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Tutti contro tutti: fra i virologi non c’è accordo sulla natura e sui pericoli delle “varianti”

Molti esperti sembrano scommettere sull’imminenza di una recrudescenza dell’infezione e chiedono misure straordinarie. Ma i dati del contagio in tutto il mondo, Italia compresa, raccontano un’altra storia


22/02/2021

di Paolo Mastromo


Può darsi che non sapremo mai che cosa sta accadendo nel mondo dei “virologi”, una categoria professionale forse troppo repentinamente balzata agli onori della cronaca. Forse non c’è nemmeno niente da sapere, magari si tratta di un “semplice” scontro di opinioni. Tuttavia, ciò che sta accadendo intorno alla “variante inglese” qualche domanda ce la impone. A partire da quelle che chiunque si farebbe: ma è davvero così contagiosa, questa “variante inglese”? E, se sì, in che modo questo “contagio” significa “aumento di pericolo”? E, ammesso che questa contagiosità sia davvero tanto diffusa e tanto perniciosa, i vaccini in distribuzione in tutto il mondo in queste settimane sono ancora efficaci? 
Tutti, leggendo i giornali negli ultimi dieci giorni, hanno avuto modo di conoscere il pensiero dei virologi che vanno per la maggiore (ormai, vere e proprie star mediatiche). E il primo elemento che balza agli occhi è la confusione sui numeri: ciascuno cita i propri, e sono quasi tutti sbagliati. 
Ha incominciato Andrea Crisanti, professore ordinario di microbiologia all’Università di Padova, divenuto famoso per aver suggerito e gestito il primo lockdown italiano, quello di Vo’ Euganeo. Ha detto Crisanti che “la variante inglese in 15 giorni passa dal 10% tranquillamente al 60-70%, con le conseguenze che abbiamo visto in Inghilterra con più di 2mila morti al giorno. Bisogna mettersi una cosa in testa: l’agenda non la decidono né i politici né gli esperti, la decide il virus”. 
Quando ha affermato questa cosa, il 16 febbraio, i morti nel Regno Unito erano 799. E, cosa più importante, la curva epidemiologica stava letteralmente crollando: dal picco del giorno 8 gennaio (68.192 nuovi casi) il dato del 16 febbraio (10.636) rappresentava un calo dell’84%, così che non risultava provata statisticamente né la contagiosità (maggior diffusione) né la mortalità. La realtà indicava l’opposto. 
Gli aveva fatto eco il suo collega di Genova, Fabrizio Pregliasco, secondo il quale “se le varianti del virus diverranno prevalenti in Italia, si potrebbe assistere inizialmente a un aumento dei ricoveri e a un conseguente stress degli ospedali. Se non facciamo presto ad adottare delle contromisure rischiamo una nuova ondata”. Secondo il virologo “se fossero confermati i dati dell'ultimo studio britannico della London School che stima un rischio di morte più alto del 58%, assisteremo sicuramente a un aumento anche importante dei contagi, probabilmente anche dei decessi e dei ricoveri”. 
Anche questo è un dato sbagliato, magari senza ombra di malizia. A tutti e due ha risposto a stretto giro Giorgio Palù, virologo anche lui, e presidente dell’Aifa, l’Agenzia italiana del Farmaco. “Che la variante inglese sia più letale del 30% non è scritto su nessuno studio - ha riferito smentendo il collega -. Lo ha sostenuto solo il primo ministro Boris Johnson, senza base scientifica”. “Come politico - ha spiegato Palù - Johnson vede l’opportunità di imputare all’evoluzione genetica del virus la causa della contingenza epidemica in Uk, nascondendo eventuali responsabilità rispetto a scelte che non hanno funzionato. 
Se la variante circola di più, può contagiare un numero maggiore di persone e produrre un significativo incremento di patologie gravi, ma non significa che sia più virulenta o più letale di per sé. E comunque dagli studi a disposizione questo non risulta. Un virus relativamente poco letale come SarsCov2, che diventa improvvisamente più virulento non si è mai visto, dovrebbe tendere a comportarsi come virus endogeno alla specie umana, che è divenuta l’ospite naturale del virus”. 
Secondo il presidente dell’Aifa, la “variante” potenzialmente più pericolosa non è quella “inglese”; lo sarebbero di più, forse, quella Brasiliana e quella Sudafricana. Anche se è d’uopo constatare che, a oggi, in Brasile (209 milioni di abitanti) si registra nell’ultimo mese una media giornaliera di circa 40 mila contagi i quali, paragonati a quelli dell’Italia (60 milioni di abitanti) in base alla popolazione, ci dicono che “la variante Brasiliana” produce 191 contagi per milione di abitanti, mentre quella “tradizionale”, che è ancora largamente prevalente in Italia, ne “produce” 250. Anche i decessi per Covid del Brasile (circa 1.200 al giorno negli ultimi dieci giorni, 5,7 per milione di abitanti) non sono certo “peggiori” di quelli italiani (6,6 per milione di abitanti). 
Per quanto concerne il Sudafrica basterà evidenziare che la curva epidemiologica ha avuto un andamento praticamente sovrapponibile a quello inglese calando - dal picco dell’8 gennaio (21.980 casi) ai 1.200 casi del 16 febbraio - di ben il 90%. E quindi la cosa buffa è che temiamo che ci accada ciò che sta accadendo agli altri, che però stanno meglio di noi. 
Il principe dei “rigoristi”, Walter Ricciardi, consulente del ministro della Salute Roberto Speranza, nel tentativo di dare valore alla sua ferma contrarietà alla riapertura degli impianti sciistici, ha provato ad assegnare alla Svizzera, Paese confinante, lo scomodo ruolo di possibile veicolo di importazione della “variante inglese” nel nostro Paese. Prendendosi “in diretta” una platea pubblica troppo generosamente (e forse avventatamente) concessa da Fabio Fazio nella trasmissione Che Tempo Che Fa, Ricciardi ha puntato il dito proprio sugli elvetici, accusandoli della responsabilità per la diffusione della variante inglese in Europa, a causa della presenza di turisti del Regno Unito sulle piste da sci della Confederazione. E naturalmente non ha potuto evitare di incassare la secca smentita degli Elvetici sul fatto che “non esiste nessuna evidenza scientifica che i focolai di variante inglese in Europa abbiano avuto origine dagli impianti di risalita elvetici”. 
Forse per timore di essere scavalcato dall’illustre collega, a metà settimana il primario infettivologo dell'ospedale Sacco di Milano, Massimo Galli, altra “star” televisiva, si è affrettato a recepire l’allarme per le “varianti” affermando: “Ho il reparto invaso dalle varianti”, costringendo il suo stesso ospedale, due giorni dopo, a una secca smentita: “…Tali affermazioni al momento attuale non rappresentano la reale situazione epidemiologica all’interno del presidio; su un totale di 314 positivi ricoverati al Sacco dal 31 dicembre al 4 gennaio appena 6 campioni sequenziati su 50 sono risultati affetti da variante inglese”. 
Così che è toccato al più televisivo dei virologi italiani, Roberto Burioni, dire la parola che ormai era nell’aria ma che nessuno osava pronunciare: terrorismo. “La nuova moda - ha detto Burioni - è terrorizzare con la variante. Vorrei farvi notare che varianti virali emergono continuamente e, fino a prova contraria, non rappresentano un pericolo. In particolare non c'è nessun elemento che ci faccia pensare che quelle già individuate sfuggano all'azione dei vaccini più potenti, anzi dati preliminari sembrano suggerire il contrario, anche se poi naturalmente dovremo vedere cosa succede in concreto”. 
Questa affermazione di Burioni introduce l’ultima delle domande che ci siamo poste in apertura: a conti fatti stiamo parlando del vaccino. Anzi, dei vaccini, visto che ormai ne circolano già una mezza dozzina (AstraZeneca, Pfizer, Moderna, il russo Sputnik, il cinese Sinovac) e altri nuovi stanno per aggiungersi a stretto giro. Pensate di quale gigantesco business stiamo parlando: per immunizzare una parte significativa dell’umanità (diciamo il 70%, pari a 5,1 miliardi) occorrono - per le due somministrazioni - circa 10 miliardi di dosi. Non dico altro, ciascuno si faccia i calcoli che preferisce su quanto potrebbe essere ampio questo business. Con l’importanza economica della posta in palio che potrebbe giustificare qualunque omissione, reticenza, leggerezza. 
Fa riflettere, infatti, quanto accaduto proprio l’altro giorno e riportato dal quotidiano tedesco Die Welt: in una zona del Reno-Westfaliafra le due città di Emden e Braumschweig, è stata sospesa la somministrazione del vaccino Astrazeneca, che stava venendo inoculato prima di tutto ai medici e al personale sanitario locale. Il motivo? Le potentissime reazioni avverse (spossatezza e dolori ossei tali da non riuscire a stare in piedi) che hanno interessato 37 persone su 88, costrette a stare a casa, con un conseguente forte deficit di personale sanitario. 
È ancora presto per dire se dovremo collegare le - inevitabili - mutazioni del virus a campagne vaccinali permanenti negli anni; se “inseguiremo” il Sars-Cov-2 in tutte le sue mutazioni, mano a mano che il virus, continuando a mutare come è sua natura e diritto, continuerà a diffondersi e, come ogni coronavirus, finirà per richiedere ogni anno un vaccino diverso. E’ ancora presto per dire quando - e se - quelli del “prima la salute” accetteranno l’idea che si possa tornare al lavoro, allo sport, ai viaggi, alla vita quotidiana, pur restando prudenti e attenti, in un contesto sanitario nel quale siano privilegiate le cure rispetto alle chiusure. Senza attendere anni, magari decenni (perché è questa la più ragionevole prospettiva sulla persistenza del Sars-Cov-2). 
Ed è ancora presto, molto presto, temo, affinché gli esperti - dopo essersi messi d’accordo fra di loro - inizino a comprendere ciò che i meno esperti ormai sanno benissimo: che la diffusione dei vaccini, nuovi e più mirati farmaci, cure appropriate e una organizzazione sanitaria finalmente all’altezza riporteranno anche questo virus nel suo proprio ruolo, quello di una sindrome influenzale, magari stagionale, non particolarmente contagiosa né significativamente letale. 
Ultima, infine, arriverà la politica, ma solo quando i sondaggi, dei quali la politica si alimenta, le concederanno il via libera. E qui, dal momento che i protagonisti dei sondaggi siamo noi, qualche domanda dovremo pur farcela. A partire da cosa vogliamo fare da grandi.

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