Di Giallo in Giallo

Scaltra e imprevedibile: torna sugli scaffali Pietra, la rabdomante-detective

Dalla raffinata penna di Lorenzo Beccati una nuova indagine al femminile nella Genova del 1606. Invito alla lettura anche per Giancarlo De Cataldo e Tess Gerritsen


14/05/2018

di Mauro Castelli


Un gradito ritorno sugli scaffali delle librerie: quello di Lorenzo Beccati, uno degli autori più interessanti e raffinati della nostra narrativa, in abbinata a un suo azzeccato personaggio. Ovvero la misteriosa Pietra, che avevamo imparato a conoscere nel 2014 fra le righe di un romanzo (Pietra è il mio nome) ricco di accattivanti atmosfere e la cui trama si sviluppava a partire dal sabato di Carnevale del 3 marzo 1601 in quel di Genova: una giovane allora poco più che ventenne (oggi - siamo nel 1606 - di primavere ne ha 26), alta e magra, “resistente ai pregiudizi di cui era oggetto, aspra come il pericolo che amava strisciare tra i vicoli della città”. Lei che da tutti viene chiamata la Tunisina, un po’ perché la disprezzano per le sue origini (anche se è genovese a tutti gli effetti) un po’ perché la temono. Sì, perché si tratta di una donna fuori dalle righe, di rara intelligenza, peraltro consapevole che il mondo non le perdonerebbe mai il suo straordinario intuito e il suo eccezionale acume. 
Una figura che trova ispirazione nei variegati interessi storici di Beccati, il quale strada facendo si è divertito (e continua a divertirsi) ad approfondire i comportamenti e i mestieri dei tempi andati. Rimanendo incuriosito e affascinato dal ruolo dei rabdomanti, che non cercavano soltanto acqua, ma anche malattie, persone scomparse o addirittura cadaveri. Il tutto a fronte di una affermazione che lo aveva particolarmente colpito: quella “che la bacchetta usata per le ricerche doveva essere comandata soltanto dagli uomini. E se le donne la volevano usare - rischiando di essere accusate di eresia o satanismo - dovevano farla girare al contrario”. 
Da qui l’idea di “inventarmi una storia legata a un’indagatrice di talento, pronta a muoversi all’insegna di intuizioni brillanti”. Pietra, ça va sans dire, che se fa ancora parte di questo mondo “è perché ha imparato a non farsi notare e a sembrare vulnerabile: in questo modo la gente si sente al sicuro e non la ritiene un pericolo”. Lei che ora torna a calcare la scena ne L’ombra di Pietra (DeA Planeta, pagg. 286, euro 16,00), un “thriller dirompente” che si propone alla stregua di “un sincero omaggio alle straordinarie capacità delle donne di ogni tempo”. 
Un lavoro peraltro ricco di nuovi personaggi: si va dal boia cittadino, un alemanno sparito fra le pieghe del tempo, al Doge Luca Grimaldi De Castro; dal virtuoso liutaio, nonché maestro di cappella, Paolo Foglietta, alla scomoda madre di Pietra, una donna difficile da perdonare. Per non parlare di un giudice virile, di bell’aspetto, che… Personaggi che in buona parte si rifanno alla storia: sia a quella vera che a quella immortalata dai pittori nelle loro tele. In primis rapportandosi con quel genio fiammingo di Pietro Paolo Rubens che “soggiornò più volte nella Superba, ritraendo diverse nobildonne, ma anche dove rischiò di essere ucciso, tanto che gli amici pregarono l’Infanta Isabella di proteggerlo”. 
Ma veniamo alla trama, per molti aspetti inquietante, che si rifà a una vicenda imbastita su due misteri: la scomparsa di Rubens e gli omicidi compiuti da un serial killer, detto Poiana, che uccide le sue vittime servendosi di un micidiale cappio al collo, impossibile da togliere. Si tratta di “una spaventosa figura vestita di nero, il volto nascosto dietro una maschera da rapace”, che si muove nelle tenebre e nel mistero. 
E per quanto riguarda Rubens? Mentre Poiana si dà da fare a modo suo questo pittore, ospite di palazzo Doria, sparisce nel nulla facendo temere il peggio. E “se l’indagine ufficiale sul feroce assassino è affidata al Bargello (il responsabile dell’ordine pubblico) e ai suoi uomini, che peraltro brancolano nel buio, quella sull’artista richiede rapidità e discrezione, per evitare imbarazzi a una delle famiglie più potenti della città. Ecco perché delle ricerche viene incaricata dal Doge, e in gran segreto, la persona più scaltra in circolazione, ma anche la più pericolosa: una donna che non ha paura di nulla. È Pietra, la rabdomante: la cui intelligenza le ha procurato molti nemici, ma è a lei che tutti si rivolgono per risolvere gli enigmi più intricati”. Pietra, la cui vita ha un sussulto quando incontra, sulla porta di casa, una vecchia dall’aspetto miserevole che dice di essere sua madre e di averla abbandonata quand’era ancora in fasce. Logicamente la nostra protagonista, alle prese con sentimenti contrastanti, “non è disposta ad aprirle il suo cuore, benché una tempesta di emozioni stia per abbattersi su tutto...”. 
Detto del suo ultimo romanzo, anche in questo caso di intrigante quanto piacevole lettura, spazio al privato di Beccati. Un uomo dal carattere “relativamente tranquillo”, seppure “ansioso e stressato per la giornaliera messa in onda di Striscia”. Un personaggio che oltre tutto non manca di riservare piacevoli sorprese. A partire dalla sua passione per lo sport: “Mi piace giocare a tennis e soprattutto a calcio dove, oltre a far parte della squadra di Striscia, scendo in campo con i gradi di capitano della Nazionale Calcio Tv, che gioca 12 e passa partite all’anno per scopi benefici. E della quale fanno parte nomi noti del piccolo schermo: come quelli di Bonolis e Smaila, Staffelli e Ghione, Alessandro Cattelan e tanti altri”. 
Lui che - da non credere - possiede una biblioteca composta da ben trentamila volumi, in buona parte letti (“Sono infatti un lettore onnivoro, con un debole dichiarato per Francesco Biamonti, anche se stimo e apprezzo chissà quanti altri autori, come Carrisi, Simoni e Ricciardi, per non parlare di penne straniere, più o meno datate, del calibro di Derek Walcott, Charles Bukowski e via di questo passo”). 
Per la cronaca Lorenzo Beccati è nato a Genova il 24 febbraio 1955 nel popolare quartiere di Cornigliano. Un geniaccio che strada facendo si è proposto sotto le luci della ribalta nei più diversi campi, dopo essere entrato - all’inizio degli anni Ottanta - a far parte della rosa dei più stretti collaboratori di Antonio Ricci, il papà di Striscia la notizia. Un’amicizia peraltro di vecchia data quella fra i due. “Da ragazzini - ricorda infatti Beccati - andavamo entrambi in vacanza sulle montagne del Cuneese, sopra ad Albenga. E poi, spinti dalla stessa passione, iniziammo a fare cabaret al Teatro Instabile di Genova, luogo che avrebbe partorito grandi artisti, per poi proseguire su questa strada. E ora facciamo insieme i pendolari con Cologno Monzese, visto che abitiamo a trecento metri di distanza in quel di Alassio”. 
A titolo di cronaca - repetita iuvant - Beccati si era sposato ad appena vent’anni con una coetanea, Milena, dalla quale, a tamburo battente e per scelta, aveva avuto una figlia. In seguito si sarebbe accasato nella nobiltà dei palinsesti contribuendo a dare vita ad alcuni fra i programmi televisivi più visti e seguiti: da Drive-In (l’innovativo programma, a sua volta ideato da Antonio Ricci, andato in onda dal 1983 al 1988) al MegaSalviShow, da Lupo solitario a Odiens, da Paperissima a Paperissima Sprint ed Estatissima. Per non parlare di Striscia la notizia, una trasmissione irriverente e trasgressiva in onda su Canale 5 dal 7 novembre 1988 che, strada facendo, ha influenzato la cronaca, il costume e anche il nostro linguaggio. Un programma nell’ambito del quale Beccati - prima guida di una dozzina di autori - dà voce all’indovinato personaggio del Gabibbo. 
Una voce presa in prestito da un ex ergastolano che aveva lavorato come aiuto-piastrellista proprio a casa sua: “Usciva dal carcere al mattino, dove stava pagando i suoi errori di gioventù, per farvi rientro alla sera. Era un tipo particolare, con una voce roca che sapeva di fumo, droga e umidità, e il cui tono era improntato a un atteggiamento di meraviglia e stupore. Purtroppo non so, avendolo perso di vista, se qualcuno gli abbia detto del mio mezzo furto oppure se ci sia arrivato da solo. Quel che posso dire è che, dopo aver scontato la pena, si era sposato ed era diventato una persona molto religiosa. Certo mi piacerebbe fargli sapere che quando nell’ottobre del 1990 Antonio (Ricci) si inventò il personaggio del Gabibbo, che in genovese vuol dire amico, io gli proposi appunto la sua voce, subito accettata”. 
La qual cosa non deve stupire più di tanto in quanto Beccati sa come condire e vivacizzare di simpatia il suo lavoro, così come conosce bene i gusti del pubblico, disposto a recepire discorsi chiari che colpiscano nel segno. 
E per quanto riguarda la scrittura? Anche in questo caso un uomo segnato dal successo per via di tanto, tanto lavoro, oltre che di un carismatico feeling abbinato a una capacità fuori dal comune nel puntare sulla semplicità del linguaggio. Sta di fatto che strada facendo avrebbe dato alle stampe quattordici “testi” che hanno spaziato dalla saggistica ai thriller a sfondo storico. E precisamente: La notte dei commercialisti viventi, Storie Tattoo, Il barbiere di Maciste, Il santo che annusava i treni e poi La morte dei comici, Il guaritore di maiali (tradotto in Germania), Il mistero degli incurabili, L'uccisore di seta, 74 Nani russi, Niente monete nelle fontane, Il faro delle lacrime, Pietra è il mio nome, Aenigma e, buon ultimo, L’ombra di Pietra
Libri peraltro supportati da frequenti cambi di casacca. Ma questa volta l’approdo alla De Agostini dovrebbe risultare più duraturo. “Qui - tiene infatti a precisare - ho trovato grande collaborazione a fronte di programmi allargati e di una robusta vicinanza all’autore. In altre parole mi sono subito reso conto che per lo staff di questa casa editrice è importante fare squadra…”. Puntando, aggiungiamo noi, sul suo lavoro di approfondimento e di ricerca, peraltro molto apprezzato dai lettori. Un lavoro che lo vede darsi da fare per buona parte dell’anno. Quindi, una volta trovati i riscontri e imbastite le “scalette”, via alla scrittura “durante le vacanze estive, magari con l’aggiunta di quelle natalizie”. 
E questo è quanto, anzi no. Anticipiamo infatti che Beccati sta già scrivendo un altro romanzo, ambientato nel 1830, che si rifà “alla vicenda di un personaggio, realmente esistito, che usava l’elettricità per rianimare i cadaveri”. Fermo restando il ritorno di Pietra, ormai diventata una figura seriale in campo narrativo. “Che però non farà parte del suo prossimo libro”. 

Altra firma di peso quella di Giancarlo De Cataldo, che per i tipi della Einaudi Stile Libero ha dato alle stampe L’agente del caos (pagg. 322, euro 19,00), una storia già opzionata per il piccolo schermo prima ancora della sua uscita in libreria. D’altra parte il tocco narrativo dell’autore, leggero e intrigante, rappresenta una garanzia, avendo già fatto breccia sui telespettatori attraverso le due stagioni - firmate da Stefano Sollima - della serie ispirata al suo Romanzo criminale. Un lavoro peraltro consacrato dal Premio Scerbanenco, oltre che dall’approdo sul grande schermo con l’omonimo film diretto da Michele Placido (dove lo stesso De Cataldo interpreta il magistrato che legge la sentenza, con il rammarico ancora vivo di “quella pettinatura impossibile, con i capelli laccati di lato”, cui era stato sottoposto). 
E dire che gli editori avevano mostrato non poche perplessità nel darlo alle stampe, a fronte di un poco azzeccato commento (e comunque fuori luogo) da parte di un noto manager: “Ma sì, pubblichiamolo pure, tanto non ne venderà una copia...”. Come volevasi dimostrare. In effetti, verrebbe da dire, se la bellezza è negli occhi di chi la guarda, la forza delle parole è (quasi sempre) nella testa di chi le legge. E non di chi si atteggia a critico.  
Risultato? Un robusto riconoscimento dopo anni di gavetta, nel corso dei quali De Cataldo aveva dato voce a diversi romanzi, testi teatrali e sceneggiature, a suo dire spesso “avari di riscontri”. Sin quando era arrivato quel lavoro del 2002, appunto Romanzo criminale, che gli avrebbe regalato le luci della ribalta; un romanzo incentrato sulle vicende della banda della Magliana nella Roma degli anni Settanta. 
De Cataldo, si diceva. Scrittore, drammaturgo, sceneggiatore, collaboratore di diverse testate giornalistiche. Ma soprattutto una persona gradevole quanto pacata (“Ma è stata una dura conquista, frutto dei tanti cazzotti presi nella vita”), con un debole dichiarato per il sigaro toscano e la pallavolo (“Avevamo iniziato per scherzo una quindicina di anni fa, io e alcuni amici, affittando per due giorni a settimana una palestra…”), oltre che “seguace forzato” di Honoré de Balzac (“Un autore che mio padre, professore di francese, mi obbligava a leggere quand’ero ancora un bambino”). 
Venendo al dunque, L’agente del caos si propone come una storia che poco ha da spartire con quelle sinora scritte. In ogni caso un lavoro che avvince e convince, ricco di personaggi che lasciano il segno e dove “realtà e finzione si intrecciano senza sosta, dando per la prima volta voce, senza alcun moralismo e senza ipocrisia, all’autocoscienza di un’intera generazione”. 
Ma di cosa si nutre la trama? Di una vicenda al limite, che solo la fantasia di una grande penna poteva imbastire. A tenere la scena uno scrittore romano di discreto successo che ha pubblicato un breve romanzo ispirato alla vita di Jay Dark, agente provocatore americano incaricato di inondare di droga i movimenti rivoluzionari degli anni Sessanta-Settanta allo scopo di metterli all’angolo, visto che il confine fra consumatori e spacciatori era quanto mai labile.  Tanto più che, nel clima di quegli anni, alla droga i giovani ci credevano, come a tante altre utopie: la lotta ramata, la rivoluzione dietro l’angolo, la fratellanza con i criminali… Sta di fatto che una volta entrati nel giro degli stupefacenti era difficile uscirne (“I ragazzi volevano cambiare il mondo. Jay Dark li doveva distruggere. In ogni caso, il mondo non sarebbe mai stato più lo stesso”). 
Succede poi che il nostro scrittore, a sorpresa, venga contattato da un avvocato californiano di nome Flint, il quale il suo libro lo ha letto. E visto che non lo ha convinto (anzi, l’ha lasciato perplesso) lo sfida a riscriverlo. Perché la vera storia di Jay Dark è molto diversa. E lui può raccontarla, visto che c’era… 
“Come in un classico di Conrad, la narrazione di Flint spalanca all'improvviso uno scenario internazionale sorprendente. Un’autentica camera delle meraviglie che attraversa trent’anni della storia occidentale, tra servizi deviati, ex nazisti, trafficanti, terroristi, poliziotti onesti e poliziotti corrotti, sesso, ideali e concerti rock”. 
Detto del libro, altre note su De Cataldo, nato a Taranto il 7 febbraio 1956 e di stanza a Roma dal 1974 (anno in cui si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza), dove avrebbe abbracciato la professione di giudice di Corte d'Assise. In altre parole magistrato prima che scrittore, anche se la passione per la letteratura risultava di vecchia data. Una passione che si sarebbe raffrontata, dopo i primi incerti passi, con una lunga serie di successi, peraltro tradotti in numerose lingue. Fra i quali ricordiamo Nero come il cuore, Nelle mani giuste (ideale seguito di Romanzo criminale ambientato negli anni Novanta), Onora il padre, Quarto comandamento, Il padre e lo straniero, La forma della paura, Trilogia criminale, I Traditori, Io sono il Libanese, Nell’ombra e nella luce…  

In chiusura, per chi ama le emozioni forti, da non perdere è l’ultimo thriller firmato dall’americana Tess Gerritsen, nata come Terry Tom a San Diego in California il 12 giugno 1953 da genitori di origine cinese e resa famosa - lei medico con la passione per la scrittura - dalla serie poliziesca “Rizzoli & Isles”, che ha imperversato sul piccolo schermo. Serie che si rifà al piacere di questa scrittrice di “terrorizzare la gente”, tanto da dichiarare: “Adoro il brivido e mi piace travasarlo sugli altri, forse perché sono rimasta condizionata da mia madre che mi leggeva, quand’ero ancora piccola, delle storie spaventose che stranamente mi regalavano sonni tranquilli. Mia madre che adorava - pur non conoscendo bene l’inglese - i film horror a stelle e strisce, tanto che appena ne ho avuto l’occasione ne ho scritto e prodotto uno come indipendente, spargendo - assieme a mio marito Jacob e alcuni altri cari amici - tonnellate di sangue finto e bruciando persino una casa (di proposito) …”. 
Che altro? Una penna tradotta in 35 lingue, a fronte di oltre 25 milioni di copie vendute in una quarantina di Paesi. La qual cosa non deve stupire in quanto, a detta dei critici, Tess Gerritsen si propone fra le regine dei medical thriller, dove tiene la scena in comproprietà con Patricia Cornwell e Kathy Reichs. 
Lei che dopo essersi laureata alla Stanford University in Antropologia, con successiva specializzazione in Medicina interna a San Francisco, ha indossato il camice bianco per un lungo periodo prima di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura, a fronte di 17 thriller, otto romanzi rosa e altri due di diversa estrazione già pubblicati. Dodici dei quali imperniati - come Causa di morte: sconosciuta (Longanesi, pagg. 378, euro 19,90, traduzione di Adria Tissoni) - sulla presenza della detective Jane Rizzoli della polizia di Boston (che nella finzione risulta figlia di genitori di estrazione italiana) la quale, in coppia con un’amica, il medico legale Maura Isles, si dà da fare per risolvere misteriosi delitti. 
Di fatto un thriller per palati forti, del quale ha sprecato elogi quel geniaccio di Lee Child riassumendolo con queste parole: “Una donna sola, uno scenario da incubo, una posta in gioco altissima, suspense mozzafiato. Non troverete niente di meglio”. Per poi alzare il tiro affermando: “Una numero uno, Tess, che di terrore se ne intende e della quale ritengo obbligatoria la lettura”. 
Ma di cosa si nutre la trama di questo romanzo dal ritmo implacabile, dove i capovolgimenti di fronte catturano il lettore dalla prima all’ultima pagina? Di due omicidi a fronte di due diverse scene del crimine, con due vittime che non sembrano aver nulla in comune. “L’enigma pare irrisolvibile per Jane e Maura, tanto più che entrambi i cadaveri presentano mutilazioni agghiaccianti, ma non letali. Proprio per questo la causa della morte risulta difficile da determinare. Non bastasse Jane ha la sensazione che la scia di sangue sia soltanto all’inizio. Eppure, la verità è là fuori, da qualche parte, e qualcuno la conosce. Ma chi? La risposta, che in realtà nasconde altre domande ancor più inquietanti, giunge dalla voce più sconvolgente di tutte: quella di Amalthea Lank”. 
Pluriomicida spietata, incarcerata e ora messa di fronte all’ultimo dei traguardi, poiché afflitta da un male inguaribile, “Amalthea non rinuncia all’ennesima manipolazione psicologica, crudele e perversa. E a esserne vittima è proprio sua figlia, Maura Isles. Amalthea lascia infatti cadere un indizio ermetico sulle strane morti che le due colleghe stanno cercando disperatamente di spiegare. Qualunque cosa lei sappia, però, non è che una tessera del puzzle: l’indagine sembra infatti portare a un oscuro personaggio, sopravvissuto a una tragica storia di abusi… Ma cosa lega quelle morti ai martiri della storia cristiana? Rizzoli e Isles stanno per mettere l’assassino alle corde quando il passato le travolge, minacciando di falciare altre vite innocenti, oltre alle loro stesse esistenze…”. 
Insomma, un’altra prova d’autore per un’eclettica scrittrice che - lo riportiamo a titolo di curiosità - sa suonare anche il pianoforte e il violino. Strumento, quest’ultimo, che l’ha vista far parte di una band di musica celtica ed esibirsi - se non andiamo errati - tre anni fa, accompagnata dalla chitarra di Eleonora Pasquali, presso il museo del violino di Cremona. Il motivo è semplice: Tess ama l’Italia, tanto da averci ambientato Il battito del sangue, romanzo arrivato sui nostri scaffali nel 2015 e imbastito “sul potere che ha la musica di ispirare le persone e cambiare le loro vite a distanza di secoli”. Fermi restando altri temi forti, come quello degli ebrei durante l’occupazione nazista.

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