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Scatta il toto partner per Fca: l'ipotesi Cina e Corea, la tentazione General Motors


10/06/2019

di Artemisia


Fallite le trattative tra Fca e Renault, un’operazione da 35 miliardi di euro che avrebbe portato alla nascita del terzo gruppo automobilistico mondiale dopo Volkswagen e Toyota, ora i mercati si interrogano sul futuro e sulle prossime mosse dei due gruppi industriali. Soprattutto per Fca si pone il problema di cercare nuove alleanze. L’azienda italo americana può vantare una struttura finanziariamente solida ma sotto il profilo tecnologico è in ritardo rispetto ai competitor internazionali. Basti ricordare che la Fiat 500 elettrica sarà disponibile solo a partire dal 2020 quando molti dei concorrenti sono ormai attrezzati da tempo sul fronte delle utilitarie elettrificate. Manca poi un erede nel segmento B, dove un tempo Uno e Punto avevano una posizione di dominanza. 
Inoltre nel 2019 non ci sono nuovi modelli da proporre alla clientela. 
Le vendite di Alfa Romeo e Jeep – i due brand che Marchionne riteneva cruciali, stanno attraversando un periodo difficile. Nei primi cinque mesi dell’anno, l’Alfa ha perso solo in Italia, l metà delle vendite passando da 23.629 a 11.846 vetture consegnate. Negli Usa l’altro grosso nome del gruppo, Jeep, aveva perso nei primi tre mesi dell’anno il 7% delle vendite. Per questo sono necessari nuovi investimenti. L’alleanza o la fusione con un’altra casa automobilistica consentirebbero di realizzare utili economie di scala. 
Il partner più volte evocato è Psa (Peugeot) ma l’operazione ripresenterebbe le stesse problematiche di Renault dal momento che anche in questo gruppo lo Stato francese detiene con il 14,1%, la quota di maggioranza relativa, in condizioni di parità con la famiglia Peugeot e Dongfeng Motor. 
Gli ostacoli che hanno fatto fallire la trattativa per la fusione con Renault risorgerebbero tali e quali aggravati dal sospetto da parte dell’Eliseo che Fca voglia impossessarsi di un campione dell’industria francese. 
C’è chi sostiene che in realtà tra Renaul e Fca la partita non sia completamente chiusa e che il ritiro dell’offerta da parte del gruppo italo americano sia soltanto un modo per mettere alle strette il governo francese e farlo recedere dalle irremovibili condizioni poste. 
Tanto più che il rapporto con i giapponesi della Nissan sembra aver imboccato un vicolo cieco. 
“Nei prossimi dieci anni dimostreremo ancora una volta al mondo chi siamo” ha detto l’amministratore delegato Mike Manley a un gruppo di 200 dipendenti riuniti presso l’Heritage Hub Fiat a Torino, a poche ore dalla rottura con Reanult e prima di ripartire per gli States. “Tutti gli occhi ora saranno puntati su di noi. E va bene così. 
Voglio che vedano e che capiscano che noi continueremo a lavorare per raggiungere gli obiettivi annuali che ci siamo prefissati”. 
All’orizzonte ci sono Hyundai e General Motors come possibili alternative e la cinese cinese Geely, proprietaria di Volvo, Lotus e del pacchetto più sostanzioso di Daimler-Mercedes. 
I coreani hanno come punti di forza una gamma completa di motori diesel, elettrici, ibride e all’idrogeno, oltre a impianti in Europa all’avanguardia. Anche i cinesi hanno ottime tecnologie. Ma si tratta di gruppi inseriti in Paesi dove la presenza dello Stato è dominante e quindi sarebbe difficile avere un rapporto alla pari. 
General Motors sarebbe quindi la soluzione più papabile. Era il progetto che Marchionne accarezzava da tempo e che non gli è riuscito. Il presidente Usa Donald Trump ne sarebbe contento. Se non altro perché a quel punto il baricentro di Fca si sposterebbe definitivamente negli Stati Uniti.

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