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Se un docente dell'Università di Siena offende Giorgia Meloni non è più un’offesa?

Stando agli accademici italiani sembrerebbe proprio di sì. Non bastasse, dove sono finite le femministe?


22/02/2021

di Sandro Vacchi


Un docente dell'università di Siena, quindi non proprio un tamarro di periferia, si è cimentato in un raffinato esercizio filologico che aveva per oggetto Giorgia Meloni, leader di Fratelli d'Italia, partito di destra. Ha detto che non sapeva bene se definirla scrofa oppure vacca: un dubbio che attanaglia le menti meglio nutrite, incerte sul sesso degli angeli, la falsa donazione di Costantino e la secolare polemica sul Filioque terminata con lo scisma d'Oriente. 
In un Paese che si definisce democratico, pur non essendolo affatto, ognuno è libero di pensare ciò che crede di chiunque altro. Sul fatto di esprimerla, quest'opinione, un minimo di educazione e di decenza non guasterebbe. La parte peggiore di questa antipatica vicenda è che il docente universitario – forse spaventato dalle proteste, peraltro scarse, in difesa della Meloni – si è giustificato nel modo più idiota, squallido e ipocrita che mente umana potesse concepire. Ha infatti detto che non intendeva offendere nessuno. 
Dagli accademici italiani apprendiamo dunque che, se si dà della scrofa e della vacca a una donna, non la si offende. Anzi, le si fa forse un complimento. Allora io mi permetto di dire all'esimio professore: “Vada a cagare! “Senza offesa, ovviamente. 
Mentre Giovanni Gozzini, così si chiama, si faceva bollire lo straordinario cervello di cui dispone con la fatale domanda: meglio vacca o meglio scrofa?, accompagnava il suo dotto disquisire Giorgio Von Straten che, a dispetto del cognome nobilmente teutonico, è stato nel consiglio d'amministrazione della Rai, in quello della Biennale di Venezia e ha diretto l'istituto italiano di cultura di New York. Un curriculum da tanto di cappello, dunque. Eppure, questa bella tempra di intellettuale assentiva approvando mentre la fervida mente porcellesca di Gozzini cercava la corretta appartenenza zoologica della Meloni. 
Fin dai lontani esordi in un giornalismo un tempo molto meno raffazzonato di quello attuale, mi fu insegnato di valutare le cose senza il paraocchi. Ho esasperato il precetto, nel corso degli anni, ponendomi sistematicamente una domanda: se questa cosa l'avesse fatta Tizio invece di Caio, che cosa sarebbe successo? Se invece della Meloni avesse conquistato gli onorifici titoli di vacca e di scrofa, poniamo, Laura Boldrini, quale sarebbe stata la reazione? Oggi ci diletteremmo nel veder penzolare a testa in giù il cadavere del reo in un distributore di benzina in piazzale Loreto. Invece... Scommettiamo mille euro contro un centesimo che il professor Gozzini, passata l'indignazione di facciata, rimarrà tranquillo all'università fino alla pensione? Con la sicurezza di farla franca ogni volta che farà certi complimenti a una donna. Ovviamente se costei non sarà della parte politica giusta, la sua, che detiene il potere senza essere stata eletta, per misterioso diritto divino. 
Francamente, degli insulti alla Meloni mi importa fino a un certo punto. Non voto Fratelli d'Italia (come potrei, d'altronde? Qui non si vota mai) e mi disturba quasi tutto quello che odora di fascismo. Ovviamente per i miei amici “rossi”, non essendo nemmeno comunista, io sono in automatico fascista. 
Questo è il raffinato modo di pensare di che detiene il potere in Italia comunque vadano le cose. Un potere da esercitare indifferentemente con i democristiani, i cattocomunisti, l'ultrasinistra di Fausto Bertinotti, quasi quasi anche Berlusconi. E, oggi, addirittura con i Grillini, spernacchiati reciprocamente da un decennio, e soprattutto con i leghisti di Matteo Salvini. Sono gli stessi, costoro, che il PD, da sempre, accusava di tutto, assolutamente di tutto: di ignoranza, di visione politica grezza, di razzismo, di parafascismo, di xenofobia... Mancavano solamente l'abigeato e la guida in stato di ebbrezza, ma non ne sono del tutto sicuro. 
Bene: oggi sono insieme nel governo Draghi che salverà l'Italia, farà aumentare il PIL del duecento per cento, azzererà la disoccupazione, raddoppierà stipendi e pensioni, ci farà vincere i prossimi mondiali di calcio. Non sconfiggerà la povertà, perché a quello hanno già provveduto i Cinque Stelle, come ebbe ad annunciare trionfalmente Luigi Di Maio, oggi per la seconda volta ministro degli Esteri. Senza conoscere mezza parola di inglese. In francese sa invece dire “Merci, monsieur!” ricordo di quando voleva atteggiarsi a uomo di mondo e incassava i due euro del chinotto che vendeva sulle scalinate dello stadio San Paolo. 
Draghi salvatore della patria? Ma lo sappiamo che i morti non si salvano, ma si seppelliscono? L'Italia è morta! MORTA! Non ci credete? Pesco qua e là alla rinfusa, senza cernita alcuna per scegliere soltanto le cose che mi farebbero comodo. 
Fra i democraticissimi grillini è in atto una tragicomica Notte dei lunghi coltelli, come quando in Germania ci fu il sanguinoso regolamento di conti fra SS ed SA. Si stanno epurando dal movimento i “traditori” che hanno votato contro il governo Draghi, preferendo la fede cieca alla poltrona imbottita, l'ideologia pauperista all'opportunismo. Posizioni rispettabili entrambe, sennonché è prassi di questi giocolieri della politica, di questi clown della cosa pubblica, esprimersi non con fumose, interminabili, micidiali per i testicoli, riunioni di cellula nelle sezioni del caro vecchio PCI di un tempo. No, lì si ricorre alla Piattaforma Rousseau di una azienda privata, la Casaleggio & C. Porco cane se qualcuno – politico, magistrato, giornalone immanicato, massoneria, templari, mafia... - si prendesse la briga di indagare su questa nebulosa creatura che stabilisce cosa debbano pensare e votare i rappresentanti del partito oggi più rappresentato in Parlamento. 
L'istituzione di più antica data presente in Italia è il Vaticano. Lo so che è uno Stato indipendente, ma è circondato da Roma e da sempre decide il bello e il cattivo tempo nelle ovattate stanze del potere nostrano. In pochi decenni, tre papi stranieri (un polacco, un tedesco e un argentino), uno dietro l'altro, hanno fatto e disfatto la storia. 
Wojtyla è stato l'ariete e il simbolo della caduta del regimi comunisti. Non dell'ideologia, però. Ratzinger, colto biblista e interprete della dottrina della Chiesa, ha regnato in una fase sociale e politica di passaggio dai popoli e dalle nazioni al globalismo dominante. Fine pensatore, ma timoroso anche della propria ombra, al contrario del predecessore, si dimise piuttosto che occuparsi di eventi, politiche e rivolgimenti che forse gli sfuggivano, e che comunque preferì lasciare a un altro. L'altro è Bergoglio, pontefice regnante, gesuita con singolari simpatie per dittatori comunisti sudamericani che lo omaggiano con crocifissi a forma di falce e martello, votato alla quotidiana intromissione nei fatti italiani (sbarchi clandestini, rom, accoglienza obbligatoria... nostra, non sua). Una volta, dico una, che vada a ficcare il naso nelle questioni interne di spagnoli, francesi, portoghesi? Eppure sono cattolici come gli italiani. 
Solo che il Vaticano è in Italia e si fa i fatti nostri, da sempre e di continuo. La grandissima parte degli italiani, anche di sinistra, ne ha abbastanza di immigrazione indiscriminata, e da tempo ha abbandonato Santa Madre Chiesa. Le parrocchie vengono chiuse, i parroci si estinguono, insieme alle suore vengono importati dal terzo mondo, come le colf filippine, sempre meno sanno di cose italiane o anche solo del quartiere. Alle messe c'è meno gente che in strada in epoca di Covid-19. Lo rilevo, io entro in chiesa solo per guardare le opere d'arte. Fatto sta che i fedeli sono sempre meno fedeli e sempre più distanti, e della Chiesa se ne fregano, soprattutto di quella bergogliana. Come se ne fregano di tutto il resto, e i quattrini che hanno non li versano certo con l'8 per mille al Vaticano, ma se li tengono stretti per i tempi che verranno. Ci sarà ancora il lavoro? E la pensione? 
L'importante è che ci sia Rocco Casalino, portavoce del deposto premier Giuseppe Conte. Per due anni abbondanti ha preso a scudisciate i giornalisti, procurando interviste ai più accomodanti e tenendo a distanza i più ringhiosi. Si beava superbo del ruolo di spin-doctor di Conte, il suo Richelieu, lo incensavano, l'onnipotente ex concorrente del “Grande Fratello” che sedeva a tavola con Angela Merkel. 
Ne parla nella sua fatica letteraria (figurati se non scriveva un libro!) intitolata “Il portavoce”. Reduce, afferma, da una adolescenza difficile e dolorosa, anche in Germania, non vedrebbe l'ora di mandare, a chi lo “bullizzava” anche per la sua omosessualità, le fotografie degli incontri con la Merkel al seguito di Conte, per far vedere quanto era diventato importante e per prendersi una rivalsa. 
Un inciso personale. Io ho seguito per anni Romano Prodi, l'ho intervistato una ventina di volte, compresa la prima intervista che diede da neopresidente del consiglio. Ho intervistato tre volte Mickail Gorbaciov, mentre Boris Elzin gli sfilava la poltrona da sotto il sedere, facendo in auto con lui e Raissa un viaggio in auto da Venezia a Roma, pranzando con loro in una trattoria sull'Appennino toscano, cenando con loro alle Frattocchie, presenti D'Alema e Fassino che dicevano peste e corna di quell'“ubriacone di Elzin”, dormendo nella camera accanto al Grand Hotel di Roma, perché la Zarina col cavolo che voleva riposare alla scuola di partito del PCI. Ho portato Gorbaciov alla sede del Messaggero, dove lavoravo, con mezza Roma bloccata. E lui commentò in diretta la seduta della Duma sulla crisi in Russia. Ho intervistato i due presidenti della Somalia, che si sparavano raffiche d'accuse e raffiche di mitra. Ho seguito cosucce come la banda della Uno bianca, i tre carabinieri ammazzati al Pilastro dai fratelli Savi, il terremoto dell'Aquila, la strage del treno di Viareggio. Sono stato 56 volte a casa di Annamaria Franzoni, la mamma del delitto di Cogne. Senza contare altri innumerevoli fatti di nera, bianca, politica, sport... Bene: la mia massima aspirazione era forse vantarmene con i compagni di liceo o di università, o con i colleghi di giornali di provincia per farli schiattare d'invidia? Lo dicevo sì e no a mia moglie. Io, però, non sono uno psicopatico come Casalino. Romagnolo sì, ma non psicopatico. Ebbene, costui è stato fra gli uomini più potenti d'Italia e adesso va a sbandierare in tutte le tivù la propria omosessualità, che notoriamente in questo Paese è un titolo di merito. E pare si stia cercando un posticino in Rai. 
Ma chi si crede di essere? Al recentissimo G 7 “a distanza”, la Merkel ha accolto con onori degni di un imperatore Mario Draghi, socio del suo medesimo esclusivissimo Club, quello dei potentissimi del mondo. Pare che a un certo punto abbia detto: «Conte chi?», tanto per dire la considerazione di cui godeva l'avvocato Pochette. E il suo portavoce si permette di... 'A Rocco! Stai fora come 'n balcone! 
Questa è la fauna d'Italia. Il Paese che pende dalle labbra di due sciammannate che al “Grande Fratello”, trampolino di lancio proprio di Casalino, si sono baciate sulla bocca. “Con la lingua o senza?” è l'angoscioso interrogativo che toglie il sonno a una massa di decerebrati. 
Un popolo che si beve questi liquami; che butta giù come un caffè i 145 mafiosi che hanno incassato il reddito di cittadinanza grillino:, che se ne sbatte di intere categorie dilaniate dalle politiche schizofreniche anti Virus (ristoranti, impianti sportivi, commercio, artigiani...); che non sa se e quando potrà vaccinarsi, semmai con vaccini mezzi tarocchi; che vede sbarcare nell'indifferenza generale ottocento clandestini in un solo giorno; che sguazza nella più crassa ignoranza, alimentata da insegnanti sottopagati e semianalfabeti e da ministri dell'Istruzione analfabeti del tutto; un popolo di accattoni convinto di cavarsela con l'elemosina criminale del reddito di cittadinanza, non merita alcun buon governo, ma i Casalino & C. 
Draghi? Nemmeno i marziani lo possono salvare: questo popolo è già morto. Requiescat in pace!

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