Di Giallo in Giallo

Si può rischiare la pelle per salvare dal carcere a vita un detenuto di colore?

Dalla penna di John Grisham un nuovo graffiante legal thriller ispirato a una storia vera. Luci della ribalta anche su Steve Hamilton e Megan Miranda


27/01/2020

di Mauro Castelli


Alto, elegante, penetranti occhi azzurri: un aspetto da affascinante gentiluomo che piace tanto alle donne quello di John Grisham. Ma soprattutto una penna dal taglio cinematografico (ha fatto incetta di riduzioni per il piccolo e il grande schermo, nonché di riconoscimenti) che sa intrufolarsi a dovere nelle aspettative dei lettori. Giocando su intrighi ed errori giudiziari senza mai dare nulla per scontato, affidandosi a una graffiante scorrevolezza narrativa che non lascia mai intendere dove la storia stia andando a parare. 
Armi che gli risultano congeniali e che ha seminato a piene mani nei suoi trentatre romanzi, in una antologia di racconti oltre che in un saggio e in sei storie dedicate ai ragazzi. Libri peraltro tradotti in 44 lingue a fronte di un venduto a ridosso dei trecento milioni di esemplari. Un protagonista che strada facendo non si è fatto mancare nulla, firmando ad esempio anche due sceneggiature, producendo quattro pellicole, divertendosi a fare l’attore (in Mickey) nonché il doppiatore non accreditato per la televisione in A Painted House
Che altro? Un grande appassionato di football americano (è tifoso dei Pittsburgh Steelers), nonché presidente della squadra dei Panthers come riconoscimento per la pubblicazione de Il professionista (un lavoro, per la cronaca, ambientato a Parma). Lui, tanto di cappello, di umili origini: il padre, per tirare avanti e mantenere i cinque figli, lavorava infatti nei campi di cotone oltre a darsi da fare come operaio edile; lui nato a Jonesboro, in Arkansas, l’8 febbraio 1955, per poi accasarsi con la famiglia, dopo diversi trasferimenti, nella piccola città di Southaven, nel Mississippi, dove, sotto la spinta materna, sarebbe diventato un accanito lettore. Con un debole dichiarato per John Steinbeck, di cui ha sempre ammirato la chiarezza espositiva. 
E sarebbe stato a Southaven che avrebbe frequentato l’università, laureandosi in legge nel 1981 ed esercitando la professione di avvocato per quasi un decennio. Abbinando l’attività forense a quella politica nei ranghi democratici: non a caso venne eletto alla Camera dei rappresentanti del Mississippi, restando in carica per sette anni dal 1983 al 1990. Lui che, pur frequentando la legge, non ha mai smesso di bacchettarla, assicurando scarso apprezzamento per i giudici, i pubblici ministeri, i direttori delle prigioni e l’intero sistema giudiziario americano. Anche per questo, dopo aver sfondato come scrittore, avrebbe abbandonato la professione. 
Successo peraltro arrivato a fatica, dopo un debutto datato 1988 con A Time to Kill (Il momento di uccidere nella versione italiana), supportato da una tiratura di appena 5.000 copie (negli Stati Uniti un niente di niente) dopo essere stato snobbato da diversi editori. Romanzo, frutto di tre anni di lavoro, nel quale aveva raccontato la storia del padre di una bambina stuprata che voleva eliminare fisicamente i colpevoli. 
Ma il botto era nell’aria e sarebbe arrivato nel 1991 con la pubblicazione de Il socio, che si propose negli States come il settimo romanzo più venduto di quell'anno e la cui trasposizione cinematografica lo avrebbe portato agli onori della ribalta internazionale. Sta di fatto che da allora in poi, quasi sempre attingendo dalle sue esperienze giudiziarie, non si sarebbe più fermato. Con una lunga serie di bestseller, fra i quali citiamo Il rapporto Pelican, Il cliente, Il partner, La convocazione, L’ultimo giurato, Il ricatto e Io confesso
Grisham che ora torna sugli scaffali, sempre per i tipi della Mondadori che ha dato alle stampe tutti i suoi lavori (quasi sempre in contemporanea all’uscita americana), con L’avvocato degli innocenti (pagg. 320, euro 22,00, traduzione di Luca Fusari e Sara Prencipe), un legal thriller che si nutre di corruzione, di abusi di potere e di un grossolano errore giudiziario. 
La trama è infatti ispirata, all’insegna della fantasia (personaggi e luoghi hanno infatti il solo scopo di conferire veridicità alla narrazione), a una storia vera: quella di un detenuto texano di nome Joe Bryan, ingiustamente condannato trent’anni fa per l’omicidio di sua moglie quando lui, invece, si trovava a dormire in un albergo a due ore di auto dal luogo del delitto. Con il pubblico ministero - tiene a precisare Grisham in una nota - incapace di stabilirne il movente per il semplice fatto che Joe non ne aveva uno. Eppure ancora oggi, a quasi ottant’anni, è ancora in carcere (il 4 aprile 2019 gli è stata negata la libertà condizionale per la settima volta) nonostante una salute cagionevole. 
Detto questo spazio alla sinossi. “Sono passati più di ventidue anni da quando Quincy Miller, un giovane di colore, è stato arrestato dalla polizia della cittadina di Seabrook, in Florida, con l’accusa di aver ucciso l’avvocato Keith Russo, di cui era stato cliente. Quincy viene frettolosamente processato sulla base di testimonianze e prove poco attendibili nonché di un movente farlocco. Ciononostante viene condannato all'er­gastolo”. 
Per tutto il tempo l’uomo - scampato per un niente alla pena di morte - si professa innocente senza venire mai ascoltato da chicchessia. Sino al giorno in cui, disperato, scrive una lettera alla Guardian Ministries, una fondazione non profit che si occupa di dimostrare l’innocenza dei suoi assistiti salvandoli dalla pena di morte. E che sopravvive con i proventi ricavati da benefattori che ne stimano l’attività e l’impegno. 
“Cullen Post, che è a capo di questa piccola e agguerrita organizzazione, ha all’attivo otto casi risolti e una storia personale sui generis: quando era un avvocato alle prime armi e pieno di ideali, era rimasto fortemente deluso dal sistema giudiziario e dopo una profonda crisi aveva deciso di diventare pastore episcopale, per dedicarsi poi anima e corpo a combattere le condanne ingiuste e assistere gratuitamente i clienti dimenticati dal sistema”. 
Nel tentativo di dimostrare l’innocenza di Quincy Miller (un personaggio fuori dagli schemi e tutto da scoprire), Cullen dovrà cercare vecchi testimoni per smontare le false prove che erano state prodotte. Per questo rischierà la sua stessa vita per via della dilagante corruzione in atto. “Perché il suo cliente è stato incastrato da criminali senza scrupoli che non vogliono certo che lui esca vivo dalla prigione. Inoltre hanno già ucciso un avvocato ventidue anni prima e possono benissimo eliminarne un altro senza pensarci due volte...”. 
In sintesi: un lavoro sorretto da una ben oliata macchina narrativa, da una scrittura fluida quanto accattivante, da personaggi credibili quanto ben costruiti e da una ambientazione dove nulla viene lasciato al caso. A partire dal dubbio e dalle contraddizioni legate alle troppe ingiustizie maturate nelle aule dei tribunali. Un tutto di indubbio livello come peraltro ci ha abituato l’autore, capace di trascinare la storia fuori dal seminato senza darlo a vedere, per poi rientrare in carreggiata a suon di un’intrigante suspense. Fermo restando l’inatteso quanto curioso colpo di scena finale. 


Altra penna di successo a stelle e strisce è quella di Steve Hamilton, nato a Detroit il 20 gennaio 1961, laureato presso l’Università del Michigan e per dieci anni in forza alla Ibm come programmatore informatico, vincitore di due Edgar Award (il prestigioso premio assegnato ogni anno dalla Mistery Writers of America che soltanto altri tre autori si sono portati a casa), ma anche di un Shamus, di un Barry e di altri riconoscimenti. 
Per la cronaca Hamilton, che oggi vive a New York con la moglie e i figli, aveva debuttato nel 1988 con Un giorno freddo in paradiso, un romanzo con il quale inaugurava la serie poliziesca dedicata all’investigatore privato Alex McKnight, forte di undici puntate (due delle quali proposte nella collana Il Giallo Mondadori). 
Nel carnet di Hamilton - un autore tradotto in una quindicina di Paesi - anche Night Work e The Lock Artist (Combinazione mortale nella versione italiana edita da Giunti) nonché due lavori di una nuova serie: quella che vede protagonista un ex detenuto, il primo dei quali è stato pubblicato dalla Einaudi sotto il titolo de La seconda vita di Nick Mason (pagg. 292, euro 18,50, traduzione di Anna Martini). Un lavoro pubblicato negli States nel 2016, seguito l’anno dopo dal secondo episodio intitolato Exit Strategy, peraltro benedetto da due numeri uno come Stephen King (“Un romanzo strepitoso”) e Lee Child (“Di Hamilton leggerei qualunque cosa: è un maestro”). 
Nick Mason, si diceva, un uomo che aveva sempre avuto delle regole, sino al giorno in cui aveva cominciato a ignorarle. E che oggi, visto quel che gli sta succedendo, si rende conto di averne bisogno di nuove. Già, perché lui è in carcere per scontare una forse ingiusta condanna a venticinque anni. Ma la ghiotta occasione è a portata di mano: un galeotto che controlla il proprio giro di affari da una cella di massima sicurezza (si tratta di uno dei più potenti quanto pericolosi boss, che ha in mano non solo il mondo del crimine, ma anche quello della giustizia e della polizia attraverso la mano lunga della corruzione) gli fa una incredibile proposta. 
Di cosa si tratta? Di una specie di contratto ventennale. In altre parole Nick potrà lasciare la prigione all’istante. “Fuori troverà un lavoro di facciata, una casa zeppa di soldi, vestiti eleganti e persino una nuova, bellissima, coinquilina. Ma in cambio dovrà fare tutto ciò che gli verrà chiesto. Il suo telefono potrà squillare in qualsiasi momento, giorno e notte. E lui dovrà eseguire gli ordini”. Nick vorrebbe solo riprendere a vivere da uomo libero e rivedere sua figlia Adriana (ma per lei sarà un bene oppure un pericoloso ritorno quello del padre?). Prima però dovrà tornare sulle pericolose strade di Chicago. Ritrovando la libertà, certo, ma al tempo stesso perdendo tutto. 
In poche parole: un thriller adrenalinico, capace di incastrare il lettore in una trama-ragnatela tanto ben costruita quanto raccontata in maniera brutale, realistica, innovativa. A fronte di un protagonista che non mancherà di trovare supporter, disposti a stare dalla sua parte… 
Fermo restando un inquietante incipit che metterà in allarme chi mastica la narrativa di questo genere: La libertà di Nick Mason durò meno di un minuto. Allora non sapeva, ma poi avrebbe ripensato a quel giorno e ricordato quei primi passi liberi fuori dal cancello, dopo cinque anni e ventotto giorni passati dentro. Non c’era nessuno a tenerlo d’occhio, nessuno a sorvegliarlo, nessuno a dirgli dove andare e quando. In quel momento avrebbe potuto imboccare qualunque strada. Scegliere qualunque direzione. Ma la Escalade nera lo aspettava, e appena fatti quei trenta passi e aperta la portiera del lato passeggero, la sua libertà svanì un’altra volta. 


Luci della ribalta, infine, anche per la debuttante americana Megan Miranda, una bella signora bionda dagli occhi azzurri che dopo aver studiato biologia al Mit, il prestigioso Massachusetts Institute of Technology, avrebbe insegnato la sua materia nelle scuole superiori. 
Lei che oggi vive nel North Carolina con il marito Luis e due figli; lei che si è proposta per la sua prima volta sugli scaffali della narrativa gialla - dopo aver scritto diversi romanzi per ragazzi - con un thriller psicologico, raccontato a ritroso nonché supportato da un magistrale controllo del ritmo narrativo, che ha beneficiato di un inaspettato quanto meritato successo a livello nazionale e internazionale. 
Ovvero Ogni ragazza perduta (Piemme, pagg. 382, euro 19,90, traduzione di Laura Prandino), un lavoro del 2016 che sarebbe stato seguito, l’anno successivo perché il ferro va battuto sin che è caldo, da un’altra storia di successo intitolata The Perfect Stranger
Detto questo spazio alla sinossi di All the Missing Girls, questo il titolo originale del libro che stiamo suggerendo. 
“È passato un decennio - dieci anni possono cambiare una persona. Sei sicura di essere ancora la stessa? - da quando Nicolette Farrell ha lasciato la cittadina in cui è cresciuta per non tornarvi più, ma adesso il passato sembra chiamarla: forse perché è il momento di occuparsi di suo padre, ormai anziano e sprofondato nelle nebbie dell’età, da cui solo ogni tanto si risveglia. O forse perché il presente nasconde qualche insidia di troppo. Fatto sta che per Nicolette è il momento di rimettere piede a Cooley Ridge, anche se è un luogo con il quale non ha mai fatto davvero pace. Tutta colpa di Corinne. La sua migliore amica di allora. L’amica scomparsa, a fronte di trauma mai elaborato”. 
E della quale il padre le ha scritto - visto che i telefoni lo disorientano - poche quanto insinuanti parole: Devo parlarti. Quella ragazza. Ho visto quella ragazza. E poco importa che lui le avesse riempito l’infanzia con frasi che prendeva di peso dalle sue lezioni di filosofia, facendole credere in cose che non potevano essere. Ma quelle poche parole, questa volta, pesano come macigni. 
Secondo logica narrativa il suo ritorno a casa si propone alla stregua di un non facile tuffo nel passato: “Nic rivede infatti non solo il fratello Daniel, ma anche il suo ex Tyler, e quello che allora era il fidanzato di Corinne, Jackson. Erano solo dei ragazzi, all’epoca. Ed eccoli adesso, dieci anni dopo. Anche se non sembrano essere cambiati: stesse dinamiche, stessi legami, stessi segreti sepolti nel passato”. 
Purtroppo succede quel che non doveva succedere: un’altra ragazza, Annaleise, scompare. E in città l’incubo di tanti anni prima sembra tornare più inquietante che mai a tormentare le vite dei protagonisti. Perché la scomparsa di Annaleise ha più punti in comune con quella di Corinne di quanto chiunque riesca a immaginare... 
A conti fatti un racconto ben orchestrato, che si snoda all’insegna dell’inquietudine e della tensione, capace di non lasciare via di scampo al lettore. Insomma, per dirla alla Alafair Burke, l’autrice de La ragazza nel parco e di Sorelle sbagliate, questo thriller “vi farà venire voglia di chiudere le porte e di spegnere i telefoni per poterlo leggere in santa pace sino all’ultima pagina”.

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