Cultura

Tre colpi in faccia sparati da vicino al padre di un giornalista in “Una giornata di nebbia a Milano”

Enrico Vanzina - sceneggiatore, produttore, regista e scrittore - regala ai lettori un giallo che vuole essere un suo personale omaggio alla capitale economica d’Italia. Per poi confidare ai nostri lettori della sua infanzia trascorsa fra i grandi del cinema, dei suoi esordi, delle sue passioni e di quando Flaiano…


29/03/2021

di MAURO CASTELLI


Garbato quanto socievole (“Forse sbagliando do confidenza a tutti”); sincero quanto ironico (“Parlo troppo, per questo a volte finisco per diventare superficiale”); una persona perbene a detta di molti (“E di questo ne vado orgoglioso”), oltre che insofferente alle ingiustizie (“Con qualche sbaglio al seguito visto che, avendo da giovane tirato di box, a volte mi sono lasciato sopraffare dalla rabbia”). Ma anche un numero uno graffiante quanto irriverente (“Purtroppo al giorno d’oggi l’ignoranza e l’incompetenza sembrano essere diventate dei valori”) che di certo non le manda a dire: “Stiamo vivendo un presente rinsecchito di speranze e senza progetti”. 
Di fatto una miniera di curiosità sul mondo del cinema e dintorni Enrico Vanzina. Lui liberale e cattolico (“Una contraddizione in termini, ma ci convivo. D’altra parte in famiglia siamo cresciuti a pane e Malagodi”), portatore di larghi interessi: si propone infatti come sceneggiatore (con oltre cento lavori all’attivo), regista (Lockdown all’italiana è del 2020) nonché produttore cinematografico con la Video 80 che dal 1984 ha finanziato sia lavori per il grande schermo che fiction televisive. Una piccola ditta, a suo dire, che continua a tenere banco “nel ricordo” di suo padre e di suo fratello, oltre che “soggetta in questi ultimi tempi a ristrutturazioni”. E non potrebbe essere diversamente - tiene a precisare - visto “che è nata e cresciuta anche sotto la loro ala protettiva”. 
Che altro? Ad esempio passioni di vecchia data: per la famiglia (“Mia moglie, che è tedesca, si chiama Federica ed è madre di Marco, che ho adottato e che mi ha già reso nonno tre volte”), per il pianoforte (“Me la cavo ancora abbastanza bene”), per le donne (“Ma si tratta soltanto di ricordi di gioventù”) e soprattutto per la scrittura “allargata a qualsiasi genere”. Della quale “non potrei farne a meno”. 
Di certo uno dei massimi esponenti della commedia all’italiana, che lo ha portato a collezionare riconoscimenti a gogò (Grolla d'oro, Premio De Sica, Premio Flaiano, Nastro d'argento, Premio Charlot, Telegatto, Premio America della Fondazione Italia-Usa, Premio Agnes per il giornalismo e Special Award del Premio Alessandro Cicognini). 
Lui autore di commedie teatrali tra le quali Bambini cattivi, messa in scena da Giuseppe Patroni Griffi, e il musical Febbre da cavallo ispirato al celebre film; lui che strada facendo ha firmato diversificati quanto apprezzati libri, e precisamente: Colazione da Bulgari, La vita è buffa, Le finte bionde, La sera a Roma, Una famiglia italiana (“Dove appunto parlo della mia famiglia”), Commedia all'italiana, Il gigante sfregiato, Il mistero del rubino birmano, La donna dagli occhi d’oro e Mio fratello Carlo (“Un lavoro bellissimo. E non dico altro”). 
Lui romano de Roma (è infatti nato sotto il Cupolone il 26 marzo 1949, dove ha praticato diversi sport, come canottaggio, equitazione e calcio), ma con un affetto particolare anche per il capoluogo lombardo. Non stupisce quindi che il suo ultimo romanzo, Una giornata di nebbia a Milano (HarperCollins, pagg. 202, euro 18,00), lo abbia ambientato sotto la Madonnina, una città che dice di amare e di apprezzare (“Non a caso da queste parti ho girato diciotto film, con il ricordo ancora vivo legato a personaggi del calibro di Umberto Simonetta, Giorgio Gaber ed Enzo Jannacci. E quanto mi piacerebbe ripescare quella Milano che non esiste più…”). 
Lui con un debole dichiarato per Marcel Proust, Ernest Hemingway, Francis Scott Fitzgerald e, in primis, per Guerra e pace di Lev Tolstoj. Fermo restando il richiamo alla letteratura americana che conta. Come quella legata alla corrente hard boiled, resa immortale da quel geniaccio di Raymond Chandler e, in subordine, da Dashiell Hammett. Dai quali, per sua stessa ammissione, ha attinto strada facendo “battute e piccole riflessioni”. E appunto su questo filone aveva inizialmente imbastito Il gigante sfregiato, un giallo romano disincantato e spassoso, ironico e drammatico, incalzante e a tinte forti, condito di doppiogiochisti e morti ammazzati, balordi e spacciatori. Il tutto a fronte di una storia d’amore che si snoda fra i quartieri alti della città e le periferie affogate dal cemento. 
E per quanto riguarda invece Una giornata di nebbia a Milano, fresco di stampa e dedicato a un altro Carlo (ovvero Carlo Carabba, oggi in forza alla HarperCollins, “con il quale mi confidavo quando ricopriva l’incarico di responsabile della narrativa alla Mondadori”)? 
Dopo aver messo in scena la Città eterna, questa volta Vanzina ha deciso di raccontare da par suo l’altra grande città italiana, a fronte di una storia che si allarga altrove. Dando voce a un romanzo “elegante e travolgente, capace di alternare ironia e suspense, di caratterizzare al meglio luoghi e contesti, di mettere in scena personaggi che lasciano il segno a partire dai due protagonisti: figure inattese, irriverenti, geniali”. 
E la storia? Come da titolo è una giornata di nebbia a Milano, una di quelle che sembravano non esistere più, come se fosse uscita da un romanzo di altri tempi, da una ballata di giorni lontani. Luca Restelli sta andando al giornale per il quale lavora, alle pagine della cultura, quelle che non sembrano interessare a nessuno. Non ha ancora quarant’anni, e anche i suoi gusti sono passati, come la nebbia di quella mattina, in quanto vive di riferimenti letterari e cinematografici, tra insicurezze e un po’ di superbo disprezzo per il mondo indolente e arrivista che lo circonda. 
All’improvviso arriva in redazione una notizia: quella legata a un omicidio in Corso Vercelli, dove un uomo è stato ucciso nella nebbia con tre colpi di pistola in faccia sparati da vicino. Con l’arresto al seguito di una donna. In redazione nessuno sembra volersene occupare. E allora Restelli (che si racconta in prima persona) si fa avanti, anche perché la cronaca nera gli è sempre piaciuta. Detto, fatto e il servizio è suo. Salvo restare di sasso quando scoprirà il nome della vittima: Giovanni Restelli, suo padre. 
Luca si mette quindi in testa di scoprire i perché e i percome di quel brutale omicidio che lo tocca così da vicino. Per questo inizierà a indagare (“Una indagine - secondo l’autore - coperta dalla nebbia di tante cose”), in parallelo al lavoro delle forze dell’ordine, per scoprire chi è l’omicida. Ma mica è facile trovare un colpevole. Forse è per questo che in natura esiste la nebbia. Per allontanarci dalla verità, per dissimularla, per ridurre le immagini a impressioni, a vedi e non vedi. Sta di fatto che per arrivare alle radici del male dovrà chiedere aiuto a Giorgio Finnekens, geniale scrittore che passa la vita tra libri, fidanzate e qualche bicchiere di troppo. E che con la magia della sua scrittura sa rendere vero quello che forse non lo è... 
Il giudizio? Un garbato e intrigante affresco di vita milanese; una redazione giornalistica che non è più una galleria di teste pensanti, ma di coglionacci allo stato puro; una città raccontata con i ritmi dei tempi andati (Esco di casa e la nebbia me la ritrovo lì, una nebbia vera, densa e pastosa, che pare il vapore biancastro intasato nel tubo di un aerosol. E ancora: Alla mia età ritrovarsi la nebbia tra le dita è come giocare a flipper. Una nebbia che fa riemergere ricordi sepolti…). Il tutto a fronte di una scrittura secca, graffiante, ironica e dal taglio cinematografico (“Ma non scrivo libri per farne film. In ogni caso se qualcuno volesse approfittarne…”), oltre a rapportarsi - ci mancherebbe - con un finale a sorpresa. 
Detto del libro, altro spazio all’ingombrante privato di Enrico Vanzina, figlio d’arte in quanto primogenito del regista e sceneggiatore Steno (pseudonimo di Stefano Vanzina) e di Maria Teresa Nati (una impiegata del ministero degli Esteri che, “frequentando ambasciatori”, per lui avrebbe desiderato la carriera diplomatica), nonché fratello del regista e produttore Carlo (che ha purtroppo lasciato questo mondo nel luglio 2018 a soli 67 anni). 
Lui che ha vissuto sin dalla nascita a stretto contatto con il mondo del cinema: oltre al padre regista, suoi amici dell’adolescenza erano infatti Claudio e Marco, figli del grande Dino Risi. Il quale Dino, “ai funerali di mio padre, che si svolsero il 15 marzo 1988 nella chiesa di San Lorenzo in Lucina - con Alberto Sordi a piangere nascosto dietro una colonna - ebbe ad abbracciarmi e a dirmi con la sua erre moscia: Se ti serve un vicepapà, io ci sono. E in effetti ci sarebbe stato quest’uomo simpatico, intelligente, dal cuore straordinario”. 
E che dire del ricordo ancora vivo di quando “la domenica si cenava da Suso Cecchi D’Amico, nella sua casa di Via Paisiello? Un appuntamento fisso per la grande famiglia del cinema italiano: registi e sceneggiatori, produttori e attori. Di certo era un qualcosa di speciale, visto che allora, al contrario di oggi, nessuno parlava di soldi e nessuno sparlava degli altri, perché tutti si rispettavano. Ed erano dei grandi nomi. Come quelli di Nino Rota, Paolo Panelli e Marcello Mastroianni. Oppure di Luchino Visconti e di Michelangelo Antonioni che non si vergognavano di far recitare Totò e i grandi caratteristi della commedia all’italiana, come Tina Pica e Tiberio Murgia, in quanto ritenevano fosse altrettanto difficile che girare Senso e Rocco e i suoi fratelli, Il grido e Deserto rosso”. 
E appunto in una di quelle serate - come ha avuto modo di raccontare a Paolo Bricco del Sole 24 Ore e che ci ha avuto modo di confermare con ulteriori dettagli - “confidai allo sceneggiatore Age, che in compagnia di Scarpelli a quei tempi andava per la maggiore, che mi sarebbe piaciuto, da diciassettenne pieno di sogni, di fare lo scrittore. E lui mi invitò a sedere (non sapendo che era un caro amico di papà) a fianco di Ennio Flaiano”. 
Il quale “si divertì a prendermi in giro, con tanto di voce impostata e proponendosi in terza persona: Allora caro ragazzo, adesso che hai la possibilità di parlare con un grande scrittore come Ennio Flaiano che ha vinto il primo premio Strega, fagli pure una domanda. Io arrossii, iniziai a grattarmi il collo e, non so come, mi venne fuori una domanda insulsa: a cosa serve scrivere? A quel punto Flaiano si fece serio e, cambiando espressione, mi rispose: Scrivere serve a sconfiggere la morte. E quella frase amara - che ben si addiceva al lato malinconico della sua indole - ancora mi frulla per la testa”. 
Un passo indietro. Ottenuto il Baccalaureat francese al Lycée Chateaubriand di Roma nel 1966, il nostro Enrico - dopo aver frequentato per cinque mesi Lettere alla Sorbona di Parigi - si sarebbe laureato nel 1971, con 110 e lode, in Scienze politiche presso l’Università La Sapienza (“Dove mi beccai anche un voto al top in un esame sostenuto con il leader della Dc, il professor Aldo Moro”). Ma non sarebbe stata quella la sua strada, in quanto era un predestinato per il cinema, visto che di lì a poco il padre lo avrebbe voluto al suo fianco come aiuto-regista per le riprese di L’uccello migratore con Lando Buzzanca, La poliziotta con Mariangela Melato e Piedone a Hong Kong con Bud Spencer. 
Tuttavia, “almeno inizialmente, la regia mi andava stretta. Semmai a intrigarmi era la scrittura, anche se poi di cinema ne avrei fatto tanto. In altre parole avrei percorso la strada opposta di quella di diversi autori che, per vivere, dovevano lavorare per il cinema. Qualche nome? Il citato Ennio Flaiano, ma anche numeri uno come Carlo Cassola, Giorgio Bassani, Mario Soldati e Alberto Bevilacqua”. 
Sta di fatto che oggi “mi diverto a scrivere libri, oltre a tenere da chissà quanto tempo una rubrica sul quotidiano Il Messaggero intitolata Che ci faccio io qui?”. Una rubrica, alternata ad altri pezzi, che risulta molto apprezzata dal pubblico dei lettori romani. Fermo restando che “dal 1990 al 1998 ho scritto anche per il Corriere della Sera. La qual cosa mi ha consentito di iscrivermi quale pubblicista, il 25 gennaio 1995, all’ordine dei giornalisti”. 
Insomma, davvero una vita invidiabile e fuori dagli schemi quella di Enrico Vanzina. Anche se con qualche passo falso, come da regole del gioco. “Successe che nel 1997 facessi con Paolo Villaggio, per la regia di mio fratello Carlo, il film Banzai. Il peggiore di tutti. Con Paolo incuriosito dal sushi, preparato a base di riso e pesce crudo, peraltro apprezzato in tutto il mondo. Ma lui lo voleva assaggiare in versione originale, in pratica costringendoci a trasferirci armi e bagagli a Tokyo. Ci costò parecchio, ma quanto meno mi consentì di scoprire il Giappone, quello vero…”. 

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