenti svolta dalla spezieria del monastero.


L’Arte della Cura è uno spin-off del Gruppo Chiesi Farmaceutici ed è correlato al macro-progetto Pharmacopea lanciato insieme a Davines, azienda leader nel campo della cosmetica.


Laboratori di ricerca Chiesi

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