Di Giallo in Giallo

Un anti-eroe, un reticolo di misteri e troppi silenzi fra le vie di Milano

Massimo Cassani rimette in pista il collaudato commissario Micuzzi. Riflettori puntati anche su Ripa & Ripa, Paglieri, de Giovanni, Stout e Bonera-Frusca


15/12/2014

di Mauro Castelli


Una persona tanto riservata in pubblico quanto estroversa nel privato; una mano calda della narrativa, fresca e intrigante, pronta al mea culpa sul fatto di voler fare troppe cose, senza mai puntare veramente sulla sistematicità («In effetti, nelle mie varie passioni, mi propongo alla stregua di un disordinato, e questo non me lo posso perdonare»); una predilezione dichiarata per Milano, dove ambienta tutte le sue storie, per un semplice motivo: «Vivendoci da trapiantato da circa 28 anni ho il privilegio di osservare e ammirare la città con una specie di terzo occhio, senza aver quindi subìto il processo di assuefazione di chi ci è nato. Non è capitato così anche a personaggi del calibro di Giorgio Scerbanenco e Dario Fo?». Di certo una delle voci più interessanti della narrativa italiana di settore quella di Massimo Cassani, che torna in libreria con Soltanto silenzio (Tea, pagg. 360, euro 15,00), «non un romanzo storico - tiene a precisare - ma un'invenzione ispirata vagamente ad alcune vicende reali». Già, Cassani. Un giornalista di vecchia data (è infatti professionista dal 1990), oggi alla guida della rivista Ambiente&Sicurezza, che fa capo al Gruppo Tecniche Nuove, in quanto - come ha avuto modo di ironizzare recentemente Gianni Mura - «tutti gli scrittori hanno bisogno di un lavoro di copertura». Che altro? Una penna disposta a scardinare il perbenismo borghese, abile nel dare spessore e contenuti alle sue storie quasi senza darlo a vedere, disposto a giocare a rimpiattino con il lettore attraverso scacchiere narrative a incastri. Lui che è nato a Cittiglio nel febbraio 1966 e che, dopo gli studi classici a Varese, si è trasferito a Milano per frequentare l'Istituto per la formazione al giornalismo. Andando curiosamente ad abitare - vale la pena di ricordarlo - nella casa della moglie di Alfredo Binda. «In effetti mia nonna materna, Annetta, era prima cugina di questo grande campione, dal quale ho mutuato la passione per la bicicletta; passione purtroppo accantonata per regalare spazio al mio attuale hobby, quello dello scrivere. Così come ho dovuto sacrificare anche l'hobby per il cinema, che pure mi ha regalato la possibilità di raccontare per immagini le mie storie, di dare spessore ai miei personaggi...». E per quanto riguarda il suo debutto nella narrativa? «Avvenne fra il 2004 e il 2005 con un racconto per ragazzi trasformato in un romanzo di 200 pagine, mai pubblicato in quanto allora non sapevo muovermi adeguatamente nel mondo editoriale. Un lavoro scritto a quattro mani con una amica romana, Claudia Bettiol, ingegnere e docente universitario, attiva nel settore dell'energia». Per contro l'esordio in libreria risulta datato 2008 con Sottotraccia, poliziesco nel quale Cassani ha lanciato il personaggio del commissario Sandro Micuzzi (un tipo distratto e brontolone, pigro e smemorato, ruvido ma perbene, che non ama giocare secondo le regole e per questo si ritrova silurato dalla Questura, finendo parcheggiato presso il commissariato di via Padova per «presidiare il territorio». Un commissariato che peraltro non esiste: «Onestamente ho voluto copiare quello di Quarto Oggiaro, inventato da Gianni Biondillo, e quello di Calvairate di Giuseppe Genna, uno scrittore quest'ultimo che adoro. Ma non è stato un furto, semmai un omaggio al loro modo di raccontare le periferie». Micuzzi, si diceva, che al suo debutto aveva quarant'anni («In teoria oggi ne dovrebbe avere 46, ma l'invecchiamento è una componente aleatoria per un personaggio, e non ho ancora capito bene se sia il caso di invecchiare insieme»). Un tipo di media statura dai capelli rossicci e arruffati, un po' di pancetta, una predilezione per il vino rosso e la grappa Nardini, che fuma toscanelli e vive da solo nella casa della ex moglie Margherita (una donna insopportabile, diventata comunque una costante - «nel ruolo di antipatica stabile» - nelle trame di questo autore). Di certo un personaggio riuscito: a prima vista «un perdente, come lo sono quasi tutti gli eroi dei gialli, che volevo contrapporre a una città di successo. Tuttavia, nella realtà narrativa, si tratta di un poliziotto che finisce per risultare un vincente in quanto il suo mestiere lo sa fare bene». E che ora, nella sua quarta apparizione, lo troviamo alle prese con un passato che ritorna, tema peraltro ricorrente nelle trame di Cassani. Ecco infatti il giovane Micuzzi nel ruolo di arbitro - siamo nell'ottobre del 1978 - di una partitella di calcio presso l'oratorio del quartiere di Casoretto. Succede che un ragazzino, il futuro carabiniere Aristide Mastronardi, venga falciato in area e che Micuzzi fischi il calcio di rigore, facendo scoppiare il finimondo. E mentre giocatori, padri e cugini se le danno di santa ragione, non lontano dal campetto accade un episodio all'apparenza insignificante, ma legato a uno dei fatti più controversi dell'Italia del dopoguerra (del quale ci si renderà conto soltanto alla fine del romanzo). L'unico a notarlo è il fratello maggiore di Aristide, Gaetano, coinvolto pure lui nella rissa. Sta di fatto che, a più di trentacinque anni di distanza, il reticolo di misteri legati a quell'episodio riemergerà inaspettato a opera di un avvocato americano, che ha deciso di rientrare in Italia con un dvd al seguito contenente un documento scottante, tale da far scatenare forze palesi e occulte. Secondo logica Micuzzi si troverà coinvolto - in un continuo girovagare fra i quartieri storici milanesi - proprio in questa complicata quanto ambigua vicenda, peraltro resa più intrigante dalla presenza invisibile dei nostri servizi segreti (per Cassani i torbidi misteri dell'Italia del dopoguerra rappresentano quasi una costante). Ah, dimenticavamo: ma cosa ci sta a fare quella macchina per scrivere Remington numero otto - quasi un nome in codice - nella prima di copertina del romanzo? Un'altra strizzata d'occhi al mistero. Com'è infatti possibile che ci sia qualcuno che voglia ancora commercializzarle? E per quale motivo? E che dire poi di quella libreria dove succedono strane cose e che una notte verrà addirittura incendiata? Leggere per avere risposte. Senza timore di annoiarsi.
Restiamo fra i misteri di Milano con quella che potremmo definire una strana coppia, nel senso che si tratta di due fratelli gemelli, i meneghini Alberto e Giorgio Ripa, classe 1962, laureati in Chimica e Chimica industriale a poche ore di distanza uno dall'altro e, ovviamente, con il medesimo voto. Alchimia tipica dei monozigoti, che sembrano viaggiare in sintonia in qualsiasi contesto (come peraltro mi resi conto quando insegnavo alla scuola di giornalismo e mi trovai al cospetto di due gemelle le cui virtù, in abbinata agli errori e ai comportamenti, sembravano regolate da un timer). Fratelli per i quali la «creazione di un romanzo giallo è equivalente alla sintesi di una complessa molecola organica». Peraltro lavorando in maniera simbiotica se non addirittura telepatica («Ci sentiamo anche a 300 chilometri di distanza»), con l'uno a fare da spalla all'altro e viceversa. Non a caso l'amalgama narrativa non presenta strappi, come a volte può succedere nei lavori scritti a quattro mani. Ma non mettiamoci in testa di avere a che fare con un thriller concettuale, semmai con un lavoro ad alta tensione emotiva dove, secondo logica, fatti e misfatti sembrano apparentemente slegati l'uno dall'altro. Abilità vuole che, dopo la buona accoglienza ottenuta da Melodia fatale (con diritti venduti in Spagna, Argentina, Cile e Messico), anche la trama de L'ultima mossa (Leone Editore, pagg. 334, euro 14,00) si proponga di piacevole leggibilità (in scena troviamo fra l'altro la stessa squadra investigativa del primo lavoro, guidata da Tobia Allievi, alle prese con i misteri della mente umana e delle sue deviazioni). A fronte di un percorso narrativo ben lontano, quindi, dagli... intrugli molecolari delle loro professioni. In effetti la trama, pur seguendo una sua non semplicistica logica, viene portata avanti all'insegna di una adrenalinica furbizia, che affonda le sue radici nel modo di pensare di un uomo solo, sopraffatto dal dolore, in preda allo sconforto e nella cui mente tiene banco un solo obiettivo: quello di fare giustizia. E se nel romanzo d'esordio il serial killer di turno lasciava messaggi scritti in latino, in questo caso gli omicidi vengono accompagnati con messaggi "rubati" agli scacchi. In tale ottica il lettore dovrà quindi spremersi le meningi, rispolverando il suo bagaglio culturale, per cercare di far breccia nell'intricato ginepraio degli enigmi proposti. Che inizialmente si raffrontano con l'assassinio del garzone di un coiffeur, firmato da un messaggio con il logo di un camaleonte e la celebre mossa del "matto" del barbiere. E sarà solo il primo di una serie di omicidi che insanguineranno Milano, annunciati da altrettante lettere anonime di stampo scacchistico inviate a un maestro di questo affascinante gioco che si trova in vacanza a Madonna di Campiglio. Omicidi per i quali il principale indiziato sembra essere Lamberto Cossali, dirigente dell'azienda chimica Python, sparito nel nulla. Ma sarà davvero questa la pista giusta? Insomma, un lavoro ben costruito - che si regala anche spruzzate di sentimentalismo per catturare l'altra metà del cielo - capace di tenere in scacco il lettore sino all'ultima pagina, quando arriverà l'inattesa soluzione. Il tutto senza sbavature evidenti. Forse perché la narrativa di settore, in Alberto e Giorgio Ripa, era entrata nel loro DNA sin da piccoli, quando attingevano a mani basse dagli Oscar Mondadori per poi salire via via di livello, sino ad approdare a numeri uno del calibro di Agatha Christie, Ken Follett e Jeffery Deaver (autori dalle diversissime connotazioni, ma anche la giusta strada per trovare un percorso narrativo personale quanto innovativo). E se poi la notte per voi sarà ancora lunga, cari amici, potrete dedicarvi anche a leggere i ringraziamenti. Non ne abbiamo visti tanti messi insieme.  
A seguire un altro giallista di qualità - a sua volta tradotto anche all'estero - che attinge la sua capacità divulgativa dal mestiere di giornalista, professione che peraltro aveva iniziato a inseguire ad appena 16 anni. Stiamo parlando di Claudio Paglieri, nato a Genova il 26 settembre 1965, in forza alla redazione del Secolo XIX del capoluogo ligure e sposato con Marta (sua prima lettrice, oltre che solerte critica e alleata), il quale per i tipi della Piemme propone il suo sesto romanzo (esclusi ovviamente i quattro lavori umoristici pubblicati a inizio carriera), ovvero L'ultima cena del commissario Luciani (pagg. 408, euro 16,50). Un lavoro che arriva in libreria al traino del successo ottenuto lo scorso anno da L'enigma di Leonardo (vincitore del Premio NebbiaGialla e finalista dello Scerbanenco), libro quest'ultimo che aveva preso spunto dal suggerimento di un lettore che gli aveva parlato dell'esistenza «di un autoritratto giovanile di Leonardo da Vinci debitamente firmato, che i proprietari non erano però riusciti a far autenticare». Per contro lo spunto per il romanzo che stiamo suggerendo Paglieri l'avrebbe tratto dalla lettura di alcuni libri «davvero speciali», come quello firmato dal giornalista americano, trapiantato in Liguria, Tom Mueller, che rappresenta «una denuncia documentata e puntuale delle truffe che ruotano intorno all'olio d'oliva». Come da titolo, a tenere la scena è Marco Luciani, un uomo alto e magro (è forse l'unico esempio di detective anoressico della narrativa di settore), brusco e a volte maleducato, poco avvezzo ai compromessi, spigoloso ma anche capace di inaspettati atti di generosità, che aveva debuttato in Domenica nera, premio Bancarella Sport 2005, e che ora torna in pista per la quinta volta. Insomma, un poliziotto fuori dalle righe, con una storia alle spalle finita male e che ora è costretto a vivere nella villa di famiglia assieme alla madre e alla zia. Sta di fatto che, nelle sue vesti di commissario, viene curiosamente incaricato (così vuole il questore) di proteggere Dario Dolci, un critico gastronomico soggetto a minacce, reso celebre dal programma televisivo Stelle in cucina. Per la cronaca, Dolci è un tipo esagerato, contradditorio e politicamente scorretto, ma anche molto amato dal pubblico, oltre che venerato (e temuto) dagli aspiranti cuochi. Ma il ruolo di bodyguard a Luciani non sfagiola affatto in quanto lontano anni luce dalla sua etica. Tanto più che per lui, aggirarsi fra ristoranti stellati, una infinità di portate, degustazioni di vino e di olio, rappresenta una specie di supplizio. Lui che passerebbe la vita a mangiare patate bollite e a bere Lemonsoda. In ogni caso non gli occorrerà molto tempo per rendersi conto che la lista di chi odia Dolci è davvero lunga: si va infatti dai ristoratori rovinati dalle sue pessime recensioni alle ambiguità della moglie ucraina (troppo giovane e troppo bella), dall'autista basco dal passato misterioso ai concorrenti della trasmissione che ha umiliato in diretta. Sta di fatto che mentre Luciani inizia a far breccia in questo bel ginepraio di brutta gente, in zona viene ritrovato un cadavere apparentemente senza identità. Vuoi vedere che le minacce ricevute dal critico sono più pericolose di quanto si pensasse e che il caso potrebbe trasformarsi in (un altro) omicidio? Tanto più che certe intuizioni possono giungere quando meno te le aspetti, un po' come succede nei puzzle, dove i primi pezzi sono i più difficili da trovare. Che dire: un romanzo di stretta attualità, imbastito sul filone della cuoco-mania e del proliferare dei programmi di cucina in televisione (dei quali - detto per inciso - ne faremmo volentieri a meno). Ma anche dei discussi temi della qualità...
A questo punto spazio dovuto alla bravura di Maurizio de Giovanni, una penna allenata al successo (i suoi libri sono stati tradotti o sono in corso di traduzione in Francia, Germania, Inghilterra, Spagna, Russia, Danimarca e Stati Uniti) che torna in libreria con Gelo per i Bastardi di Pizzofalcone (Einaudi, pagg. 320, euro 19,00), un romanzo di intrigante leggibilità, che si nutre di un linguaggio crudo quanto popolare e che rimette in pista l'anomala squadra che aveva tenuto banco in due lavori del 2013, appunto I Bastardi di Pizzofalcone e Buio. Un romanzo che risulta imbastito sul feroce omicidio di due fratelli (Grazia e Biagio Varricchio), sul quale si metterà a indagare questo strano gruppo di poliziotti che, passando attraverso l'emarginazione, si sono guadagnati sul campo le... luci della ribalta. Riuscendo così a rimarginare una bruttissima ferita. Tutti - in corso di trama - li troviamo con tanto di nome e cognome, anche se ci piace ricordarli soltanto come Gigi, il Presidente, il Cinese, Hulk, Mammina, Alex e Serpico. Ognuno dei quali - come da titolo - ha le sue idee sul freddo, o meglio sul gelo, che può essere quello meteorologico o, più probabilmente, quello del cuore. Ma torniamo a de Giovanni. Nato a Napoli nel 1958 (città dove peraltro vive e lavora), avrebbe iniziato la carriera di scrittore partecipando a un concorso, peraltro vinto, indetto da Porsche Italia e riservato a giallisti emergenti, con un racconto ambientato nella Napoli degli anni Trenta e intitolato I vivi e i morti. Un racconto che nel 2006 sarebbe stato alla base del romanzo Le lacrime del pagliaccio, riproposto l'anno dopo sotto il titolo Il senso del dolore. Il protagonista? L'azzeccato commissario Ricciardi, che sinora - se non andiamo errati - ha tenuto banco in altri sei lavori. Uno dei quali, Vipera, si è portato a casa il Premio Viareggio e non solo. Dopo aver vinto nel 2012, con Il metodo del Coccodrillo anche il Premio Scerbanenco, lo scorso anno de Giovanni (autore peraltro - lui agguerrito tifoso - di racconti a sfondo calcistico oltre che di opere teatrali) avrebbe voltato pagina dando vita a una nuova serie investigativa, quella dedicata ai citati "Bastardi" e probabilmente ispirata all'87º Distretto di Ed McBain. Una serie che «ha segnato la transizione dal genere noir al police procedural» e i cui diritti sono già stati acquistati a fini televisivi. Detto dell'autore e del suo percorso narrativo, veniamo ora a Gelo, un romanzo ambientato a Napoli nei mesi invernali, stranamente troppo freddi per la città del Vesuvio. E qui troviamo la nostra pattuglia di poliziotti (che in passato erano stati, almeno in parte, coinvolti in un fatto gravissimo, la commercializzazione di una partita di droga sequestrata) a indagare sullo strangolamento della diciannovenne Chiara, proveniente dalla provincia di Crotone, in Calabria. Una ragazza alle prese con un padre manesco, un avanzo di galera con 16 anni di cella alle spalle per omicidio, disposto a uccidere persino la figlia pur di rimediare a quello che lui ritiene... Per questo Chiara si era rifugiata da qualche mese nella casa del fratello più grande, uno studente-ricercatore, a sua volta trovato morto: lei sul letto, lui seduto a una scrivania. Un duplice brutale assassinio, apparentemente senza motivo, che il commissario Luigi Palma (ovvero il citato Gigi) intende risolvere in fretta: da un lato per catturare l'omicida, dall'altro per salvare dalla chiusura il "suo" commissariato. Detto questo, nel valzer dei protagonisti troviamo anche il fidanzato della ragazza, uno squattrinato cameriere che sogna di diventare cantautore e che, proprio per la sua gelosia, a sua volta potrebbe essere considerato un potenziale colpevole. Di sicuro risulterà difficile, per i nostri agguerriti quanto determinati poliziotti, trovare il bandolo della matassa, ovvero la strada giusta per ingabbiare il colpevole e magari regalarsi qualche spruzzata di soddisfazione (leggi pure calore) per allentare la morsa del grande freddo che sembra attanagliarli.
Che dire poi, e qui attingiamo dal passato, del blasonato Rex (Todhunter) Stout, quel genio della narrativa che aveva dato vita e voce al leggendario Nero Wolfe, regalando alla narrativa di settore una robusta svolta? Wolfe il vulcanico omone dal raffinato cervello, principe dell'intuizione nonché amante della buona tavola, narciso che più narciso non si può, oltre che scontroso e introverso; lui protagonista di ben 43 storie, che incombe "minaccioso e ironico" sulla scena, forte delle sue nevrosi e delle sue radicate abitudini. Un geniale investigatore che aveva debuttato nel 1934 in Fer-de-Lance (romanzo peraltro recensito su queste stesse colonne alcuni mesi fa). Ma cosa sarebbe Wolfe senza il suo braccio destro Archie Goodwin, che vive sì nel suo cono d'ombra, ma che riesce a crearsi un suo ruolo grazie alle "pizzicate" che non manca di rifilare al suo datore di lavoro? E in questo sta (anche) la bravura di Stout, che riesce a mettere in contrapposizione l'azione con il pensiero. Ferma restando - come pare di intuire dall'introduzione firmata da Piero Colaprico - una peculiarità: quella legata all'abilità dell'autore di seminare, fra le pieghe delle sue trame, piccoli indizi volti a far riflettere il lettore, a creare insomma una specie di feeling con i protagonisti. Già, Wolfe e Goodwin, due menti così diverse fra loro eppure così vicine: l'uno che vive di orchidee, di ricette e di delitti altrui; l'altro alle prese con bar, marciapiedi e, ci mancherebbe, belle donne. Di fatto lo statunitense Stout, nato nel 1886 e morto nel 1975, ha avuto il merito di sapere abilmente unificare l'hard boiled con il deduttivo (aspetti che incarnano appunto Wolfe e Goodwin). Ma veniamo al dunque, ovvero a Palla avvelenata (Beat, pagg. 188, euro 9,00), un romanzo dall'inizio quanto meno curioso. Nel senso che una bella ereditiera, preoccupatissima, si presenta a casa di Wolfe chiedendo a Goodwin ospitalità per una settimana. Ma a convincere il nostro misogino ad accettare la proposta non bastano i 350 dollari che la fanciulla mette sul tavolo. Succede però che le cose precipitino: la cameriera della ragazza viene uccisa poche ore dopo per strada e stessa sorte toccherà, di lì a poco e fra le mura domestiche, alla sua padrona. Archie si sente responsabile di quanto successo. Così, vista l'insopportabile indifferenza del ciccione a lavorare gratis, si mette a indagare per conto suo. Sin quando...
Il suggerimento di chiusura riguarda invece chi ama il "diverso", ovvero un'antologia di nove racconti di fantascienza, con qualche spruzzata di noir, proposta da La Ponga Edizioni sotto il titolo Cielo e ferro. Il futuro è cambiato (pagg. 104, euro 7,90) e firmata a quattro mani da Italo Bonera (del quale abbiamo parlato lo scorso anno in occasione della pubblicazione di Io sono come voi, edito da Gargoyle) e Paolo Frusca, gli autori che nel 2010 avevano dato alle stampe il romanzo di storia alternativa PhOxGen!, del quale è prevista una trasposizione in graphic novel. Ma torniamo a Cielo e ferro, «un affresco buio e opprimente per dipingere la storia di uno spaventoso movimento di massa, collettore di tutti i fondamentalismi del mondo, non importa di quale natura». In buona sostanza, per chi non mastica la materia come si conviene, ci troviamo di fronte a concetti astratti, ma non più di tanto (dove bene e male si confondono, dove il confine fra il buono e il cattivo risulta quanto mai labile) che si sviluppano «sul drammatico sfondo del conflitto fra il Coordinamento delle Libere Città e la provincia profonda della Nazione di Avraham». Detto questo - e ferma restando la nostra totale ignoranza in materia - chiediamo aiuto a Italo Bonera per ulteriori chiarimenti, il quale non ci mette molto ad accontentarci: «L'ipotesi avrahamismo nasce dall'idea che la divisione del mondo non sia tra Nord e Sud, o tra Est e Ovest, ma tra urbs e provincie profonde, tra centro e periferie. Il nocciolo è nello scontro tra la cultura civile e metropolitana (dialogo, tolleranza, visione complessa del mondo, ricchezza delle diversità) e cultura rozza (soluzioni sbrigative e drastiche a problemi complessi, rifiuto del confronto, monotonia). Scontro che quando diventa estremo porta verso una barbarie collettiva, dove non c'è spazio per civiltà e dialogo. Cosa potrebbe unire fino all'alleanza ebrei ultraortodossi e fondamentalisti islamici? Talebani oscurantisti e suprematisti bianchi? Probabilmente la loro anima intollerante, chiusa e gretta, e il comune rifiuto di un pensiero articolato e critico. E la religione è solo uno strumento funzionale allo scontro e al potere...».

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