Cultura

Tornare a essere protagonisti del proprio futuro

Lorenzo Marsili ci sprona a non subire passivamente la trasformazione del mondo, ma a reagire e dare vita a un nuovo internazionalismo


27/05/2019

di Tancredi Re


Ogni giorno il mondo compie un piccolo passo verso quel terribile momento in cui il battito d’ali di una farfalla scatenerà un uragano che nessuno potrà fermare. È l’esito del cosiddetto effetto farfalla: una locuzione utilizzata in matematica e in fisica che racchiude in sé la nozione maggiormente tecnica di dipendenza sensibile alle condizioni iniziali, presente nella teoria del caos. 
L’idea è che piccole variazioni nelle condizioni iniziali producano grandi variazioni nel comportamento a lungo termine di un sistema. È pure una metafora molto efficace per spiegare anche nelle scienze sociali l’interdipendenza dei fenomeni, secondo cui un’azione semplice, impalpabile, quasi impercettibile - come può rivelarsi, per l’appunto, il battito d’ali di una farfalla - è in grado di scatenare una reazione infinitamente più grande. 
Applicando sul piano pratico la metafora, il battito d’ali di una farfalla a Pechino è in grado di scatenare un uragano a New York, oppure a Vancouver, cioè a migliaia di chilometri di distanza. 
Nel mondo contemporaneo divenuto - attraverso il fenomeno della globalizzazione, della comunicazione, dell’informazione - sempre più interdipendente, stiamo constatando che l’effetto farfalla è in grado di alterare, sconvolgere, far precipitare nel caos anche sistemi complessi. Tutto questo avviene anche perché siamo tutti sempre connessi, di giorno e di notte. Qualche esempio recente? La crisi finanziaria del 2007-08 è esplosa negli Stati Uniti ma si è propagata con gli stessi effetti di una Tzumani in tutto il mondo, nessun Paese escluso. 
La guerra commerciale tra gli Stati Uniti, la Cina e l’Europa combattuta in diverse fasi tra il 2018 e quest’anno imponendo dazi sempre più elevati sul reciproco interscambio commerciale ha avuto un effetto depressivo sui mercati finanziari, influenzati ormai perfino da un semplice sms del presidente americano Trump o da una criptica dichiarazione del suo omologo cinese XiJinping. 
Vi chiederete suppongo dove voglio andare a parare con questa premessa? Semplice. Le crisi (politiche, economiche, finanziarie, sanitarie, migratorie) non sono più gestibili all’interno degli Stati nazionali come li abbiamo conosciuti finora a causa dei limiti delle loro classi dirigenti e delle loro policy. 
Le sfide economiche, tecnologiche, migratorie, sono troppo complesse e richiedono risposte strutturate, condivise, forti che le nostre società e i nostri Stati non sono capaci di concepire e proporre, corrotte dal provincialismo e dalla ricerca ossessiva del consenso per il potere. 
Una risposta ai tempi nuovi che stiamo vivendo giunge da Lorenzo Marsili che nel libro La tua patria è il mondo intero (Laterza, pagg. 181, euro 16,00) ci propone le sue riflessioni sull’umanità incapace, all’interno delle comunità nazionali, di fare fronte alla trasformazione epocale che non siamo più noi a guidare e governare. 
L’autore (filosofo e collaboratore di numerose testate giornalistiche internazionali e italiane, nonché fondatore della Ong “European Alternatives” e con il greco YanisVaroufakis del movimento europeo DiEM25) ci accompagna in una sorta di viaggio attraverso la temperie dei tempi moderni che ci vedono oscillare come canne al vento incapaci di poter influire sugli eventi che promanano da un’entità mutante e irraggiungibile. 
Purtroppo, fa notare Marsili, non è solo il “popolo”, non sono solo gli ultimi, non sono solo gli esclusi ad avvertire una perdita di presa sul futuro. Succede qualcosa di simile anche a molti che il sistema lo scrutano sedendo all’apice. 
“Nell’estate del 2018 - racconta l’autore - il teorico della tecnologia Douglas Rushkoff viene invitato da un gruppo di miliardari a un incontro privato per discutere di futuro e tecnologia. Con sua grande sorpresa dopo le prime domande di rito la conversazione si incentra sulla strategia migliore per fronteggiare quello che i presenti chiamano “l’evento”, ossia un’interruzione della vita civile dovuta a una catastrofe ambientale, a migrazioni di massa o ad una rottura dell’ordine politico. 
Una domanda su tutte occupa la conversazione per più di un’ora: “come mantenere il controllo delle forze di sicurezza dopo ‘l’evento’, dato che il denaro sarà diventato insignificante?”. Quando Rushkoff prova a suggerire che il dispiegamento della tecnologia e un diverso approccio economico e sociale potrebbero evitare una simile catastrofe, e che su questo dovrebbero concentrarsi le energie e le risorse, la risposta è un cortese sorriso di circostanza. Rushkoff esce dall’incontro con una certezza: alcuni fra gli uomini più ricchi e tecnologicamente avanzati del pianeta si sentono svuotati di ogni capacità di cambiare gli eventi. Coloro che dovrebbero governare il mondo, oltre ad avere una paura marcia, si sentono impotenti e incapaci di guidarne il cammino. Hanno capito perfettamente che il paradigma deve cambiare, ma credono sempre meno che sia possibile che ciò avvenga senza una grande catastrofe. 
Si tratta di un’impotenza che arriva nel momento meno opportuno: un momento in cui è proprio l’interezza del sistema-mondo ad apparire terribilmente incapace di affrontare le sfide che ci vengono incontro e di garantire la tenuta sociale, economica e geopolitica del nostro modello di vita e di sviluppo. Proprio quando più necessaria sarebbe una grande visione di riforma e trasformazione del mondo, ecco che la nostra politica si mostra inadatta al compito. Non si tratta di una casualità: è proprio la necessità di un nuovo sistema mondiale a far apparire la nostra politica tragicamente immersa in un triste e inconcludente avanspettacolo. È il mondo, come vedremo, ad aver accelerato e sorpassato le nostre strutture di pensiero e di organizzazione collettiva. 
Che fare allora? Possiamo allora accettare quello che sembra un destino ineluttabile? Possiamo diventare vittime innocenti di un qualcosa di infinitamente più grande di noi senza muovere un dito? Da dove allora potremo ricominciare se non da noi stessi? 
Più che da vaghe e quanto mai astratte riforme istituzionali - suggerisce Marsili - occorre una capacità di mobilitazione che passa attraverso un nuovo protagonismo civico e da un nuovo modo di intendere la politica e il nostro ruolo nel mondo. Noi, solo noi siamo i padroni del nostro destino; noi, solo noi, possiamo forgiarlo, modificarlo, mutarne la traiettoria. E’questa la condizione indispensabile per ridare linfa alla democrazia e restituirle il potere di guidare e non subire il futuro.

(riproduzione riservata)