Cultura

Torna sugli scaffali “Strage”, il libro che aveva messo in croce Loriano Macchiavelli a causa di una pesante denuncia risarcitoria

Ritirato dalla Rizzoli dopo sette giorni dalla pubblicazione, avvenuta il 28 maggio 1990, questa intrigante quanto fantasiosa ricostruzione dei tragici fatti della Stazione centrale di Bologna torna in libreria per i tipi della Einaudi, la casa editrice torinese che gli aveva già concesso fiducia dieci anni fa


07/09/2020

di MASSIMO MISTERO


A volte un libro è come un figliol prodigo: inizialmente ti fa dannare l’anima, ti mette involontariamente nei guai, ma alla fine - una volta sanate le ferite causate dalle velleitarie pretese di chi si sentiva tirato in ballo senza in realtà esserlo stato - ti regala le meritate soddisfazioni. È il caso di Strage (pagg. 586, euro 21,00), un lavoro che aveva fatto sudare le proverbiali sette camicie al suo autore, Loriano Macchiavelli, con richieste di danni fallimentari per chi strada facendo si era trovato a vivere di royalties (anche se si tratta di una penna da sempre molto apprezzata dal pubblico dei lettori). 
In effetti, tiene a ribadire, “passai dei mesi terribili al solo pensiero che mi potessero   rovinare economicamente per quello che avevo scritto. Non mi importava di finire in galera, temevo che mi avrebbero chiesto una cifra insostenibile. E poi ho capito, una volta assolto, che quello era un romanzo difficile da ri-pubblicare. Ad esempio la Rizzoli, che in prima battuta se ne era preso carico, aveva buttato al macero le copie senza nemmeno aspettare la sentenza... E quando Einaudi - anni dopo -  si fece avanti, ero onestamente sfiduciato. Meno male che almeno loro ci hanno creduto...”. 
Al riguardo lo scrittore bolognese tiene a precisare che “Strage doveva far parte di una trilogia sui fatti meno noti del nostro Paese. Il primo, Funerali dopo Ustica, conteneva una versione diversa da quella ufficiale della tragedia del Dc9 Itavia, eppure non suscitò reazioni così pesanti. Direi che, forse, era una storia sbagliata... Che quella giusta era invece proprio quella tirata in ballo in Strage. Il terzo titolo per contro, Un triangolo a quattro lati edito da Mondadori, finì logicamente per prendere una strada diversa”. 
Ricordiamo che in prima battuta Strage aveva previsto - come accennato -  l’utilizzo di uno pseudonimo, Jules Quicher, perché - secondo l’editor della Rizzoli che seguiva il progetto - uno scrittore italiano non sarebbe stato credibile. Il libro, dunque, uscì in libreria il 28 maggio 1990, ma venne ritirato esattamente 7 giorni dopo”. Tuttavia, dando tempo al tempo, la rivincita sarebbe arrivata dopo la decisione del tribunale. Beneficiando di una doppia pubblicazione, appunto da parte della Einaudi, che dopo averlo dato alle stampe nel 2010 lo ha ora riproposto, per la collana “Stile Libero Big”, in occasione del quarantennale del massacro alla stazione di Bologna (2 agosto 1980). 
E per quanto riguarda il canovaccio? La vicenda è stata ricostruita dall’autore - sia pure divertendosi a mischiare le carte con le date e la fantasia - basandosi su documenti e atti giudiziali (per la cronaca il processo, nel periodo in cui la storia fu scritta, era ancora all’esame della Corte d’appello) nonché su informazioni non del tutto chiarificatrici. Così come non avrebbero aiutato più di tanto a far luce su questo drammatico attentato le successive “desecretazioni” degli atti disposte dalla direttiva Renzi, documenti pieni di “omissis” e nomi illeggibili, depennati col bianchetto. In buona sostanza, praticamente inutili. 
In ogni caso, viene da chiedersi, quanto è romanzata e quanto c’è di vero in questo intrigante e provocatorio racconto? E poi a chi si sarà ispirato Macchiavelli - domande che si rincorrono da tempo - per l’ambiguo giornalista Nico Cavallo (che usava il suo giornale come strumento di pressione e ricatti)? E da chi avrà attinto per la figura del criminologo, amico di massoni e mafiosi, che stanco della sua vita, aveva redatto un memoriale in cui raccontava delle trame eversive degli anni Settanta? E qual è il Golpe di cui si parla, o del piano A2, in cui il capo della Loggia Rigolari chiede l’appoggio alla mafia? 
E ancora: perché Jules Quicher (ex agente dei servizi di sicurezza francesi, poi consulente al soldo di aziende private), Claudia Patroni (ex studentessa universitaria, spirito libero e contestatrice, tornata dalla Cecoslovacchia con due Kalashnikov nascosti nella sua 2 cavalli) e Ansaldo Falcione (esperto archeologo, specializzato nell’analisi dei segnali satellitari) si ritrovano a Bologna, pur non conoscendosi, il 30 luglio 1980, incrociando le loro esistenze a quei drammatici avvenimenti che avrebbero sconvolto la vita italiana? 
Inoltre, a tenere banco, incontriamo anche il generale Dalla Vita, una carriera dedicata alla lotta ai poteri oscuri che hanno contaminato la storia italiana; oppure Ceschina, affiliata alla mafia, ma con princìpi e obiettivi mirati, o Vora, uno dei componenti della banda romana della Magliana. 
Insomma, un racconto dove a tenere banco c’è di tutto e di più, in un coagulo di strategie della tensione, di bombe, di terrorismo, per non parlare del ruolo di Cosa nostra e di altre associazioni criminali, oltre alla voglia di “destabilizzare per stabilizzare” nel tentativo di impedire il rinnovamento politico e, di riflesso, le riforme. Con l’ombra dei servizi statunitensi ad aleggiare nell’aria. Fermo restando, pur a distanza di tanto tempo, “il suo potenziale narrativo: personaggi avvincenti, intreccio serrato, ipotesi al confine della realtà, dolorose e inconciliabili verità umane”. 
E per quanto riguarda la valutazione, ancora una volta ribadita, da parte dell’autore? “Si tratta di un parto della mia fantasia. Niente altro che ipotesi di un romanziere, basate su alcuni dati emersi nel corso delle tante indagini eseguite dai magistrati e che io ho utilizzato per aumentare l’interesse dell’intrigo e rendere più credibile la vicenda. Inoltre anche il finale è di pura invenzione. In altre parole chi ritenesse di riconoscersi in uno dei miei tanti personaggi, si tolga subito l’illusione di essere diventato un eroe da romanzo. I personaggi non esistono esattamente come non esiste Jules Quicher”. 
Ribadendo poi - perché la lingua batte dove il dente duole - ciò che aveva già detto. E cioè che “il 15 ottobre 1991 il tribunale civile e penale di Milano lo aveva assolto a fronte di diverse motivazioni”. La più importante “era quella che affermava che l’autore (cioè lui) non era punibile in quanto aveva semplicemente esercitato il diritto di cronaca e di critica, emanazioni dell’articolo 21 della Costituzione che sancisce il diritto di libertà di stampa e informazione. Un diritto-dovere che ancora oggi - punzecchia -  continua a essere messo in discussione da chi ha altri interessi…”. 
Semmai in tutto questo bailamme, tiene a precisare Macchiavelli, risulta sconcertante una specie di premonizione. “Mi era capitato di scrivere, se non sbaglio nel 1976, una storia del commissario Sarti Antonio in cui c’era una bomba alla stazione di Bologna e lui faceva appena in tempo a intervenire per evitare la strage. Inoltre, prima della vicenda della Uno Bianca, avevo scritto un racconto in cui c’era la sparatoria al campo nomadi che poi è avvenuta davvero nella realtà. Non è che i criminali si ispirano ai romanzi, è che chi scrive trova continua ispirazione nella realtà. E i fatti che devono ancora accadere sono già in qualche modo presenti o hanno radici nella cronaca. Lo scrittore è come se li vedesse un po’ prima, li individuasse come possibili... Utilizzandoli peraltro nei suoi libri”.

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