Cultura

Storia di un mito: l’apoteosi di Roma e dei suoi imperatori

Barry Strauss racconta le vicende dell’Urbe attraverso la vita di dieci uomini e del loro tempo: da Augusto, il fondatore, a Costantino, il cristiano


11/05/2020

di Giambattista Pepi


Tra la seconda metà del II secolo e il I secolo a. C. Roma visse uno dei periodi più tormentati della sua lunga storia. Fu in quel periodo infatti che si registrarono numerose rivolte, congiure, guerre civili e dittature, al termine del quale nacque con Ottaviano il Principato. I prodromi dell’apogeo della più grande potenza politico-militare di tutti i tempi vanno rintracciati nella figura dei dictatores (dittatori) che caratterizzarono l’ultimo secolo della Repubblica e, in particolare, con quella di Giulio Cesare, padre adottivo di Ottaviano, e dictator perpetuus, anche se fu solo con Augusto che il processo giunse a compimento. 
Il principato di Augusto (il titolo Cesare Augusto, unico e inventato per l’occasione, gli venne attribuito dal Senato il 16 gennaio del 27 a.C.) segnò infatti il passaggio dalla forma repubblicana a quella autocratica dell’Impero: senza abolire formalmente le istituzioni repubblicane, il principe assumeva la guida della res publica e ne costituiva il perno politico. 
Gradatamente rafforzatasi la forma assolutistica con i successivi imperatori della dinastia Giulio-Claudia e dei loro successori, il principato entrò in crisi con la fine della dinastia dei Severi nel 235 d.C. La successiva anarchia militare durante la crisi del III secolo condusse alla forma imperiale più dispotica del Dominato. 
Barry Strauss nel libro Imperatori. I 10 uomini che hanno fatto grande Roma (Laterza, pagg. 429, euro 24,00) racconta i dieci che si rivelarono i migliori e i più abili: dal fondatore, Augusto, fino a Costantino, l’imperatore convertitosi al cristianesimo che ne sarebbe divenuto il protettore. 
Un percorso quello intrapreso dallo scrittore (professore di storia alla Cornell University Ithaca nello Stato di New York e autore di molti libri di successo tra i quali ricordiamo La forza e l’astuzia. I greci e i persiani, la battaglia di Salamina; La guerra di Troia e La Guerra di Spartaco, tutti pubblicati da Laterza) che guiderà il lettore a conoscere i più importanti uomini che dai palazzi sorti sul Palatino di Roma, una delle meraviglie del mondo antico con i marmi policromi di cui erano decorati, governavano un regno enorme che, nel momento della sua massima espansione, si estendeva dall’Oceano Atlantico al Mar Nero, dalla Britannia fino all’odierno Iraq. 
Unendo la rigorosa ricostruzione delle fonti con uno stile serrato e la sapiente narrazione, l’autore prende le mosse dalla tragica morte di Giulio Cesare nel Senato di Roma, vittima di una congiura ordita da 66 senatori, guidati da Cassio e Bruto, quest’ultimo figlio adottivo del grande condottiero. 
Ottaviano, pronipote e figlio adottivo di Cesare, ne sarebbe divenuto, dopo avere sconfitto i rivali Marco Antonio e Marco Emilio Lepido (con i quali aveva costituito il secondo triumvirato) il successore. 
Augusto dovette affrontare il difficile compito di conciliare la propria posizione con le tradizioni e con il sentimento dell’epoca repubblicana. Lo stesso contrasto di fronte al quale si era trovato Cesare, quando aveva cercato di trasformare l’ordinamento statale dell’Impero da repubblica a dittatura. 
Augusto - come racconta Strauss - si avvalse dell’esperienza del padre adottivo e trovò la soluzione del problema in un compromesso tutto particolare: restaurò ufficialmente e solennemente l’ordinamento repubblicano, scosso profondamente dai disordini dell’ultimo secolo a.C. ma lo fece con una serie di riserve che avevano l’effetto di accentrare nelle sue mani, e quindi dei suoi successori, tutti i poteri dello Stato. 
Ottaviano non voleva essere considerato un sovrano, ma il primo dei senatori per auctoritas (princeps senatus, da cui sarebbe scaturito il nome principato) di una città libera, il quale, grazie al suo enorme prestigio politico, stava al fianco del governo repubblicano per aiutarlo nel mantenimento dell’ordine pubblico e dell’amministrazione dell’impero universale quale era all’epoca quello di Roma. 
Augusto era quindi l’unica persona dotata di genio politico, mezzi materiali enormi e del favore degli dei abbastanza da farsi carico del peso del governo dell’Impero, che si era rivelato troppo gravoso per gli organi costituzionali della città-stato di Roma. 
Il termine princeps sta difatti a significare “primus inter pares” (primo tra individui di pari dignità) e sanziona contemporaneamente la sua posizione di privilegio rispetto agli altri senatori, ma anche la sua formale condizione d’eguaglianza rispetto ad essi dal punto di vista costituzionale. 
Nel 23 a.C. fu conferita ad Augusto la Tribunicia potestas a vita (che secondo alcuni gli era stata attribuita già dal 28 a.C.), che divenne la vera base costituzionale del potere imperiale: comportava infatti l’inviolabilità della persona e il diritto di intervenire in tutti i rami della pubblica amministrazione, e questo senza i vincoli repubblicani della collegialità della carica e della sua durata annuale. Particolarmente significativo fu il diritto di veto, che garantì ad Augusto la facoltà di bloccare qualunque iniziativa legislativa che considerasse pericolosa per la propria autorità. 
La trattazione del volume parte, per l’appunto, dal grande Augusto, di fatto fondatore del Principato o Impero, passa attraverso le dinastie Giulio-Claudia, Flavia (cui si deve la costruzione a Roma dell’omonimo anfiteatro noto come Colosseo) e dei Severi, per giungere a Diocleziano (che per gestire meglio l’impero lo divise in due parti, tenendo la parte orientale per sé e nominando nell’altra Valerio Massimiano) e concludere questa “cavalcata” storica attraverso i Principi e gli Imperatori romani con il secondo fondatore dell’Impero: Costantino, che con il suo famoso Editto rese il Cristianesimo religione di Stato, e fondò una nuova capitale in Oriente, Costantinopoli, l’odierna Istanbul. 
Strauss descrive e racconta le gesta dei principi e degli imperatori che hanno contribuito a fare grande l’antica Roma. Fu un periodo di grandezza, ma caratterizzato anche da guerre per ingrandire ancora l’impero e difenderlo dai suoi molti nemici a cominciare dai barbari che premevano lungo i confini, complotti, stragi, colpi di Stato a ripetizione, dove l’esercito e i legionari ebbero un ruolo di non secondaria importanza. 
Pur con tutte le sue negatività e criticità, il periodo temporale dell’Impero portò l’Antica Roma al punto più alto della sua gloria e della sua potenza, ma già si intravvedevano i segni del declino di uno Stato minato sempre più minato dalla corruzione, dalla violenza, dalla divisione, dalle vendette che spingeva i corpi sociali gli uni contro gli altri. Esercito, patrizi, plebei, liberti, schiavi, tutti divisi, tutti in contesta tra di loro, ognuno proteso a raggiungere scopi personali, di clan, di ceto, soprattutto denaro e potere, che finirono per prevalere sull’interesse supremo a mantenere unita e forte quella che era stata definita caput mundi, ovvero la capitale del mondo che sotto le sue insegne e le sue armi aveva tenuto in pugno quasi tutta l’Europa, l’Africa settentrionale ed il Medio oriente. 
Dopo la lunga sequela di dittatori, principi e imperatori, cominciarono i disordini e il declino coincise con la sua agonia. Vilipesa dai nemici interni ed esterni, Roma venne impunemente saccheggiata dai barbari: prima dai visigoti di Alarico (410 d.C.), poi dai vandali di Genserico (455 d.C.), quindi i goti di Ricimaro (472 d.C.) fino alla deposizione dell’ultimo imperatore, Romolo Augustolo (476 d.C.) da parte di Odoacre re degli Eruli, che ne prese il posto e decretò la fine dell’Impero romano d’Occidente. Restò in piedi l’Impero romano d’Oriente, ma questa è un’altra storia.  Dopo 2.500 anni la storia di Roma terminò e cominciò il suo mito che dura tuttora.

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