Cultura

Un club di galeotti disposti a fare giustizia. E poi la regina Elisabetta nelle vesti di una risoluta detective

Due storie controcorrente, di piacevole lettura e pronte a strappare più di un sorriso, firmate rispettivamente dal modenese Fabiano Massimi e dalla scrittrice inglese S.J. Bennett


06/04/2021

di MASSIMO MISTERO


Succede sempre più raramente di incrociare autori che strappino un sorriso in tempi in cui di sorrisi, causa pandemia, ne circolano davvero pochini. A offrirci questa possibilità è “Il Giallo Mondadori”. Una storica collana nata nel marzo del 1929 quando - dopo aver constatato il grande successo registrato all’estero dalla narrativa di genere - Arnoldo Mondadori (ribattezzato l’incantabiss, l’incantatore di serpenti, per la sua capacità di attirare nel suo fienile le migliori penne) e Lorenzo Montano decisero di avviare anche in Italia una collana, I libri gialli (nota anche come I Gialli Mondadori), pubblicando, come prima opera, La strana morte del signor Benson
Collana che da allora in poi non si sarebbe più fermata. Sino ad arrivare nella primavera di due anni fa a cambiare ancora, ma di poco, la sua testata - in altre parole passata dal plurale al singolare - anche se la sostanza sarebbe rimasta la stessa: i libri proposti rientrano infatti per la maggior parte nell’ambito del noir e del poliziesco d’autore, fermo restando il colore caratteristico e inconfondibile delle copertine, lo stesso che si era inventato Joseph Abbey: vale a dire quello che all’origine aveva dato la stura al termine giallo nella lingua italiana. 
L’abbiamo presa alla lontana in quanto una rinfrescatina storica ogni tanto non guasta ai nuovi lettori o a quelli più distratti, che in questo caso potranno beneficiare di due lavori fuori dalle righe, uno al maschile e l’altro al femminile, il primo proposto in salsa tricolore e l’altro in quella britannica. 


Iniziamo con quello firmato da Fabiano Massimi, Il club Montecristo (pagg. 278, euro 17,00), che in realtà non rappresenta una novità, in quanto vincitore, nel 2017, del premio Alberto Tedeschi (istituito nel 1980 in memoria dello storico direttore de Il Giallo Mondadori, figura fondamentale della letteratura di settore). “Premio - tiene a precisare l’autore - che mi ha riempito d’orgoglio e che mi ha consentito di accasarmi in compagnia di grandi nomi, come quelli di Carlo Lucarelli, Loriano Macchiavelli, Danila Comastri Montanari e Giulio Leoni”. 
Un lavoro - Il club Montecristo - capace di strappare sorrisi e che era già stato dato alle stampe lo stesso anno del premio per la collana da edicola Il Giallo Mondadori Oro e che si propone come il primo di una serie incentrata sulle indagini degli Ammutinati, una segretissima squadra di ex detenuti decisa a fare giustizia quando chi la giustizia dovrebbe garantirla risulta troppo miope per riuscirci. 
Di fatto un canovaccio trattato in punta di penna, di facile quanto gradevole lettura, capace di miscelare tensione e leggerezza, imbastito su un omicidio del quale viene accusato un indiziato perfetto, che per sua sfortuna è innocente. Ecco quindi che il citato gruppo di ex galeotti, e qui sta la parte più innovativa, decide di voltare pagina aiutando chi è vittima di soprusi da parte della magistratura. In altre parole inventandosi “il più efficace dei detective: perché nessuno conosce il crimine meglio di un criminale”. 
Detto questo, spazio alla sinossi. Quando Viviana, giovane impiegata di una galleria d’arte, viene trovata uccisa nel suo appartamento, i sospetti della polizia si concentrano sull’ex detenuto Danilo Secchi: stesso modus operandi dell’omicidio che l’aveva portato anni prima dietro le sbarre, sue le impronte digitali sulla scena del delitto. E poco importa che le prove siano tutt’al più indiziarie: per il commissario Cassini se sei “colpevole una volta, colpevole lo sei per sempre”. 
Per fortuna di Danilo non tutti la pensano così. Lo scopre anche Arno, tecnico di computer con due figli e un matrimonio in stanca, quando una mattina il vecchio amico Lans, pittore di talento da poco uscito di prigione per una rapina mai del tutto chiarita, gli spunta davanti con una strana proposta: mettere il suo talento di informatico al servizio del citato Club Montecristo. E sarà così che Arno e Lans pian piano intuiranno che Viviana aveva tanti, troppi segreti. E che proprio lì si nasconde la verità sulla sua morte. 
Per la cronaca Fabiano Massimi è nato a Modena il 29 giugno 1977, città dove vive tuttora (senza apostrofo, un peccato veniale che addebitiamo alla redazione della casa di Segrate perché ne tengano conto in futuro) lavorando come bibliotecario presso la struttura civica Antonio Delfini. Lui che dopo aver frequentato il liceo scientifico Wiligelmo si sarebbe laureato in Filosofia a Bologna.  A seguire, dopo una trasferta di studi in quel di Manchester, la frequenza di un master in tecniche della narrazione presso la Scuola Holden di Torino. 
Esperienza della quale va ancora orgoglioso, in quanto - a suo dire - ha rappresentato “il momento formativo più importante della sua vita: prima con i due anni da studente del master e poi con gli altri due come terzannista e bibliotecario interno mentre svolgeva i suoi stage presso il quotidiano La Stampa e la Einaudi, frequentando artisti affermati in tutti i campi della narrazione”. 
Lui che si dà da fare anche per diverse case editrici come curatore di antologie, traduttore (si è preso in carico autori come Julie Kavanagh, Richard Marinick, James Renner, Roger Smith e Kit Whitfield, assicurando che “la traduzione è la cosa più vicina alla scrittura creativa”), nonché come editor di narrativa e saggistica. 
Lui che lo scorso anno ha pubblicato, per i tipi della Longanesi, L’angelo di Monaco, un premiato thriller storico - in corso di traduzione in una decina di Paesi - che ruota intorno alla misteriosa morte di Geli Raubal, nipote prediletta di Adolf Hitler. “Una storia dimenticata cui volevo rendere giustizia, la qual cosa mi ha portato - per evitare fraintendimenti - a un robusto lavoro di ricerca (stiamo parlando della consultazione di una settantina di libri)”. 
“Un romanzo la cui idea era sbocciata leggendo il thriller storico-politico Monaco di Robert Harris, nel quale l’autore raccontava una pagina celebre della storia del Novecento: la conferenza di Monaco del 1938 con la quale l’allora primo ministro del Regno Unito, Arthur Neville Chamberlain, ottenne un rinvio cruciale della Seconda guerra mondiale. Romanzo nel quale un personaggio di fantasia si imbatte nella stanza-mausoleo dedicata alla nipote di Hitler, appunto Geli Raubal, morta suicida nel 1931 in circostanze misteriose. Per me, che non ne avevo mai sentito parlare, fu un colpo di fulmine…”. 


Di altrettanto piacevole lettura è il romanzo intitolato Il nodo Windsor (pagg. 346, euro 18,00, traduzione di Monica Pavani), firmato dalla scrittrice inglese S.J. Bennett, da sempre appassionata della “sua” monarchia. Anche se tiene a precisare che questo lavoro è il frutto di una sbrigliata immaginazione: per quel che le è dato sapere, infatti, la regina Elisabetta II, in privato, non fa e non ha mai fatto l’investigatrice. In ogni caso non manca ironicamente di ringraziarla per essere stata “una costante fonte di ispirazione, letteraria e non solo”. 
Come accennato, a darsi da fare in questo libro nel ruolo di detective è la regina Elisabetta, che per via del suo ruolo non può tuttavia impegnarsi in prima linea. Ma essendo una sovrana illuminata, oltre che particolarmente attenta ai dettagli, guida con accortezza le mosse della sua giovane segretaria particolare, che si ritrova a essere impegnata in uno strano ruolo dopo che al castello di Windsor è successo quello che nessuno si sarebbe mai aspettato succedesse… 
Ma andiamo con ordine: è un mite inizio di primavera a palazzo e la regina si sta preparando per le celebrazioni del suo novantesimo compleanno, in questo supportata da uno stuolo di cinquecento persone (“Un paese, per giunta molto operoso”). Alle quali alla sovrana piace dedicare le sue attenzioni: dal responsabile dei domestici che controlla i conti alle cameriere che rifanno i letti. Purtroppo le attività vengono bruscamente interrotte non appena il giovane pianista russo che aveva deliziato gli ospiti la sera precedente viene trovato cadavere, completamente nudo, appeso in camera sua “come un salame” con la cintura della vestaglia. 
Quando le indagini si concentrano sulla servitù, la regina capisce che la polizia sta seguendo la pista sbagliata. Con l’aiuto della sua nuova quanto inesperta assistente Rozie Oshodi, appena assunta dopo una breve carriera come bancaria e tre anni trascorsi nella reale artiglieria, Sua Maestà decide di vederci chiaro, dando finalmente spazio alla grande passione che coltiva segretamente fin da ragazzina: quella per l’investigazione. 
Risultato? Una storia impregnata di garbato quanto ironico umorismo, che trascina il lettore - all’insegna di una fantasiosa meticolosità narrativa - fra le atmosfere rarefatte e i variegati personaggi che tengono banco nel palazzo dei Windsor. 
Ricordiamo che questo giallo, tanto brillante quanto irriverente, è arrivato sui nostri scaffali in contemporanea con la pubblicazione in Inghilterra e dovrebbe rappresentare il punto di partenza di una serie che strizza l’occhio, per umorismo e intelligenza, alle storie imbastite da Agatha Christie sulla sua collaudata Miss Marple. Si mettano quindi il cuore in pace i reali inglesi, che ne dovranno sopportare ancora delle belle. D’altra parte, visto quante ne combinano i figli e i nipoti, ormai ci dovrebbero avere fatto il callo. 
Per la cronaca S.J. Bennett vive a Londra - dove ha conseguito un dottorato in Letteratura italiana all’Università di Cambridge - con la sua numerosa famiglia. Almeno così si deduce dalle note finali: “Un grazie a Emily, Sophie, Freddie e Tom, che hanno sopportato la mia benevola incuria mentre ero impegnata a scrivere nella rimessa del giardino, e ad Alex, il mio primo lettore, nonché amore della mia vita, il quale mi ha detto che la prima versione non era buona, ma la seconda (fortunatamente) sì…”.

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