Cultura

Sarti Antonio sergente, per trentatre volte al servizio dei lettori

In un malloppone di quasi mille pagine Loriano Macchiavelli ha raccolto le indagini svolte dal suo mitico personaggio fra il 1977 e il 2007. Un poliziotto fuori dal tempo, onesto e tenace - approdato con successo anche sul piccolo schermo - che beneficia, oggi come ieri, di una freschezza narrativa che soltanto pochi autori possono permettersi


15/06/2020

di MAURO CASTELLI


È stato, e lo è tuttora per i lettori, un eroe di Bologna, “provincia dell’impero”. Stiamo parlando del colitico Sarti Antonio, uno degli investigatori più amati della letteratura italiana, frutto della geniale penna di Loriano Macchiavelli, decano dei nostri giallisti. Che torna sugli scaffali, per i tipi della Sem (Società editrice milanese), con un malloppone di quasi mille pagine, offerto a soli 20 euro in edizione rilegata e con sovraccoperta a colori, intitolato 33 indagini per Sarti Antonio
Si tratta - annota ironicamente l’autore - di storie scritte fra il 1977 e il 2007 su “quotidiani, riviste, antologie e chissà che altro. Mancano invece i racconti pubblicati fra il 2008 e il 2020 che, prima o poi, raccoglieremo in un altro volume. Per ora i miei 26 lettori si dovranno accontentare di queste 983 pagine. L’editore sostiene che è ideale per le letture estive. Voglio proprio vedere chi si porterà in spiaggia un chilo e mezzo di carta stampata. Senza contare che per reggerlo, durante la lettura, sarebbe necessaria una carrucola…”. 
Ma chi è Sarti Antonio? A tratteggiarlo come si conviene, in una intrigante prefazione, ci hanno (in parte) pensato i curatori Massimo Carloni e Roberto Pirani facendolo parlare in prima persona. Sentiamolo, allora. 
Vengo da una famiglia umile della montagna bolognese e sin da piccolo ho litigato con i libri, l’italiano e, ci mancherebbe, con l’inglese. Sempre da piccolo andavo in chiesa, ma ormai da tempo non ci metto più piede. E se qualche volta bestemmio, è solo per scaricare la rabbia. Rabbia che turno dopo turno, mese dopo mese, anno dopo anno si sarebbe trasformata in una tremenda colite che mi costringe a cercare un bagno con frequenza imbarazzante. Per il resto non so fare del male a una mosca e credo di non essere nemmeno villano. 
Da quando sono entrato in polizia abito a Bologna. Non dico dove perché, con l’aria che tira, per noi questurini un minimo di prudenza è d’obbligo. Tuttavia le chiavi di casa mia le hanno in molti, persino quell’insopportabile Grassona che mi sorveglia dall’appartamento a fianco. Secondo me vuole qualcosa, ma aspetterà a lungo. 
Qualcuno potrebbe pensare che sia un lupo solitario, ma non è vero. Per natura amo stare con gli altri: se c’è un amico in difficoltà, Rosas tanto per non fare nomi, metto mano al portafogli anche se so che non rivedrò una lira. Così come do una mano, fin che posso, anche a quei disgraziati che il mio lavoro e Raimondi Cesare, ispettore capo, mi costringono ad arrestare: barboni, studenti senza un soldo, eccentrici visionari, sfigati di ogni razza. 
Non ho una donna fissa, ma non pensate neppure che io sia uno di quelli lì: sì, sono aperto, democratico e tutto quello che volete, ma se mi prendono per gay mi offendo di brutto. Non sono razzista, solo che non mi piace. Preferisco la Biondina, uno scricciolo di donna che ho incontrato anni fa a battere sui viali a ridosso di Porta Mascarella e che mi è più fedele di una qualsiasi moglie portata all’altare. Dite che sono un vizioso? Ma scusatemi, che differenza c’è tra il mio lavoro e il suo? 
E ancora: non fumo, non bevo, non faccio uso di droga o psicofarmaci (e sì che ne avrei bisogno). Il mio unico vero vizio è il caffè, sul quale non transigo. A questo punto vi chiederete: ma che razza di detective sono? Posso capirvi. Dopo secoli che bazzicate con superuomini di tutti i tipi non è facile ritrovarsi con un questurino come tanti, solo come un cane, che si porta a letto una prostituta e che per metà del tempo ha le braghe in mano. 
Eppure anch’io ho avuto il mio quarto d’ora di celebrità, arrivando in televisione con un certo successo. Inizialmente recitando la parte di me stesso, poi hanno deciso che la mia faccia non tirava e hanno scelto un tipo che incontro ogni tanto a Bologna. Un attore, dicono, anche se io me ne intendo poco. E in quei film che si possono ancora vedere andando sul satellite, se ce l’avete, mi hanno fatto guarire dalla colite e alla Biondina hanno fatto frequentare l’università e persino un concorso in polizia. Non vi dico poi di Rosas: del talpone ne hanno fatto un vecchio sporcaccione un po’ rincoglionito. Ma non sono più io, non siamo più noi. Per fortuna c’è ancora qualcuno che mi racconta per quello che sono veramente: Sarti Antonio, sergente. 
Insomma, questo è il mio profilo. Ma c’è dell’altro. Il mio padre putativo, Loriano, mi ha anche fatto morire il 3 aprile 1987. E gli piace giocarci sul fatto di avermi ucciso. Raccontandola in questo modo: “Erano le 15 e 30 e il suo cadavere era sul mio tavolo da lavoro, la testa fracassata da una pallottola di P38. E come potevo uccidere un dannato questurino nato negli anni feroci della P38 se non con una P38? La fine che meritava. Dal 1974 aveva viaggiato nelle pagine di chissà quanti romanzi e racconti, si era guadagnato la simpatia e la stima (o solo la comprensione?) di tantissimi lettori in Italia e fuori, molti dei quali sono convinti di averlo incontrato per strada almeno una volta”. 
Ma non è tutto: “Nelle università era entrato nelle tesi di laurea mentre nelle scuole medie si era fatto un sacco di amici. Insomma, le cose gli andavano bene. E andavano bene anche a me. Allora perché ammazzarlo? Perché compiere l’estremo atto, il più odioso che un autore possa compiere sul proprio personaggio?”. 
In realtà “ho ammazzato Sarti Antonio - questurino umile e mediocre, ma uomo della rara specie dei Don Chisciotte - perché non lo sopportavo più, perché erano riusciti a farmelo odiare, perché mi avevano fatto capire il grande divario fra lui e i suoi colleghi stranieri e infine perché turbava i sonni infantili della critica specializzata di casa nostra. In realtà è stata la critica a premere il grilletto e io gliene ero stato grato. La critica l’aveva aiutato a nascere e la critica lo aveva ucciso. Nel nostro Paese un protagonista del genere poliziesco non poteva sopravvivere a lungo al costante, puntiglioso, perfido attacco che gli veniva mosso. Al continuo odioso confronto con i colleghi di altri Paesi. Da noi Maigret non sarebbe andato oltre il quarto libro. Non certo per demerito del suo autore…”. 
Così “ho deciso di farlo fuori, anche perché mi ero stancato di sentirmi chiedere dagli editori e dai lettori un’altra storia. In realtà per me era diventata una specie di sofferenza. Così farlo morire nel 1987 in Stop per Sarti Antonio era stato facile. Anche se, quando hai creato un personaggio azzeccato e lo vuoi togliere di mezzo, finisci prima o poi per farti prendere dalla nostalgia. Semmai risulta difficile farlo resuscitare. Sta di fatto che a un certo punto, spintonato da tutte le parti, lo avrei riportato in vita senza tuttavia spiegarne il perché, tanto più che nessuno si era posto il problema”. 
In effetti quando Sarti Antonio tornò a indagare, “mi limitai a fargli domandare da Rosas: Ma tu non eri morto? E lui di rimando: Sì, è una lunga storia che poi ti spiegherò. In realtà non l’avrei mai fatto, anche se potrei spiegarlo nell’eventualità che qualcuno me lo chiedesse. Perché la soluzione all’interrogativo - visto che nessuno aveva assistito alla sua morte - me l’ero già preparata…”. 
A questo punto, prima di augurarvi una buona lettura di queste trentatre indagini con protagonista Sarti Antonio (alcune le avrete già lette, certamente, ma altre vi saranno sfuggite), ricordiamo che Loriano Macchiavelli - repetita iuvant - è nato il 12 marzo 1934 a Vergato, in provincia di Bologna, città dove vive alternando i suoi soggiorni nel “buen retiro” di Monteombraro, sulle colline modenesi. Un borgo che dall’alto strizza l’occhio alla suggestiva basilica di San Luca. 
Ed è qui che, da diversi anni a questa parte, spreme il suo computer (ve lo immaginavate forse, per ragioni anagrafiche, ancora alla macchina per scrivere? Niente di più sbagliato, in quanto la tecnologia l’ha contagiato da un pezzo, anche se della schiavitù del telefonino non vuole sentirne parlare) per dare vita a chicche da biblioteca pubblicate in una dozzina di Paesi, Giappone compreso. 
Per la cronaca, dopo essersi diplomato perito edile, il giovane Loriano aveva iniziato a lavorare come tecnico presso la Certosa di Bologna. Un’esperienza a suo dire drammatica, in quanto a contatto con la sofferenza. Ma anche portatrice di alcune curiosità al seguito: come la scoperta di armi nei sottotetti di questo immenso cimitero, oltre che di nascondigli utilizzati dai partigiani durante la guerra. Materiale che in seguito gli sarebbe servito dal punto di vista narrativo. 
Insomma quasi una predestinazione, visto che strada facendo la sua fantasia si sarebbe nutrita di chissà quanti morti (ammazzati). Ma molto ha regalato, questa penna, anche al teatro. Dapprima come organizzatore e poi anche come attore. “Ma lasciai perdere visto che stare in scena non faceva per me. Così, anziché recitare, mi misi a scrivere per il palcoscenico - l’ultima pièce delle quasi 40 firmate, Operagialla, risale al 2002 ed è andata in scena all’Asti Teatro della cittadina piemontese il 3 luglio 2003) - approdando soltanto in seguito alla narrativa gialla per far contenta mia moglie Franca”. 
Come e cosa successe ce lo aveva raccontato lui stesso una manciata di anni fa. “Mentre nel 1973 eravamo in vacanza in Spagna, in un villaggio della Costa Brava chiamato Roses, scrissi a mano, rubacchiando pezzi di carta qua e là, il mio primo romanzo con protagonista appunto Sarti Antonio, poliziotto della questura di Bologna. Tornata a casa Franca, di nascosto, lo batté a macchina e lo propose alla Mondadori. Così quando Alberto Tedeschi, allora responsabile della collana dei gialli, si fece vivo, io ne rimasi sorpreso. E altrettanto sorpreso rimasi, forse perché di gente come quella non ne esiste più, quando mi suggerì di inviare il testo, che non aveva ancora letto, al Premio Cattolica che lo vedeva in giuria”. 
Risultato? “Non vinsi, ma ne uscì un prezioso riconoscimento. Anche per questo venni segnalato dal critico de La Stampa Claudio Savonuzzi, purtroppo scomparso, a quel bel cervello di Raffaele Crovi, che me lo fece pubblicare dalla Campironi”. Debuttò così il sergente Sarti Antonio, una luce nel mondo dell’investigazione che, in abbinata al suo aiutante Rosas, extraparlamentare di sinistra, nel tempo ha regalato ai lettori una vivace dialettica sociale e politica legata ai cambiamenti di una città, Bologna appunto, per certi verso unica.

(riproduzione riservata)