Di Giallo in Giallo

Un caso tira l’altro per l’ispettore Harry McCoy nella Glasgow violenta del 1973

Dalla penna dell’estroso Alan Parks un graffiante lavoro che si rifà al genere Tartan. A sua volta G.L. Barone si rituffa da par suo nei misteri della storia


20/04/2020

di Mauro Castelli


Si chiama Alan Parks ed è nato nel 1978 in Scozia. Artista eclettico, ha lavorato per oltre vent’anni nel mondo della musica e attualmente vive a Glasgow. Una città dove ha peraltro ambientato la saga che lo ha reso famoso e che vede protagonista l’ispettore Harry McCoy, alle prese con la violenza che teneva banco - subdola e mistificante - fra le malfamate strade cittadine nei primi anni Settanta. 
Saga per ora composta da tre romanzi: Gennaio di sangue (del quale abbiamo già parlato su queste colonne), Il figlio di febbraio e ora, ancora fresco di stampa, L’ultima canzone di Bobby March (Bompiani, pagg. 400, euro 18,00, traduzione di Marco Drago). Un lavoro, anche in questo caso, impregnato di una scrittura ruvida quanto coinvolgente, che si addentra, senza fare sconti di sorta, nel mondo impietoso del crimine. 
Ma come è nata questa serie? “Quando decisi di mettermi a scrivere mi posi un obiettivo: quello di raccontare la complessità morale delle persone che vivevano a Glasgow, appunto nei primi anni Settanta, cercando di addentrarmi fra le pieghe dei diversi livelli sociali (ricchi e poveri, onesti e disonesti, potenti e fragili), ma anche fra i mali ricorrenti: quelli legati al sesso, alla droga e alla violenza. Logico quindi che dovessi puntare su un detective capace di portare avanti indagini complesse”. 
Da qui la nascita di un personaggio che non avrebbe mancato di lasciare il segno nell’immaginario dei lettori. Un detective intuitivo, abile nel valutare e farsi carico delle sfaccettature e dei vari livelli di delinquenza su piazza, ma anche capace di riflettere su se stesso. Arrivando a porsi delle domande per certi versi inquietanti. “Perché forse - si interroga -  era diventato un poliziotto come tutti gli altri. Il tipo di poliziotto che aveva giurato di non diventare mai”. 
Ma veniamo alla trama de L’ultima canzone di Bobby March, un noir affilato come la lama di un rasoio. Siamo a Glasgow nel luglio 1973 quando Bobby March, rockstar in declino dopo un lampo di gloria con i Rolling Stones, viene trovato morto in una camera d’albergo con una siringa ancora infilata in un braccio. E quel suo provino come chitarrista del gruppo - anticipiamo - verrà in seguito lanciato sul mercato alla stregua di “un classico perduto”. 
Di fatto, questa morte, viene considerata un caso minore e quindi affibbiato a McCoy a causa di vecchie ruggini con il suo nuovo superiore; il quale McCoy la sera prima della sua morte era stato proprio al concerto del musicista. Logica quindi una domanda: ma se non fosse stato solo un “incidente”? 
Nel frattempo - per complicare la storia - la tredicenne Alice Kelly sparisce nel nulla. A segnalarlo telefonicamente alla polizia è una donna spaventata e in lacrime. Sta di fatto che, in men che non si dica, questa scomparsa diventa l’argomento principale sia dei media che degli agenti. Solo lei, la povera Alice, non sa di essere sulla bocca di tutta la città. Lei sa solo di avere una sacca di tela sulla testa, le mani legate e di essersi bagnata i pantaloni… 
Sta di fatto che anche questo caso viene affidato al nostro tormentato ispettore in quanto già incaricato di ritrovare un’altra ragazzina, Laura, nipote dell’ispettore capo Murray, in apparenza fuggita da casa. Purtroppo le indagini del nostro poliziotto - fra grande musica e un disperato bisogno di umanità - si riveleranno più misteriose e complicate del previsto. 
Insomma, una brutta gatta da pelare per McCoy che, affiancato dal fido Wattie (che incontriamo sudato “come il culo di un soffiatore di vetro”), ma anche alle prese con lo strafottente e impomatato sergente Bernie Raeburn (un trafficone della prim’ora), dovrà far luce su un doppio caso rognoso, un groviglio di intrighi e menzogne capace di mettere a dura prova sia le sue intuizioni che la sua intelligenza. 
Ma lui non è certo un tipo da mollare. Per di più il tempo stringe e i colpevoli o presunti tali sono purtroppo molti. Forse troppi. Inoltre, come si può accusare qualcuno se nessuno sembra realmente innocente? E che fine hanno fatto le ragazzine? E dove sono finiti gli appunti musicali su cui Bobby March contava per poter tornare alla ribalta? 
Detto questo il nostro giudizio: un noir imbastito su due (tre?) enigmatici casi e che non risparmia, narrativamente parlando, sorprese ed emozioni. Con l’autore abile nel puntare su un linguaggio forte, graffiante, senza giri di parole. A fronte di una scrittura che si rifà - ne abbiamo già parlato - al genere Tartan, quel modo per descrivere storie di ordinaria criminalità legate a un territorio particolare come quello scozzese; storie che si nutrono peraltro di ambientazioni cupe ma raccontate in maniera leggera. 
Tartan, per chi non lo sapesse, è un termine coniato da James Ellroy per osannare un libro di Ian Rankin; termine che fa riferimento al gonnellino - considerato un simbolo tradizionale della Scozia - realizzato appunto in tessuto tartan e ottenuto con fili di colori diversi che si ripetono con uno schema definito, uguale sia nell’ordito che nella trama. Come dire che anche le storie di Parks risultano ricche di variegate quanto ben costruite sfaccettature, che a un certo punto…

Altra penna cha sa farsi leggere grazie al suo attento quanto fantasioso occhio rivolto al passato è quella di G. L. Barone (Giuseppe Leto Barone), nato a Varese il 14 marzo 1974, una laurea in Giurisprudenza (sin da giovanissimo è stato impegnato in politica), un lavoro come funzionario presso il Comune della sua città, una moglie (Elena) e due figlie (Lucrezia e Ginevra), una passione mai sopita per la musica (nel tempo libero suona nel gruppo Power-metal Imperivm) e soprattutto per la scrittura. 
Lui che nella narrativa avrebbe debuttato a 29 anni con Il segreto dell'Unione (un lavoro fantapolitico a tinte fosche), seguito, nel giugno 2006, dal suo secondo romanzo, Punto di rottura, una spy story legata a un fatto di cronaca realmente accaduto: un missile lanciato dalla Corea del Nord verso il Giappone nel 1999. Quindi avrebbe pubblicato, per i tipi della A.Car, I figli del serpente, un libro che avrebbe intrigato la Newton Compton, tanto da riproporlo su carta nel 2013 sotto il titolo La cospirazione degli illuminati. 
A quel punto, baciato dal successo (dopo essere stato bestseller su Apple iTunes e presente nella top ten di Amazon per oltre sei mesi), la sua creatività l’avrebbe portato ad arrivare sugli scaffali - per i tipi della casa romana fondata nel 1969 da Vittorio Avanzini, gestita con il figlio Raffaello ed entrata nel febbraio 2019 nell’orbita del Gruppo editoriale Mauri Spagnol - diverse altre volte, con traduzioni allargate ai Paesi di lingua anglosassone, portoghese e spagnola.

I titoli? Il tesoro perduto dei templari in edizione ebook, così come sarebbe stato per Reichland. L’aquila delle dodici stelle; quindi Il sigillo dei tredici massoni, La chiave di Dante, Manoscritti perduti illuminati, la trilogia “Codice Fenice” composta da La settima profezia, Il settimo enigma e Il settimo oracolo. Senza dimenticarci de L’alchimista di Venezia e, ora, de La Pergamena segreta (pagg. 350, euro 9,90). 
Un lavoro, quest’ultimo, ambientato a Roma nel 1763. Una città - non bastassero i danni causati da una lunga carestia - alle prese con un’ondata di neve e gelo come non avveniva da decenni. E l’alba di ogni giorno restituisce cadaveri assiderati. In questo drammatico contesto una mattina di gennaio, sui gradini di un palazzo nei pressi del Palatino, viene ritrovato il corpo di un importante ecclesiastico: il cardinale Girolamo Colonna di Sciarra, camerlengo di Santa Romana Chiesa. 
“Tutto farebbe pensare a una morte naturale, ma il bargello del Governatore, incaricato del caso, la pensa diversamente. Sta di fatto che, indagando sugli affari del cardinale, emergono rapporti poco chiari con Donato Aldobrandini di Carpi, cardinale protettore del Monte della Pietà. Ma aver ficcato il naso nei conti della neonata banca vaticana metterà il funzionario pontificio in pericolo di vita”. 
Costretto a fuggire, verrà soccorso dalla baronessa d’Acoz che grazie all’aiuto dell’Alchimista, un truffatore conosciuto in tutte le terre italiche, proverà a tirarlo fuori dai guai. Le forze in gioco sono però così potenti che della vicenda comincia a interessarsi il Sant’Uffizio. Anche perché c’è qualcosa di poco chiaro nelle attività dell’enigmatica nobildonna. Qualcosa di cui il pontefice stesso dovrà essere informato… 
Che dire: un lavoro che si nutre di verità (a introdurlo una nota storica su una congiura volta a rovesciare papa Clemente XIII nel novembre 1762…), di un prologo che prende le mosse da dove si interrompeva il libro precedente (L’alchimista di Venezia), di un epilogo per così dire “aperto” (anche se l’autore non si dice d’accordo), di una indagine ben orchestrata volta a portare alla luce oscuri segreti. E chi tenta di scoprire la verità si troverà in serio pericolo… 
Che altro? Un romanzo di piacevole leggibilità, ricco di personaggi ben tratteggiati (alcuni “nati dalla tastiera”, altri realmente vissuti) e di ambientazioni che hanno un loro perché. Ferma restando una scrittura semplice e al tempo stesso avvolgente.

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