Cultura

Un attentato in mare con molti, davvero troppi interrogativi al seguito

Torna a indagare Gigi Berté, il commissario dalla coda brizzolata firmato da Emilio Martini. Alias le sorelle milanesi Elena e Michela Martignoni


19/07/2021

di ALESSANDRA PINZI


Leggibili, garbate, mai sopra le righe: le storie incentrate sul commissario Luigi (detto Gigi) Berté - dietro al quale si nasconde “un vicequestore aggiunto in carne e… coda brizzolata attivo in un commissariato italiano” - non mancano di catturare e intrigare il lettore. A scriverle Emilio Martini, a sua volta nom de plume dietro al quale si nascondono, ma non più di tanto, due prolifiche sorelle milanesi con un debole dichiarato per la Liguria: ovvero Elena e Michela Martignoni. 
Un’accoppiata vincente da oltre 120mila copie vendute, che strada facendo ha scritto (in questo utilizzando i loro veri nomi) i romanzi storici Requiem per il giovane Borgia, Vortice d’inganni, Autunno rosso porpora e Il duca che non poteva amare. Ferma restando la serie di gialli dedicata al loro amico Berté (in parte vero, in parte inventato), fra i quali ricordiamo Il ritorno del Marinero, La regina del catrame, Farfalla nera, Chiodo fisso, Doppio delitto al Grand Hotel Miramare, Il mistero della gazza ladra, Invito a Capri con delitto, Vent’anni prima, Ciak: si uccide, Il caso Mariuz, nonché le antologie I racconti neri del commissario Berté e Talent Show.  
Loro (o lui se lo preferite) che tornano sugli scaffali con Il botto (Corbaccio, pagg. 230), romanzo offerto al prezzo speciale di euro 12,90 sino al prossimo 31 agosto e incentrato su un’altra pericolosa indagine affidata al collaudato Bertè: un uomo - secondo le sorelle Martignoni che lo hanno adottato alla stregua di loro eroe - dalla taglia (troppo) large, dal pensiero sottile, dall’intelligenza spessa, dalla gelosia calabra e dalla puntualità lombarda. Un ex fumatore con un debole per le donne e per la buona tavola, insofferente ai locali affollati e ad andare per negozi. 
Un poliziotto soprannominato Aroldo Bellachioma per via della sua zazzera brizzolata, con coda da batterista rock, alto come un vichingo ma che non tradisce le sue origini sudiste; un tipo fuori dalle righe lui che ha il dono di sapersi ridere addosso, ma con parsimonia; che tutto sommato ha una visione positiva della vita. In buona sostanza un personaggio scanzonato e dissacrante, spesso in polemica con se stesso, soddisfatto del suo mestiere, seppure conscio che non riuscirà mai a cambiare la società né a catturare tutti i malviventi, ma a rendere loro la vita dura questo sì. 
Berté costretto a “guardarsi dentro per affrontare antichi fantasmi, a partire da quello che gli era costato il trasferimento a Lungariva”. Un paese (immaginario) a un passo da Portofino, dove vive, pur rimpiangendo Milano, la sua città di adozione anche se strada facendo ha incominciato ad abituarsi. Dove peraltro ne capitano di tutti i colori. Ad esempio, come in questo caso, salire su una barca dall’epico nome di Antigone e di finire a capofitto in una tragedia greca come protagonista. 
Di fatto l’imprevisto invito di una velista, accettato per fuggire da un fantasma del passato, trasformerà la tranquilla uscita in mare del commissario in un vero incubo quando avverrà una esplosione. Berté se la caverà con qualche ferita, ma non così la donna, ricoverata in fin di vita all’ospedale, né il pilota del motoscafo, dilaniato dall’esplosione. 
Le indagini si concentreranno sulla vittima, Vittorio Cella, un imprenditore dal passato burrascoso che millantava guadagni derivanti da rocambolesche circostanze, e descritto da amici e familiari come un bugiardo cronico, una persona inaffidabile ma dotata di una innata simpatia abbinata a una sincera generosità d’animo. 
Le ricerche, però, coinvolgeranno anche un dinamitardo dal viso angelico e dalla comprovata crudeltà, uno zio arido e misantropo, una ballerina che si presenta con la figlia naturale di Vittorio Cella e con un minaccioso fratello. L’inchiesta sarà di per sé un rompicapo, considerati i continui colpi di scena, e Berté dovrà ricorrere ai suoi “metodi fantasiosi” per arrivare a scoprire la torbida verità. 
Che dire: un’altra intrigante storia, supportata da una scrittura che fila via liscia come l’olio (frasi brevi, concetti all’osso, ambientazioni ben tratteggiate, angolazioni misteriose), peraltro supportata dai personaggi (colpevoli e innocenti, agenti e giudici, spacciatori e cronisti, amici e nemici) che rappresentano il pezzo forte della narrativa delle sorelle Martignoni. 

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