L'Editoriale

Strizziamo un occhio alla ripresa ma li chiudiamo tutti e due sulla campagna acquisti straniera

Non c’è infatti giorno che un pezzo pregiato del made in Italy non passi di mano. Non sarebbe allora opportuno riflettere per poter intervenire?


19/07/2021

di MAURO CASTELLI

Se da un lato ci rallegriamo (la ripresa si dovrebbe attestare quest’anno a ridosso del 5 per cento dopo lo sconquasso dello scorso anno), dall’altro non possiamo non preoccuparci: non passa infatti giorno che un pezzo pregiato del nostro patrimonio operativo finisca in mani straniere. Senza che i nostri uomini di Governo, troppo impegnati a suonarsele di santa ragione su tematiche che potrebbero onestamente aspettare,si decidano ad aprire quanto meno un tavolo di discussione per mettere a punto adeguati interventi e regole. Pena la svendita del nostro tessuto industriale e creativo, che pezzo dopo pezzo sta traslocando all’estero. 
Un processo di depauperamento delle nostre più belle realtà che si sta allargando a macchia d’olio: dalla meccanica al turismo, dall’acciaio all’immobiliare, dalle aziende del lusso a quelle dell’agro-alimentare. Mentre diverse aziende che già figurano in portafogli esteri da un giorno all’altro, senza una apparente giustificazione, decidono di chiudere i battenti, dopo aver ovviamente beneficiato della generosa tolleranza economica di Stato. 
Inoltre, se vogliamo dar retta ai mercati - e qui parliamo della nostra Borsa valori - ci dobbiamo preoccupare per quello che sta succedendo: Piazza Affari è infatti nel mirino della grande liquidità dei big esteri che si sono buttati a caccia dei nostri gioielli. È storia di questi giorni, ad esempio, l’acquisto da parte del fondo Apollo del 67 per cento di Reno De Medici, con relativa Opa per il delisting. Un processo che dall’inizio dell’anno ha interessato anche il Credito Valtellinese (Creval), l’Ima, la Stm, Zanetti, Isagro, Cerved (una delle pubblic company più corteggiate sul mercato) e Retelit. 
Fra le ragioni che portano al delisting, ovvero all’uscita dal mercato, l’intensificarsi delle operazioni di M&A. Non a caso spesso le fusioni e le acquisizioni si concludono - come ha tenuto a precisare Raffaele Jerusalmi, ad di Borsa Italiana - con l’integrazione della società acquisita nel gruppo acquirente. Ma una buona percentuale risulta anche legata al trend di crescita delle enormi masse di capitali a disposizione degli operatori di private equity. 
Di fatto, senza voler esagerare nei piagnistei, siamo quasi arrivati al capolinea di una brutta stagione iniziata con le privatizzazioni dell’industria di Stato, proseguita con il passo falso legato all’ingresso nell’euro (pagato duramente a partire dal 2002 per gli errori di valutazione da parte dell’allora premier Romano Prodi, che concordò un cambio a noi decisamente sfavorevole), reiterata da alcune improvvide decisioni degli ultimi Governi in carica e, infine, messa definitivamente in ginocchio dal dilagare della pandemia da Covid-19. 
A fare le spese dell’avidità straniera, come accennato, i più diversi settori, in primis quello immobiliare, che ha visto pezzi pregiati di Venezia, Milano e Firenze preda delle bordate finanziarie cinesi e arabe. Non bastasse Pechino ha già fatto incetta anche di oltre 400 aziende, per non parlare delle quasi 800 partecipate. Fermi restando i poli produttivi già in mani cinesi, come quello di Prato. Cinesi che hanno anche acquistato, fra l’altro, la squadra di calcio dell’Inter. 
Un altro “brutto” esempio di questi passaggi di proprietà? Basti ricordare - repetita iuvant - le incursioni del miliardario Ren Jianxin, a capo del colosso farmaceutico ChemChina (la cui disponibilità finanziaria risulta a ridosso di un terzo del nostro Prodotto interno lordo) che, oltre ad aver messo le mani sulla Pirelli nel 2015, ha fatto shopping nel campo delle nostre imprese agricole acquisendo circa quarantamila ettari di terre e vigneti in mezza Italia. 
In realtà in mano cinese è passato di tutto: così si va dagli yacht della Ferretti all’alta moda di Pinco Pallino, dagli imballaggi-carta della lucchese Fosber alle penne stilografiche Omas, dalla Esaote alla Plati elettroforniture, sino ad arrivare alla Itt (azienda che con 1.700 ricercatori opera nel campo della robotica). A fronte di capitali di Pechino peraltro accasati, oltre che nella Cassa depositi e prestiti, anche in Enel, Terna, Snam e Ansaldo Energia. 
E che dire poi dell’assalto ai nostri porti, con i tedeschi (il cui mirino è però puntato sulla meccanica, anche se strada facendo non hanno disdegnato nemmeno la Italcementi) a portarsi a casa quello di Trieste. 
Insomma, una preoccupante campagna acquisti che, strada facendo, ha visto i giapponesi acquisire Magneti Marelli, Fiamm, DelClima e Daikin, oltre al passaggio di nostre altre belle realtà come Avio (ora nel portafogli della General Electric), Ansaldo Ferroviaria (da parte di Hitachi) e Rhiag (per mano della Lkw). Per non parlare della ex Ilva di Taranto, tuttora in bilico fra chiusura, ulteriore passaggio di mano oppure oggetto (lo speriamo davvero per le migliaia e migliaia di lavoratori) di una radicale ristrutturazione ecosostenibile. 
Insomma, da diversi anni, ma oggi più che mai, sta andando in scena uno shopping sfrenato ai danni del nostro patrimonio industriale e non solo. Complici importanti realtà, come le tedesche Melitta e Heidelberg, le francesi Cristal Union, Lvmh e Lactalis, Per non parlare di quei birichini della Whirlpool (avete presente la immotivata chiusura dello stabilimento di Napoli?), dei coreani della Haitai Confectionery, degli spagnoli della Ebro Foods o dei qatarioti di Qia. 
Insomma, fumo di Londra all’orizzonte. Anche se, a guardar bene, ci potrebbe essere un positivo risvolto in questi passaggi di proprietà, in quanto i capitali stranieri potrebbero forse contribuire a dare una mano alla nostra ripresa. A patto che vengano messi i puntini sulle i sul merito delle condizioni, ovvero prima che i lavoratori finiscano per pagarne lo scotto. Tanto più che gli esempi, in questo senso, ultimamente si sono andati moltiplicando…

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