Di Giallo in Giallo

Un “cold case” a ridosso del Po. Con tanta nebbia e troppi misteri

Torna Valerio Varesi sbarcando vincente nella collana “Il Giallo Mondadori”. A fargli compagnia la genialità di Piero Colaprico e quella di Joe R. Lansdale


17/02/2020

di Mauro Castelli


Dobbiamo ammettere che la rinnovata collana de Il Giallo Mondadori sta viaggiando a tutto regime, arricchendosi mese dopo mese di intriganti novità italiane nonché di consolidate conferme estere. A fronte di una storia lunga più di novant’anni: fu infatti nel 1929 che Arnoldo Mondadori (ribattezzato l’incantabiss, l’incantatore di serpenti) e Lorenzo Montano decisero di avviare in Italia una collana, I libri gialli (più nota anche come I Gialli Mondadori), debuttando con La strana morte del signor Benson. Un romanzo seguìto nel giro di un paio di mesi da altri sedici, a fronte di un venduto di circa trecentomila copie. 
Una collana dal robusto impatto che si identificava, e tuttora si identifica, nel colore caratteristico delle copertine, quelle stesse - repetita iuvant - che si era inventato Joseph Abbey. A fronte di un colore che sarebbe stato all’origine del termine giallo nella lingua italiana. Giallo, si diceva, un termine tipicamente nostrano in quanto in Francia l’espressione più diffusa è roman policier, mentre in Germania è definito indifferentemente Detektivliteratur o Kriminalroman. Per contro, nel mondo anglosassone, si parla di detective novel oppure di thriller
L’abbiamo presa alla larga per arrivare alle ultime tre proposte della casa di Segrate, legate a tre penne (due italiane e una a stelle e strisce) che si sono conquistate una buona fetta di popolarità: ovvero quelle di Valerio Varesi con il suo collaudato commissario Soneri, di Piero Colaprico e il suo ispettore Bagni nonché di Joe R. Lansdale, pronto a dirsi lusingato per essere entrato a far parte, “con questo suo libriccino” del 2013, della “prestigiosa collana dalla costa gialla. Tanto più che dopo il mio - tiene a precisare - l’Italia è il Paese dove i miei libri sono più noti”. 


Ma andiamo con ordine. In prima battuta proponiamo l’ultimo lavoro firmato da Valerio Varesi, uno dei più amati scrittori italiani, sugli scaffali con Gli invisibili (pagg. 362, euro 16,00), dove rimette in pista per la quindicesima volta il commissario Soneri della questura di Parma, portato agli onori della copertina dalla serie televisiva Notti e Nebbie interpretata da Luca Barbareschi. Un personaggio che ha fatto proseliti anche in Gran Bretagna, Germania, Spagna, Olanda, Turchia, Polonia e Francia. Di fatto l’intrigante poliziotto grazie al quale l’autore - che Le Figaro ha etichettato come il Simenon italiano - si è portato a casa, fra gli altri, il Premio del Centenario Scerbanenco. 
In questa nuova storia Soneri si trova alle prese con un cold case che lo riporta a confrontarsi con il suo terreno narrativo preferito: quello legato al fiume Po, dalle cui acque più di tre anni prima era stato ripescato un cadavere (E in questo il fiume è onesto: restituisce sempre tutto, anche a chi non sa che farsene). Si tratta di un uomo sui cinquant’anni - così era scritto nella scheda dell’obitorio - di corporatura robusta, dai lineamenti corrosi dalla permanenza in acqua e forse dal trascinamento della corrente. Un corpo mai reclamato da nessuno e che ora, stando alla legge, deve essere sepolto. 
Insomma, un caso ancora avvolto nella nebbia, quella fitta che avvolge ogni cosa in alcuni periodi dell’anno. In effetti i suoi colleghi, all’epoca, non solo non erano riusciti a capire se l’uomo si era ammazzato o se invece si era trattato di un omicidio, ma non erano nemmeno stati in grado di stabilirne l’identità. Ragion per cui serviva un supplemento di indagine. 
Una formalità, viene spiegato dal questore a Soneri, quel che basta per togliere il corpo dalla cella frigorifera, tumularlo e non pensarci più. Ma il nostro commissario non è un uomo che va d’accordo con le cose formali. E poi non si può seppellire la gente senza nome, gli dice Angela, la sua compagna di sempre; e così Soneri decide di riaprire il caso. 
Sta di fatto che, ancora una volta, le indagini lo porteranno ad addentrarsi nel microcosmo del fiume, avvolto nelle brume dell’autunno padano, per cercare di rompere il muro di omertà che caratterizza quelle piccole comunità dove si annidano pescatori di frodo, piccoli delinquenti, grandi speculatori. E Soneri dovrà rendersi conto di come la nebbia che circonda il grande fiume finisca per rendere invisibili le cose e le persone, per cambiarne i profili, ingannare e a volte anche uccidere. 
Che dire: ancora una volta la penna di Valerio Varesi corre via veloce e intrigante, pagina dopo pagina, dando voce a luoghi e personaggi che il lettore sembra conoscere da sempre. Inzuppandolo di quella nebbia, suggestiva e magnetica, che fa parte integrante del racconto. Una nebbia che è un invito, per il nostro commissario, a dedicarsi ai piaceri semplici della tavola, magari aggrappandosi a quel sacchetto di scaglie di parmigiano che si porta dietro durante i suoi appostamenti. Perché in fondo noi tutti siamo delle vittime o dei sopravvissuti. Sia al cinismo che all’indifferenza…   
Per la cronaca, ne abbiamo già parlato, Valerio Varesi è nato a Torino l’8 agosto 1959 (“I miei genitori erano emigrati sotto la Mole da Parma, ma quando avevo tre anni un grave incidente sul lavoro costrinse papà a rientrare”); si è laureato in Filosofia a Bologna; è diventato giornalista professionista nel 1990 e da molti anni fa parte della redazione del quotidiano La Repubblica del capoluogo emiliano dove si occupa di ambiente, trasporti e cultura (tematica, quest’ultima, allargata ai servizi che da qualche tempo sta scrivendo per il supplemento del suo giornale, Il Venerdì). Lui che, visto che le origini hanno un loro perché, si è accasato dal 2005 nelle vicinanze di Neviano Arduini, un paesino sulle basse colline parmensi, dove vive con la compagna Ivana e il figlio venticinquenne Emilio (laureato in Filosofia) “ogni volta che il lavoro glielo consente”. 
E ancora: lui uomo tendenzialmente schivo e introverso, che nelle sue narrazioni ama cambiare, sperimentare; che si dedica alla scrittura al mattino presto e poi a tarda sera, dopo il suo rientro dalla redazione; lui che, con immutata riconoscenza, ama ricordare la motivazione con la quale gli era stato assegnato il premio alla carriera “Lama e Trama” a Maniago del Friuli. “Motivazione scritta dal rimpianto presidente onorario Luigi Bernardi, scopritori di talenti come Carlo Lucarelli e Marcello Fois, nella quale inneggiava alla mia capacità di aver impresso al giallo italiano suggestioni paesaggistiche tipiche della grande letteratura”. 
Lui che, oltre alla lettura (con un debole dichiarato che va da Kafka e Camus per finire ai classici russi, come Dostoevskij, per poi approdare ai giallisti Simenon, Malet, Gadda, Sciascia, Scerbanenco, Hammett, Chandler, Ellroy, Capote e Marquez), si porta al seguito una passione di vecchia data, peraltro ancora praticata (“Sin che reggo”, ironizza), per la corsa; lui che, per non farsi mancare nulla, ha avviato una propria ricognizione sulla recente Storia italiana con tre romanzi “generosi e appassionanti”, ovvero La sentenza, Il rivoluzionario e Lo stato di ebbrezza, recentemente raccolti nel volume Trilogia di una Repubblica. 
E fuori dalla narrativa di settore sarà anche il suo nuovo lavoro, che uscirà per i tipi della Frassinelli in occasione del prossimo Salone del libro di Torino. Un romanzo incentrato su “un personaggio la cui vita si dipana all’insegna dell’apparire, della menzogna e della voglia sfrenata di emergere, mali che peraltro fanno parte del nostro quotidiano”. Con qualche meritata bacchettata al seguito, ci mancherebbe, per i politici. 
 

Il secondo appuntamento con Il Giallo Mondadori è legato alla penna di Piero Colaprico, che a sua volta si rifà a tre delitti rimasti irrisolti nella Milano degli anni Ottanta. E lo fa alla sua maniera in Anello di piombo (pagg. 230, euro 16,00), con un ringraziamento al seguito per Pietro Valpreda, scomparso nel 2002, con il quale aveva scritto le storie del maresciallo dei carabinieri Pietro Binda, che in questo lavoro torna in scena sia pure per poche pagine (“Caro Pietro, ho letto tante carte e anche se questa è una storia di pura invenzione, senza contatti con la realtà, e nessuno si può riconoscere, è anche vero che di palesemente falso c’è solo l’ospedale di Sant’Antimo, che a Milano non esiste. Altre cose esistevano ed esistono, sai bene che sono uno di quelli che non perde la speranza”). 
Per la cronaca Binda (“Una figura nella quale aveva trovato spazio molto di Pietro, anche se io lo avevo fatto a sua insaputa, rubandogli spunti mentre lo stavo ad ascoltare”) sarebbe stato protagonista a quattro mani di Quattro gocce di acqua piovana, La nevicata dell'85 e La primavera dei maimorti, per poi proseguire, dopo la morte di Valpreda, ne L’estate del Mundial, La quinta stagione e Il fantasma del ponte di ferro per “voce sola”: quella, ovviamente di Colaprico, che all’anagrafe - guarda caso - non era Piero ma Pietro. 
Milano, si diceva. Dove il nostro autore (sposato e con due figli) era approdato nel 1976 proveniente dalla scuola militare Morosini di Venezia. E sotto la Madonnina - lui che è nato a Putignano, in provincia di Bari, l’8 dicembre 1957 - aveva frequentato l’Università Statale, laureandosi in cinque anni in Giurisprudenza nonostante stesse assolvendo il periodo di Leva. Ma anche rendendosi conto che la professione di avvocato non faceva per lui. 
“In effetti sin da ragazzino - come ha avuto modo di raccontarci qualche tempo fa - con la penna non me la cavavo male, tanto è vero che la professoressa di italiano bene e spesso leggeva i miei temi in classe. Scrittura che avrei frequentato con maggiore assiduità intorno ai 18-19 anni, per poi buttare via tutti gli elaborati di quel periodo in quanto onestamente non erano all’altezza”. 
E siccome fra scrittura e giornalismo la parentela può essere stretta, Piero avrebbe deciso di intraprendere quest’ultima professione. “Che iniziai a masticare presso una radio privata (Studio 105), con assunzione al seguito, quando avevo 28 anni, a la Repubblica, “dove sarei diventato professionista nel 1987. E dove, tempo cinque anni, Eugenio Scalfari mi premiò sul campo con la nomina a inviato”. Lui che ora, in questo quotidiano, si propone come caporedattore nella redazione milanese. Dimostrando, all’occasione, di saper ancora graffiare con la penna, forte di quel suo carattere da combattente che si ritrova, che però si apre bene e spesso alla solarità. Lui peraltro capace di coniare termini (è il caso di Tangentopoli) entrati di prepotenza nel lessico comunicativo quotidiano. 
Di fatto un autore fuori dalle righe pronto a sostenere che sono stati due libri - L’Ulisse di James Joyce e Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov - a cambiargli la vita. Una vita resa peraltro più ricca dalle letture di numeri uno del calibro di Giovanni Testori, Dino Buzzati, Giuseppe Tomasi di Lampedusa nonché Leonardo Sciascia. Fermo restando un debole dichiarato per Il lungo addio di Raymond Chandler, il poliziesco che gli ha spalancato le porte della narrativa gialla, nonché per Giorgio Scerbanenco (“Una specie di fratello maggiore”) e per Carlo Lucarelli (“Ma quello degli inizi”). Senza comunque trascurare il rimpianto Andrea G. Pinketts e Sandrone Dazieri, “penne capaci di mettere mattoni, ma non di costruire muri”. 
A questo punto briciole di trama del canovaccio che tiene banco nell’Anello di piombo. Un enigmatico giallo a incastri che riapre ferite mai rimarginate legate alle pagine più oscure della nostra storia: quella degli anni di piombo, della Milano degli anni Settanta. La città ombrosa dei misteri nascosti, raccontata in punta di penna, dove “si finiva ammazzati per il solo fatto di indossare una divisa”; la città del terrorismo nero (e rosso, ci mancherebbe), oltre che delle stragi che hanno segnato il nostro passato. 
A tenere la scena, nel nostro caso, è un omicidio: quello di Eleuterio Rupp, uno stimato strizzacervelli della Milano bene che viene ucciso una mattina, con quattro colpi sparati da una calibro 38, mentre stava salendo sulla sua auto posteggiata sotto casa, in piazza Fratelli Bandiera. Un’abitazione di almeno trecento metri quadrati su due livelli, più una mansarda dove teneva banco il suo studiolo. Otto metri per dodici, e scusate se è poco, dove due interi scaffali risultano (lo si scoprirà in sede di indagine) dedicati agli anni della strategia della tensione, compresi alcuni faldoni legati alla strage di Piazza Fontana, la “madre di tutte le stragi terroristiche in Italia”. E, sempre in questo studiolo, viene trovato quello che non ti aspetti: una vecchia pistola Nagant M1895, con quattro proiettili in canna… 
Insomma, un mistero nel mistero per quello che viene definito un omicidio eccellente, quello appunto di Rupp. Logico quindi che la Questura metta in campo i migliori uomini che ha a disposizione per catturare il colpevole. Purtroppo, qualche giorno più tardi, due poliziotti coinvolti nell’inchiesta vengono trovati morti e, anche se sembra esserci una spiegazione logica, esiste un’altra verità. Una verità “che si potrebbe raggiungere soltanto grazie a un diario, una specie di eredità di indizi e suggerimenti che un investigatore lascia a chi gli succederà”. 
E quando l’ispettore Francesco Bagni, il cervello della sezione Omicidi milanese che è però nato in Svizzera, viene chiamato a indagare su questi misteriosi delitti si troverà a far di conto con diversi interrogativi. Ad esempio, chi è davvero il poliziotto Nunzio Fratoianni? Cosa c’entra la bomba di piazza Fontana con l’omicidio di uno psichiatra nella città che ormai è chiamata la “Milano da bere”? E chi potrebbe far parte di quella fantomatica struttura chiamata Anello, i cui membri hanno licenza di uccidere? 
Di fatto un investigatore ruvido e disincantato, Bagni, che non ha perso la speranza di poter amare; un tipo in ogni caso profondamente solo, in preda a un dolore sofferto e avaro di sbocchi. Un poliziotto che i lettori avevano imparato a conoscere nella Trilogia della città di M. (un lavoro incentrato su tre racconti ambientati a Milano che nel 2004 si era aggiudicato il Premio Scerbanenco, ex aequo con Barbara Garlaschelli), per poi apprezzarlo nuovamente nel 2018 ne La strategia del gambero. E che, anche questa volta, non deluderà le aspettative. 
Il tutto supportato da una scrittura che al tempo stesso cattura e intriga all’insegna della semplicità, quanto mai abile nel barcamenarsi fra vecchi e nuovi equilibri, processi e assoluzioni. Una scrittura trascinante che non lascia nulla al caso, forte di personaggi che lasciano il segno (come l’ispettore Sebastiano Nesi che “sapeva di dover morire e non aveva mollato”, che “se n’era andato via dalla terra con la colonna sonora del piombo sparato dal collega Fratoianni”); una scrittura che si addentra fra i vivi e i morti, in quanto anche chi non c’è più ha bisogno di rispetto. Soprattutto se si tratta di chi si è perso fra le pieghe troppo oscure che attanagliano il nostro Paese…
 

La terza e ultima proposta di casa Mondadori è legata - con una momentanea virata editoriale evidentemente avallata dalla Einaudi, la sua casa editrice italiana di riferimento - alla penna di Joe R. Lansdale (dove quella R puntata sta per Richard in abbinata, come da anagrafe, al nome di Harold), considerato come uno dei più geniali autori di crime contemporaneo. Lui che è nato a Gladewater, in Texas, il 28 ottobre 1951, anche se è cresciuto nella vicina Nacogdoches (cittadina dove tuttora vive con la moglie Karen, a sua volta scrittrice, i due figli Keith e Kasey, oltre a un cane e a due gatti). 
Come abbiamo già avuto modo di ricordare, il giovane Joe aveva appreso dal padre i primi rudimenti di boxe e wrestling, in seguito supportati da corsi di judo, tanto “per sapersi difendere in caso di necessità”. Alternando questa attività sportiva con la lettura di libri di ogni genere, in primis i fumetti, i B-movie e tutto quel che può essere definito letteratura pulp. Il che lo avrebbe portato a iniziare a scrivere, poco più che ventenne, su tematiche legate alla botanica insieme alla madre. Per poi dedicarsi da solista ai racconti, mentre si dava da fare con svariati lavoretti per sbarcare il lunario. 
Al romanzo sarebbe invece arrivato nel 1980 con Act of Love: un libro accolto con favore sia dai critici che dai lettori. Ragion per cui, l’anno successivo, avrebbe deciso di dedicarsi alla scrittura a tempo pieno, spaziando dal gotico alla fantascienza, dalla satira sociale alla narrativa per ragazzi, dal noir alle storie western. 
Creatività che l’ha visto approdare sugli scaffali con una trentina di romanzi (tre dei quali dedicati alla serie Mark Stone e firmati con lo pseudonimo di Jack Buchanan), due trilogie, duecento e passa racconti, diverse storie a fumetti, numerosi horror, nonché testi per la televisione e sceneggiature per il cinema. Collezionando una miriade di riconoscimenti, che vanno da un Edgar Award a otto Bram Stoker, da un British Fantasy a un Grinzane Cavour e via dicendo. 
Sta di fatto che, attingendo da questa sua creatività, “Il Giallo Mondadori” ha deciso di proporre ai suoi lettori Caldo in inverno (pagg. 148, euro 15,00, traduzione di Seba Pezzani), un noir breve quanto intenso, scatenato quanto divertente, incentrato su una banda criminale, un testimone senza paura, una lotta brutale e spietata per la sopravvivenza. 
Già l’incipit lascia intendere la sua vena ironica: “Le questioni di vita o di morte talvolta iniziano come cose semplici. Mi trovavo nel giardino sul retro insieme a mia moglie, ed ero alla griglia del barbecue con una spatola in mano e addosso un grembiule sbiadito con sopra la scritta BACIATE IL CUOCO. Ero riuscito a togliere dalla griglia qualche hamburger, facendone bruciare solo uno, che era diventato nero come un pezzo di carbone. Mi piace cucinare alla griglia ogni tanto, anche se non sono molto bravo, e stavo giusto pensando a quello quando udii uno stridio di pneumatici dietro l’angolo…”. 
Risultato? Nell’incidente viene travolta e uccisa la vicina di casa del nostro aspirante cuoco, che si chiama Tom Chane, e di sua moglie Kelly. Che certo non si rendono conto, in quel momento, di essere stati involontari testimoni di un omicidio e nemmeno ipotizzano che questo episodio possa per loro rappresentare un incubo senza via d’uscita. 
Da brava persona qual è Tom descrive l’autista dell’auto investitrice alla polizia, dando la sua disponibilità a testimoniare. Ma c’è qualcosa che non ha previsto: l’uomo al volante, infatti, appartiene a una potente famiglia criminale del Texas orientale, la Dixie Mafia. 
Secondo logica narrativa Tom diventerà il bersaglio della banda, che rapirà sua moglie e minaccerà sua figlia. Tom che a questo punto, non sapendo che fare, si troverà costretto a rivolgersi ai vecchi compagni d’armi, quelli che hanno combattuto al suo fianco in Afghanistan. Da qui muoverà i primi passi una lotta brutale e spietata per salvare la vita di Kelly e farsi giustizia al di fuori dei canali ufficiali. Ma c’è un problema: uno di quegli ex commilitoni è un maniaco omicida, portatore di uno sconvolgente livello di violenza. E in questa adrenalinica lotta per la sopravvivenza le parti potrebbero anche invertirsi. 
In sintesi: una galoppata narrativa impregnata di tensione, dove la bravura dell’autore amplifica i contenuti della storia. Giocando a rimpiattino fra il bene e il male, l’essere e il non essere. Con un interrogativo a farla da padrone: sin dove puoi arrivare per difendere chi ti sta vicino?

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