Cultura

Storia di un sopravvissuto all'inferno di Auschwitz

Steve Ross, al secolo Szmulek Rozental, ha vissuto per sei anni nei campi di concentramento nazisti. E ora racconta ai giovani cos’è stato l’Olocausto


21/01/2019

di Giambattista Pepi


Nella storia degli orrori del genere umano, l’Olocausto degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale costituisce uno dei capitoli più raccapriccianti e disumani. Di genocidi e di epurazioni nel corso dei secoli se ne contano moltissimi: dalla strage degli innocenti di Erode il Grande (re della Giudea ordinò un massacro di bambini allo scopo di uccidere Gesù, della cui nascita a Betlemme era stato informato dai Magi, temendo che il Messia fosse un sovrano che avrebbe potuto usurpargli il trono), alla deportazione degli armeni (perpetrata dall’Impero ottomano tra il 1915 e il 1916 che causò 1,5 milioni di morti); dalla repressione di Tutsi e Hutu in Ruanda (dal 6 aprile alla metà di luglio del 1994: per circa 100 giorni, vennero massacrate sistematicamente almeno 500mila persone, secondo altre fonti fino ad un milione) alla strage compiuta dai Khmer rossi di Pol Pot in Cambogia (contro militari, dignitari e collaboratori del deposto regime di Lon Nol, ma ne fecero le spese anche occidentali sospettati di intelligence con i sovietici ed altri “nemici” del nuovo regime comunista: dal 1976 al 1979 diverse migliaia di persone furono internate nel famigerato carcere S-21 e poi trucidate dopo essere state torturate). 
Diverse tra loro nei protagonisti (carnefici e vittime), nei tempi e nelle modalità di esecuzioni delle stragi (fucilazioni, impiccagioni, lapidazioni) e nelle motivazioni (per depredarne le ricchezze, conquistarne le terre, annientare etnie di fede diversa, reprimere opposizioni politiche), ma tutte accomunate da un solo, prepotente, profondo, desiderio di sopraffare e sterminare altri uomini differenti per sesso, razza, fede, condizione economica o sociale. Ma di tutte, una in particolare solleva ancora oggi un’indignazione universale, uno sdegno globale, una condanna senza attenuanti di alcun genere. 
È l’Olocausto (shoah in lingua ebraica): il genocidio perpetrato dalla Germania nazista e dai suoi alleati nei confronti degli ebrei dell’Europa e, per estensione, la strage di tutte le categorie di persone dai nazisti ritenute “indesiderabili” per motivi politici o razziali: popolazioni delle regioni orientali europee occupate, ritenute “inferiori”, prigionieri di guerra sovietici, oppositori politici, e gruppi etnici come rom, sinti e jenisch, gruppi religiosi come testimoni di Geova e pentecostali, omosessuali, malati di mente e portatori di handicap.  Tra il 1933 e il 1945, furono tra i 15 e i 17 milioni le vittime dell’Olocausto di entrambi i sessi e di tutte le età, tra cui 5-6 milioni di ebrei. 
L’eliminazione di circa i due terzi degli ebrei d’Europa venne organizzata e portata a termine dalla Germania nazista mediante un complesso apparato amministrativo, economico e militare che coinvolse gran parte delle strutture di potere burocratiche del regime. 
Ebbe inizio nel 1933 con la segregazione degli ebrei tedeschi, proseguì, estendendosi a tutta l’Europa occupata dal Terzo Reich durante la Seconda guerra mondiale con il concentramento e la deportazione. Nel 1941 cominciò l’eccidio di massa sul territorio da parte di reparti speciali nei campi di sterminio dove i nazisti diedero vita alla “soluzione finale della questione ebraica”. L’annientamento degli ebrei non trova nella storia altri esempi a cui possa essere paragonato, per le sue dimensioni e per le caratteristiche organizzative e tecniche dispiegate dalla macchina di distruzione nazista. 
Ecco perché ogni ricordo, ogni episodio, ogni testimonianza dell’Olocausto squarcia ancora la nostra coscienza e ci interroga su come sia stato possibile concepire e portare a compimento questa barbarie. E a tessere la ragnatela di un passato impossibile da dimenticare è Steve Ross ne Il ragazzo di Auschwitz (Newton Compton, pagg. 288, 12,00 euro), tradotto dall’inglese da Nello Giugliano. Un lavoro che si propone alla stregua di una testimonianza agghiacciante della crudeltà dei campi di concentramento e di annientamento dei nazisti.
Il protagonista è appunto Steve Ross, al secolo Szmulek Rozental (ha lavorato come psicologo a Boston per oltre quarant’anni ed è il fondatore dell’Holocaust Memorial del New England), che ha voluto raccontare ai posteri cosa vide e cosa patì nell’inferno di Auschwitz. 
Sopravvissuto a dieci campi di concentramento, tra cui Dachau, dove era incaricato di trasportare i corpi ai forni crematori, Ross ha affidato a questo libro le sue memorie tormentate. Quelle di un uomo che il destino ha voluto sottrarre ad una fine ignobile ed ingiusta che altri avevano deciso per lui allo scopo forse un giorno di poter rendere testimonianza di quanto ha vissuto tra atroci sofferenze proprie e di altri suoi sventurati compagni.
Era il 29 ottobre 1939 quando la sua vita sarebbe cambiata per sempre. I nazisti marciano sul villaggio dove abita, in Polonia, distruggendo le sinagoghe e cacciando i rabbini. Due persone muoiono durante quel primo giorno di saccheggio, ma il peggio deve ancora arrivare. Molto presto tutta la sua famiglia sarà uccisa, e Szmulek, a soli otto anni, è costretto ad affrontare l’incubo dell’Olocausto. 
Con tenacia e determinazione e grazie all’aiuto di altri prigionieri, sopravvive ad alcuni tra i più letali campi di concentramento, tra cui Dachau, Auschwitz, Bergen Belsen. 
Stuprato, picchiato, sottoposto per sei anni ad ogni genere di privazione, vede la sua famiglia ed i suoi amici morire. 
Ma essere riuscito a sopravvivere a questo inferno sulla Terra lo ha spinto a combattere per raccontare alle generazioni future gli errori che non dovranno mai più essere commessi. Dopo la liberazione da parte degli americani, si è trasferito a Boston dove, sotto il nome di Steve Ross, ha cominciato una nuova vita, lavorando costantemente per tenere viva la memoria degli orrori delle persecuzioni. Una testimonianza che è anche un monito per non dimenticare.

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