Cultura

Un barista-investigatore nella Sanremo degli anni Ottanta e le “nubi sospese” su Costante e Serravalle

A regalarci due belle storie Morena Fellegari (che si rifà a una parte del suo vissuto) e Vincenzo Maimone, alle prese con una rugginosa… distanza


31/08/2020

di ELIO MALSTRUCA


Un barista che si improvvisa detective. E un angolo di Sanremo che non c’è più, impregnato pertanto di una buona dose di nostalgia: quello di via Martiri. “Dove a tenere banco, negli anni Ottanta, erano baristi, falegnami, fotografi, ma anche altre piccole attività delle quali, oggi, sono rimaste soltanto le serrande abbassate”. A farsene carico, in Un pastis al Bar Marco (Fratelli Frilli, pagg. 158, euro 12,90), è la debuttante Morena Fellegara, classe 1975, che dà voce alla prima indagine - noir ma non troppo - del barista-investigatore Mario, un personaggio dalla “debordante umanità”. Ricordando che l’idea di scrivere questo romanzo le era venuta “una sera quando, passando in zona, era stata presa dalla malinconia per quella sorta di piccola città che non c’era più, dove in 500 metri trovavi di tutto”. 
Risultato? Una storia vera - come tiene a precisare nella prefazione la stessa autrice -  in quanto questo locale, una specie di seconda casa per molti, è realmente esistito. A inaugurarlo, la vigilia di Natale del 1968, era stato Mario con la moglie Lina. Locale gestito da entrambi, sino alla loro scomparsa nel primi anni 2000, con umanità e professionalità. E sono loro, in questa storia, gli unici personaggi veri a tenere banco. Il resto fa parte della fantasia dell’autrice, abile nel giocare a rimpiattino con vicende accomunate da una vincita di un tredici milionario, un furto e un giallo tutto da risolvere. 
Una storia che accarezza il lettore, accompagnandolo in un periodo ancora dominato dalla voglia di divertirsi in maniera semplice e a buon mercato, magari accontentandosi di un caffè al bar, di una partita al biliardo, delle canzoni suonate dai juke-box, di una giocata al Totocalcio all’insegna della speranza. Momenti di vita che l’autrice sanremese ha vissuto di sfuggita quando era piccola ma che, evidentemente, le hanno lasciato in eredità la gratificazione dei ricordi. Perché Morena quegli anni li ha vissuti davvero lì, tra le mura del bar Marco gestito dai suoi genitori, insieme ai suoi fratelli gemelli. E la sua carica evocativa segna davvero le pagine di questo intrigante romanzo breve. 
In altre parole un esordio impregnato dell’umanità e della semplicità dei tempi andati, visti appunto attraverso gli occhi di una bambina, ma narrati dalla voce di una donna. Quella appunto di Morena Fellegara. Capace di dare voce a un personaggio fuori dalle righe, il barista Mario, che nel suo locale conosceva i clienti meglio di uno psicologo. Oltre a proporsi - in caso di bisogno - alla stregua di un amico per tante anime perse: prostitute e lupi notturni, vittime di tradimenti, ma anche altre segnate da alzate di gomito ed eccessi al gioco.   
Che altro? Una “prima volta” accompagnata dalla gratificazione delle vendite (non a caso questo libro è già stato ristampato) da parte di un’autrice che si propone - riprendiamo dalle note editoriali - come “secondogenita di un complicato parto trigemellare. Una nascita che aveva segnato un posto di mezzo in un destino ternario. Come il pallino che scorre sul levigato panno verde del biliardo del Bar Marco, punto di attrazione fra le due bocce. Come il suo lavoro di infermiera, punto di equilibrio fra tecnicalità e umanità, fra medici e pazienti. Un’articolazione triplice della realtà che si allunga sul suo tempo libero”, scandito dal ritmo del suo tanto amato, quanto faticoso, triathlon. 
Detto questo spazio alla sinossi. È domenica pomeriggio 22 marzo 1981 e al Bar Marco, tra i tavoli da carte e il rumore dei flipper, riecheggiano le telecronache delle partite, piatto forte di Tutto il calcio minuto per minuto. A tenere la scena la voce roca dell’indimenticato cronista Sandro Ciotti, alle prese con un rigore per la Juventus che Liam Brady segna all’85° minuto. Tutti seguono la radiocronaca e controllano la schedina. E sì, ci scapperà a che un tredici milionario. Ma all’indomani della schedina non ci sarà più traccia. E “da lì partiranno le indagini con parecchi, inaspettati colpi di scena al seguito”. 
Siamo a Sanremo, “a pochi passi dai lustrini luccicanti del Casinò, dall’aristocratica clientela degli hotel dell'Imperatrice e dagli splendori delle ville liberty”, ma - nel suo piccolo - il nostro Bar ha il merito di illuminare un quartiere sorto rapidamente, “senza anima apparente ma stracolmo di umanità parallele”. 
Qui sui tavoli del biliardo “si sfiorano, senza incontrarsi, destini impegnati a sopravvivere alla vita e vite impegnate a sopravvivere a un destino. Vite in movimento apparente, vacuamente oscillanti al caso come la pallina della roulette, e destini sfilacciati, duri da mordere, incatenati a un filo di necessità”. Destini appesi al bancone del Bar Marco, fra un bicchiere di troppo e una sigaretta mai spenta, in attesa del tredici che ne cambierà per sempre segno e direzione. Per farla breve, lo ribadiamo, una vincita milionaria, il furto della schedina, un mistero da risolvere in un intreccio di emozioni e traiettorie. 
Insomma, un ingorgo di miserie, furbizie, espedienti e sudore che trova la
sua perfezione provvisoria nella geometria euclidea del biliardo (“A darmi le dritte su questo gioco, e dei relativi modi di dire, è stato mio fratello Fulvio”), nella esatta corrispondenza della sponda, nella fredda pazienza del ragno che tesse l'ineludibile disegno della tela. E in tale ambito Mario si muoverà, in sede di indagine, con l’abilità, l’intelligenza e l’astuzia tipica del tappeto verde. Che non è quello del casinò, ma quello delle stecche e delle boccette. 
Il tutto supportato da “una melodia distillata in infinite modulazioni fra tonalità maggiori e minori, scale ascendenti e discendenti, alla ricerca di una cifra armonica che riempia e sazi gli spazi dell’anima ruota intorno al (riuscito) barista-investigatore”. Parole grosse, verrebbe da pensare, ma non fatevene un cruccio: la lettura di Un pastis al Bar Marco fila via liscia come l’olio.

A seguire, sempre per tipi della Fratelli Frilli di Genova, torna sugli scaffali delle librerie Vincenzo Maimone, nato a Messina nel 1970, città dove si è laureato in Filosofia. Mentre ora si propone come professore associato presso il dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università di Catania. 
Autore di diversi saggi e articoli pubblicati su riviste scientifiche, nonché della monografia La società incerta. Liberalismo, individui, istituzioni nell’era del pluralismo, ha dato ora voce al suo quinto romanzo, La distanza più breve. Finale di partita per Costante e Serravalle (pagg. 204, euro 14,90). Ovvero Tancredi Serravalle, guarda caso un docente di Storia e Filosofia (nemmeno a dirlo la formazione dell’autore condiziona la struttura delle sue opere, facendone partecipe il lettore) e il commissario (nato per la verità ispettore) Giacomo Costante, i due riusciti personaggi che avevamo imparato a conoscere, e ad apprezzare, ne La variabile Costante, finalista al Tolfa Gialli & Noir oltre che vincitore del Premio Romiti 2015 - Sezione scrittori emergenti, nonché Sicilia terra bruciata. Lavori che erano stati preceduti da Un nuovo Inizio (semifinalista al Premio Scerbanenco) e L’ombra di Jago, entrambi editi da Sampognaro e Pupi. 
Che altro? Appassionato di cucina, Maimone ama andare in giro in sella alla sua Harley Davidson, in questo modo dimostrandosi prof moderno e fuori dalle righe, di quelli che - riteniamo - piacciono tanto agli studenti. Come forse l’utilizzo di un linguaggio greve, dove le parolacce (cazzo, cazzone, coglione, vaffa…) si sprecano sin dalle prime battute. Linguaggio volutamente utilizzato per regalare credibilità ai personaggi e al loro status, a dispetto - ad esempio - della inaspettata presenza di Chiara, agli occhi del padre “un oggetto delicato da maneggiare con estrema cura per evitarne la rottura”. 
Che dire: a conti fatti una scrittura popolare (anche se a tenere banco è i1 demone socratico, quello che rappresenta la voce interiore, la coscienza di Serravalle) a fronte di un canovaccio dove aleggia il ricordo dell’esplosione della vettura di Tancredi e dove ritroviamo Gregorio, il serial killer intenzionato a continuare sulla strada della sua vendetta personale. 
“In Sicilia terra bruciata” - ha avuto modo di precisare recentemente l’autore - il suo ruolo era quello del predatore puro. La sua invisibilità, l’essere un individuo assolutamente anonimo, costituiva il suo punto di forza e gli assicurava un vantaggio. Le sue azioni erano condizionate dal desiderio di vendetta e dal bisogno di riscattare in qualche maniera il suo fallimento esistenziale. In questa nuova storia assistiamo invece alla scoperta di come la sua vita rappresenti soltanto una sequela di promesse mancate, di atti incompiuti. E tale rivelazione, improvvisa e sconvolgente, renderà meno lucide e meno distaccate le sue azioni”. 
Apprezzabile anche la descrizione dei luoghi e dei contesti dove si muovono i personaggi, individui ordinari, normali, ai quali accade di essere coinvolti in circostanze eccezionali. “Quello che a me interessa - parola di Maimone - è rappresentare il modo in cui personalità con differenti approcci alla vita, differenti modi di interpretarla e condurla, affrontano le quotidiane sfide dell’esistenza”. Figure peraltro tratteggiate all’insegna delle tante luci e ombre della sua Sicilia (“Una realtà variegata e complessa sotto diversi punti di vista”). Semmai a mancare è la mancanza di una costante tensione capace di accalappiare e intrigare il lettore sin dalle prime pagine. In quanto al dunque ci si arriva per gradi, non sempre giocando su una vera malizia narrativa. 
Buona per contro l’idea di ridare smalto all’amicizia, che si era in parte arenata come spesso succede nella vita di tutti, fra i due protagonisti. Colpevoli di aver lasciato che “i rispettivi drammi, uno spesso velo di parole mai pronunciate e di chiarimenti sempre rimandati, sedimentassero e costruissero attorno al loro legame un muro di silenzio”. Ma ora più che mai (il commissario) deve chiamare Tancredi. Riannodare i fili della loro amicizia. Rattoppare la trama del loro legame sfilacciata dai rispettivi dolori. Doveva parlargli, ma quello che aveva da dire non gli sarebbe piaciuto per nulla… 
Anche perché nuove nubi offuscano il cielo (politico e mafioso) sopra le loro vite sospese. Mentre sulla loro amicizia “aleggia l’ombra dei sensi di colpa, delle recriminazioni e dei troppi silenzi. La violenza di ricordi passati e di una vendetta non ancora consumata torna così a riecheggiare nella mente del professore e rischia di trascinarlo in un gorgo senza vie di fuga. A fronte di un finale di partita che non ammette incertezze”. 
Ciò detto, un’ultima annotazione. Quella relativa all’utilizzo di forme dialettali, alla Camilleri verrebbe da dire, che l’autore giustifica in questo modo: “Premesso che mi limito a dosi moderate, peraltro accessibili a tutti, ritengo che la sua funzione sia quella di connotare in modo preciso il senso di una frase, regalandole la giusta coloritura e il giusto peso. In altre parole ritengo si tratti di un valore aggiunto”. E in tal senso concordiamo.

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