Di Giallo in Giallo

Sul sentiero delle bugie non è più un gioco quando qualcuno muore

L’inglese Ruth Ware graffia affondando la penna nel disagio sociale. Suggerimenti di lettura anche per Ian Manook e Giuseppe Conte


19/03/2018

di Mauro Castelli


Le sono bastati tre romanzi, all’inglese Ruth Ware, per calamitare l’attenzione mondiale e conquistare, in una quarantina di Paesi, milioni di lettori, oltre che a candidarsi per il grande schermo (in termini di diritti, peraltro già acquistati dal Gotham Group). Complice una scrittura volutamente inquietante, che attinge alla psicologia e al disagio sociale; che senza darlo a vedere cattura, intriga e coinvolge. Lei che ha saputo reinventarsi il giallo classico - “Ammetto di essere stata influenzata dalla genialità di Agatha Christie e di altre numero uno di quel periodo, come Josephine Tey (all’anagrafe Elizabeth Mackintosh) e Dorothy L. Sayers” - a uso e consumo del presente. Ovviamente all’insegna di trame credibili quanto di piacevole lettura. 
Lei che nel suo lavoro d’esordio, L’invito, aveva dato voce a un thriller giocato sugli imprevedibili giochi di specchi che attingono dalla psiche umana e che nel secondo, La donna della cabina numero 10, si era confermata penna di talento puntando su una angolatura claustrofobica e stordendo il lettore con un sorprendente finale. 
Lei che ora torna ora sugli scaffali con Il gioco bugiardo (Corbaccio, pagg. 426, euro 17,90, traduzione di Vincenzo Perna e Sara Puggioni), un lavoro inquietante che affonda le sue radici nel disagio sociale; un thriller psicologico allargato al mistery, che si raffronta con un canovaccio ben gestito quanto stuzzicante; una storia che ancora una volta si fa carico di donne intrappolate in un mistero segnato dal terrore, dalla violenza, dalla paranoia e dalla tensione. A fronte di ambientazioni essenziali per integrare i protagonisti nel brumoso contesto narrativo.
Per la cronaca Ruth Ware è nata nel 1977 nel West Sussex, è cresciuta a Lewes, sulla costa meridionale dell’Inghilterra, e ha studiato inglese presso l’Università di Manchester. Una autrice che, prima di fare centro nella narrativa di settore, si era data da fare come cameriera e libraia, oltre a trascorrere un certo periodo in Francia dove aveva insegnato inglese. Quindi il ritorno a Londra, ingaggiata come addetto stampa dalla casa editrice Vintage Publishing (quella che le avrebbe dato fiducia anche come scrittrice), e qui si sarebbe sposata con Ian e avrebbe dato alla luce due bambini (con i quali vive nei dintorni di Brighton). 
Lei da sempre appassionata alle storie per ragazzi (già da piccola ne inventava di curiose per raccontarle a sua sorella), seguita da romanzi per giovani adulti, per i quali aveva dato voce, sotto lo pseudonimo di Ruth Warburton  (da qui l’equivoco sul suo reale nome), alla “Winter Trilogy” composta da A Witch in Winter, A Witch in Love e A Witch Alone, nonché alla serie “The Witch Finder”, forte di Witch Finder e Witch Hunt. Tutti libri pubblicati da Hodder’s Children Books. 
Detto questo, spazio a briciole di trama de Il gioco bugiardo, un lavoro che si nutre di una prosa aspra e tagliente, intensa quanto profonda, che trova il suo punto di incontro in una vicenda ricca di colpi di scena e di personaggi credibili. Una vicenda trattata all’insegna di una bugia (“E quando si è bugiardi alla fine c’è sempre un prezzo da pagare, che spesso finisce sulle spalle di chi è costretto a colmare il divario fra la realtà e quello che si è inventato”) oltre che di atmosfere inquietanti. 
Le protagoniste? Quattro amiche trentenni ed ex compagne di collegio, una delle quali vive in un antico mulino in rovina, sulla costiera di Salten, di fronte alla Manica. E sarà proprio lei, dopo anni di silenzio, a inviare alle amiche-sorelle di un tempo un ambiguo quanto scarno messaggio: “Ho bisogno di voi”. E siccome, in nome dell’amicizia le donne fanno (quasi) tutto, eccole proporsi alla stregua di una società di mutuo soccorso, seppure ognuna sia gravata da problemi personali. Fermo restando un segreto ben nascosto da parte di tre di loro (“Eravate in quattro. Avevate giurato di dirvi la verità. Solo adesso hai scoperto che tra voi c’è chi mente da sempre”). 
Quel che succede è presto detto: Isaprende con sé la figlia e si precipita a Salten, dove aveva trascorso gli anni del liceo, anni che ancora proiettano ombre fosche su di lei. A scuola Isa e le sue tre migliori amiche si divertivano a inventarsi bugie: vinceva chi di loro proponeva la storia più assurda, rendendola però credibile agli occhi degli altri. Ora, dopo diciassette anni, un cadavere è stato ritrovato sulla spiaggia, facendo emergere un segreto terribile. Un segreto che costringe Isa a confrontarsi con il proprio passato e, di riflesso, con le tre amiche che nel frattempo hanno preso strade diverse. Di certo non sarà una rendez-vous sereno: Salten non è un posto sicuro per loro, non dopo quello che hanno fatto. E se avevano creduto che gli anni avessero cancellato ogni traccia, adesso si rendono conto che anche questa è una menzogna. L’ennesima, quella che avevano raccontato a loro stesse. Così come si rendono conto che è giunto il momento di affrontare la verità”.

Voltiamo libro, ridando voce a Ian Manook - pseudonimo di Patrick Manoukian, giornalista, editore e romanziere in quel di Parigi - del quale Fazi, per la collana Darkside, ha pubblicato il terzo episodio della trilogia dedicata a Yeruldelgger, ovvero Yeruldelgger Khaltar Guichyguinnkhen (un nome e un cognome per la verità non semplici da ricordare). “Uno dei personaggi - a detta di Giancarlo de Cataldo - più originali, forti e convincenti apparsi negli ultimi anni nel panorama del noir europeo”. Un ex commissario che era stato in forza alla polizia di Ulan Bator, capitale della Mongolia post-sovietica, ridotta allo stremo da mezzo secolo di dittatura, che ha deciso di ritornare alle tradizioni dei suoi antenati. 
Una scelta meditata, visto che la vita non gli è stata amica: strada facendo ha infatti perso la figlia Kushi in circostanze tragiche, la moglie Uyunga è impazzita e la figlia maggiore, Saraa, sembra fare di tutto per farsi odiare. Logico quindi che per quest’uomo all’antica, onesto sino al midollo, fortemente legato alle tradizioni del suo Paese seppure ben inserito nel presente, la distruzione della famiglia rappresenti un boccone quanto mai difficili da digerire. 
Ma il suo ritiro, nonostante le buone intenzioni, sarà breve. In men che non si dica si ritroverà infatti alla testa - questa la trama di Yeruldelgger. La morte nomade (Fazi-Darkside, pagg. 414, euro 18,50, traduzione di Maurizio Ferrara) - di una sorta di improbabile armata Brancaleone composta da Tsetseg in cerca della figlia rapita, alcuni pittori girovaghi, un bambino-minatore e Guerlei, un’irascibile poliziotta che ogni tanto perde il controllo, sale sul tettuccio del suo fuoristrada e si mette a sparare in aria. 
“Questa scalcagnata compagnia di giro attraversa la steppa per raggiungere un nadaam, festività nazionale dove Yeruldelgger vuole gareggiare con l’arco. Durante la lenta cavalcata, però, l’ex detective s’imbatterà in una serie di omicidi, tutti perpetrati secondo un antico rituale… Sventrata dalle multinazionali, sfruttata dagli affaristi, rovinata dalla corruzione, la Mongolia dei nomadi e degli sciamani sembra aver venduto l’anima al diavolo. Yeruldelgger verrà quindi coinvolto in un’avventura ancora più sanguinosa del solito, con un nuovo nemico da fronteggiare e nuovi scenari da scandagliare. E dalle aride steppe asiatiche al cuore di Manhattan, dal Canada all’Australia, Manook farà soffiare sulle pagine della sua vicenda un vento più nero e selvaggio che mai”. 
Che dire: questo terzo e ultimo appuntamento con Yeruldelgger (dopo Morte nella steppa e Tempi selvaggi) lascerà i lettori a bocca aperta. In quanto Manook sa come dare voce sapiente allo scenario mongolo, un Paese ricco di contraddizioni e dai sapori forti che sono in pochi a conoscere. Ferma restando la genialità del protagonista, una specie di Gengis Khan dei nostri tempi che cattura e intriga inducendo anche alla riflessione. 
E per quanto riguarda l’autore? Manook, che con questa trilogia ha venduto mezzo milioni di copie soltanto in Francia, è nato a Meudon nel 1949. Un giramondo che, dopo aver trascorso - ancora giovanissimo - due anni a viaggiare tra Stati Uniti e Canada percorrendo 40 mila chilometri in autostop, avrebbe studiato Scienze politiche alla Sorbona e poi Giornalismo all’Institut français de presse. In seguito, portate a termine nuove scorribande turistiche fra Islanda, Belize e Brasile, sarebbe tornato in patria per mettere a frutto le sue esperienze di viaggio collaborando alle rubriche di Le Figaro, Télé Magazine, Top Télé, Vacances Magazine e Partir
Sin quando, nel 1987, decise di fondare due società: l’agenzia editoriale Manook specializzata in scritture di viaggio e le Éditions de Tournon. Lui che, già autore di altri tre libri (D’Islande en Belize, Le Temps du voyage: petite causerie sur la nonchalance et les vertus de l’étape e Les Bertignac. L’homme à l’œil de diamant firmato come Paul Eyghar), nel 2013 aveva debuttato sugli scaffali della narrativa di genere con il suo Yeruldelgger. Messo in scena sullo sfondo di un Paese in via di trasformazione, dove “la paura si nutre ancora del fuoco dell’ignoranza”.

In chiusura di rubrica, e qui approdiamo al parterre narrativo di casa nostra, “un romanzo coraggioso e ricco di complessità e di furore, di dolore e di amore per la vita”. Ovvero Sesso e apocalisse a Istanbul (Giunti, pagg. 238, euro 16,00), firmato da Giuseppe Conte, nato a Porto Maurizio, in provincia di Imperia, il 15 novembre 1945 da madre ligure e padre siciliano. E qui avrebbe frequentato elementari e medie dimostrando interesse per la geografia, l’astronomia e la musica. Poi, durante gli anni del liceo, avrebbe sviluppato i primi interessi letterari, approfonditi durante la frequenza della facoltà di Lettere e Filosofia presso l’Università Statale di Milano, dove si sarebbe laureato in Estetica con Gillo Flores lavorando sulla retorica seicentesca. Tematica che diventerà l’argomento del suo primo libro. 
Lui che, strada facendo, avrebbe scritto saggi, libri di viaggio, raccolte di poesie (nel 2006 ha vinto con Ferite e rifioriture il Premio Viareggio), opere teatrali e musicali, nonché diversi romanzi: da Primavera incendiata a Fedeli d’amore, da Terzo ufficiale (premio Hemingway) a La casa delle onde (selezione Premio Strega) sino a Il male veniva dal mare. Di fatto un personaggio eclettico, Conte, che si è proposto anche come raffinato prefatore e traduttore di Walt Whitman, Adunis (alias Ali Ahmad Said Esber), Rabindranath Tagore, Jacques Prévert, Pablo Neruda, Serge Rezvani, Juan Gelman, Juan Uslé, William Blake, Percy Shelley, D. H. Lawrence, Victor Segalen e altri ancora. 
Lui grande viaggiatore e studioso impegnato nel confronto fra il pensiero dell’Oriente e l’Islam; lui che nell’ottobre 1994 aveva promosso a Firenze l’occupazione pacifica della Basilica di Santa Croce con un gruppo di poeti (i capitani del Commando eroico, tra i quali Tomaso Kemeny, Roberto Carifi, Lamberto Garzia), pronunciando sul sagrato della chiesa un discorso in cui rivendicava il primato etico e spirituale della poesia; lui che ha vissuto per lunghi periodi in Francia, e più precisamente a Nizza, mentre ora abita a Sanremo con la moglie Mariarosa. 
Una lunga introduzione questa, peraltro parziale, prima di arrivare al dunque. Ovvero alla trama di Sesso e apocalisse a Istanbul, imbastita su una fuga amorosa in questa città di Giona Castelli (niente a che vedere con il sottoscritto), un libraio genovese che, dopo aver dovuto chiudere per debiti la sua attività nel maggio 2015, accetta l’invito per un fine settimana in Turchia da parte della sua amante segreta, Veronica Solari (detta Vero), donna dalle sfrenate fantasie sessuali, figlia di armatori e moglie delusa di un senatore del Pd. Come non accettare? Vero è bellissima quanto abituata a ottenere qualsiasi cosa. E, oltre tutto, con lei Giona ha trovato una specie di intesa perfetta, spericolata e sensuale, che lo porta addirittura a varcare i confini del lecito. 
Che altro succede in questo thriller di passioni a tinte forti, dove la trasgressione dell’eros finisce per sposarsi con il terrore e il fanatismo dell’Isis, il tutto all’insegna delle devianti contraddizioni del nostro tempo? Di fatto una storia che si nutre di vite e fatti di gente comune in bilico fra “spirito e carne, religione e sensi”. A fronte di una vicenda che prende corpo fra le due sponde le Bosforo, in bilico fra mondi contrapposti e amori al limite. Il tutto segnato da morti misteriose. 
Tornando al dunque, va annotato che il progetto della coppia è quello di “realizzare un sogno di sesso e di trasgressione”. Ma Giona è anche un intellettuale raffinato e, in attesa della sua amante (sono partiti con aerei diversi per non dare nell’occhio), va a trovare “lo scrittore amico Ilhan Durcan, il traduttore arabo di Henry Miller Khaled Nejim e Giuseppe Maria Rizzi, detto Ritz, un amico d’infanzia, ora direttore dell’Istituto Italiano di Cultura. Rizzi è stato per tutta la vita un accanito cercatore di avventure omosessuali estreme, ma adesso ha smesso e confida a Giona di volersi sposare con il suo fidanzato”. 
È in un'atmosfera di questo tipo - cosmopolita, oltre che intellettualmente e sessualmente libera - che si dipana l’avventura di Vero e Giona, “anche se presto questa vacanza erotica, questo scatenamento dei sensi si tingerà di nero. Complice l’ossessione di Vero, quella di essere posseduta da uno sconosciuto, che prende le forme di un ragazzo italiano investito senza danni dall’auto che l stava trasportando dall’aeroporto in albergo. Un incontro che si rivelerà fatale; un cappio che si stringerà attorno al collo, uno dopo l’altro, di tutti i protagonisti”. 
Si chiama Jacopo Lavagna, questo controverso giovanotto, che da bambino ha visto la madre umiliata e picchiata da uomini feroci. Lui che delle donne non sa cosa farsene e che, strada facendo, ha abbracciato la strada dell’Islam, ha deciso di chiamarsi Yusuf e di imbracciare le armi per Allah. E attraverso questa controversa figura la violenza entrerà a far parte del canovaccio del romanzo. Diventando tangibile per Vero e Giona, oltre a intrecciarsi con le vite di uomini con i quali i due hanno poco o nulla da spartire. Un brillante escamotage per regalare ritmo e vivacità al meccanismo narrativo. 
In buona sostanza, in questo romanzo coraggioso quanto complesso, Giuseppe Conte mescola la sua profonda conoscenza di certe tradizioni che, sotto la cappa del conformismo e dell’integralismo, continuano a tenere banco nella vita culturale dell’Islam. Innescando in questo modo il meccanismo delle paure e delle angosce che già da diverso tempo hanno attanagliato l’Occidente. E con le quali - lo ribadiamo - i nostri due protagonisti si troveranno ad avere a che fare in una terra di confine dove l’ombra del Califfato è sempre in agguato.

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