Cultura

Roberto Baggio, la "ricca" storia del... Divin Codino

Claudio Moretti racconta la vita e le gesta di uno tra i più grandi calciatori italiani di tutti i tempi, sospeso tra genio e sregolatezza


07/06/2021

di Tancredi Re


Ci sono calciatori che hanno lasciato il segno nell’arte pedatoria. Un esempio? Roberto Baggio. Soprannominato Raffaello, per l’eleganza dello stile di gioco e Divin Codino per la caratteristica acconciatura, è ritenuto uno dei migliori giocatori della storia del calcio mondiale. Ma la sua vita tutto è stata fuor che banale, anzi- Baggio, ma succede alle persone fuori dal comune, può essere annoverato senza tema nella schiera dei personaggi che hanno pencolato, per tutta la loro esistenza o per gran parte di essa, tra il genio e la sregolatezza. 
Capace di far sognare le platee dei tifosi per le sue straordinarie capacità (il dribbling, i calci piazzati, i rigori, la visione di gioco), ma anche di sconcertare, dividere, indisporre giornalisti, critici e allenatori, per il carattere vivace per non dire aspro, o, se preferite, di attaccabrighe. Una inclinazione questa che non è un’esclusiva, ma è condivisa con altri calciatori grandi quanto imprevedibili che hanno giocato in Italia e all’estero (Antonio Cassano, Mario Balotelli, Marco Materazzi, Paul Gascoigne, Eric Cantona, Diego Armando Maradona, Roy Keane, Vinnie Jones, Stuart Pierce, Paolo Montero, Nigel de Jung per citare i primi nomi che mi vengono in mente, ma potrei continuare a lungo). 
Era stato lo stesso Baggio a riconoscerlo nell’autobiografia, pubblicata nel 2001, Una porta nel cielo, nella quale ripercorreva la carriera, il rapporto con la fede buddhista e approfondiva i complicati rapporti avuti con alcuni allenatori (Arrigo Sacchi, Renzo Ulivieri, e Marcello Lippi, che arrivò perfino a minacciare di querelarlo), ma allo stesso tempo ricordando con piacere e parole di elogio altri tecnici  (Giovanni Trapattoni, Luigi Simoni, Luigi Maifredi, Oscar Tabàrez e Carlo Mazzone). 
Nel palmares di questo campione, che ha militato in molte squadre di club (Caldogno, Lanerossi Vicenza, Fiorentina, Juventus, Milan, Bologna, Inter, Brescia), figurano due scudetti (quello vinto con la Juventus nel 1994-95 e quello conseguito con il Milano nel 1995-96), una Coppa Italia (nel 1994-95 con la Juventus) e una Coppa Uefa (nel 1992-93 con la Juventus). Con la nazionale ha preso parte a tre Mondiali: Italia 1990, Stati Uniti 1994 e Francia 1998. Tutte e tre le volte gli “azzurri” sono stati eliminati ai calci di rigore. Ma nell’edizione 1994, dopo avere trascinato l’Italia a un passo dal podio con cinque gol decisivi, fu uno dei tre calciatori a sbagliare il proprio tiro di rigore nella finalissima del torneo persa contro il Brasile. “Quando vado a dormire, ci penso ancora”, racconta lui stesso. 
Alla sua vita, alle sue gesta, ai suoi successi e ai suoi infortuni Claudio Moretti ha dedicato il libro Roberto Baggio, il Divin Codino. La storia di un campione dentro e fuori dal campo (Newton Compton, pagg. 288, euro 9,40). 
Riconosciuto fin da giovane come «fuoriclasse», era un fantasista in grado di ricoprire più ruoli: ha giocato prevalentemente da seconda punta o da trequartista ma è stato talvolta schierato come prima punta, come centravanti di manovra o come attaccante esterno. Il grande Michel Platini, altro campionissimo del calcio (in Italia giocò nella Juventus realizzando 124 reti in 224 presenze, vincendo due scudetti, una Coppa Italia, una Coppa delle  Coppe, una Supercoppa Uefa, una Coppa dei Campioni e una Coppa Intercontinentale, tre titoli di capocannoniere e tre Palloni d’oro) lo descrisse come un «nove e mezzo», poiché lo considerava a metà strada tra un attaccante e un rifinitore, caratteristica che non di rado rese difficoltosa la sua collocazione tattica. 
Atleta in grado di calciare con entrambi i piedi, era più incline a usare il destro, ma si avvaleva spesso del sinistro per iniziare il dribbling, di cui era uno specialista. Era un giocatore agile, elegante e veloce, dalla fantasia e dalla qualità tecnica brillante, insolita per il calcio italiano, abituato a essere più fisico, tattico e meno tecnico. Lo stesso Baggio ha affermato di non avere ricevuto alcun insegnamento tattico da giovane, muovendosi in campo secondo il proprio istinto.  
Pur non avendo mai vinto la classifica dei marcatori, figura al settimo posto fra i realizzatore del campionato di Serie A con 205 gol. Prolifico anche in nazionale, con 27 reti in 56 partite, è quarto tra i migliori goleador in maglia azzurra a pari merito con Alessandro Del Piero; inoltre, con nove gol realizzati nei Mondiali, è il miglior marcatore italiano nella competizione iridata (a pari merito con Paolo Rossi e Christian Vieri), nonché l’unico ad avere segnato in tre diverse edizioni. 
A livello individuale ha conseguito numerosi riconoscimenti, tra cui il Fifa World Player e il Pallone d’oro nel 1993 e l’edizione inaugurale del Golden Foot nel 2003. Occupa la 16ª posizione (primo italiano) nella classifica dei migliori calciatori del XX secolo pubblicata da World Soccer nel 1999 ed è stato inserito dal grandissimo Pelè (l’insuperata “stella” brasiliana, capace di vincere ben quattro mondiali con il suo Brasile) nel Fifa 100: la lista dei 125 più grandi calciatori viventi divulgata nel 2004. 
Durante la carriera ha diviso a metà la critica tra ammiratori e oppositori. Avvicinatosi al calcio fin da piccolo, l’idolo di Baggio era Arthur Antunes Coimbra, al secolo Zico, giocatore del Flamengo, titolatissima squadra brasiliana, nonché “gigante” della nazionale verde oro, mentre in Italia giocò, sia pur per poco, nell’Udinese. 
Nel dicembre 1994, con un guadagno annuo di circa 8,6 miliardi di lire (5,3 di contratto e 3,3 di entrate pubblicitarie), Baggio fu il primo calciatore a entrare tra i quaranta sportivi più pagati del mondo secondo la rivista Forbes. Nel febbraio 1997 fu convocato come testimone dalla Guardia di finanza a seguito di una truffa internazionale ai suoi danni, e nella quale perse circa 7 miliardi, in un investimento su una miniera in Perù gestita da una banca caraibica e da promotori italiani. 
Dopo avere iniziato nella squadra del suo paese, il Caldogno, dove si fa notare e all’età di 13 anni si trasferisce al Lanerossi Vicenza, a quel tempo in Serie C1 in cambio di 500mila lire. Si mette subito in luce nelle formazioni giovanili, segnando negli anni 110 gol in 120 presenze. 
Debutta quindi in prima squadra a 16 anni, il 5 giugno 1983, all’ultima giornata del campionato di Serie C1, L.R. Vicenza-Piacenza 0-1, entrando nel secondo tempo. Sono gli esordi di quella che sarebbe poi stata una grande carriera, ma contrassegnata da gravi infortuni. 
Nella stagione 1984-85 inserito in prima squadra dall’allenatore Bruno Giorgi, chiude la sua esperienza vicentina con 12 reti in 29 incontri di campionato, diventando uno dei calciatori più amati dai tifosi e consentendo alla sua squadra la risalita in Serie B. In una delle ultime partite di campionato, il 5 maggio 1985 allo stadio Romeo Neri contro i padroni di casa del Rimini - guidato da Arrigo Sacchi, futuro allenatore di Baggio nella nazionale e nel Milan - subisce un grave infortunio al ginocchio destro (compromessi legamento crociato anteriore e menisco), il primo di una lunga serie, che lo costringe a un periodo di oltre un anno di assenza dai campi di gioco. 
Questo infortunio arriva a due giorni dalla firma del contratto con la Fiorentina, che lo aveva ingaggiato per 2,7 miliardi di lire. La Fiorentina ha la possibilità di recedere dal contratto ma il presidente del club decide di tenerlo. Viene operato a Saint-Étienne, in Francia, dal professor Bousquet, che è costretto a mettere 220 punti di sutura per rimettere a posto la sua gamba. A causa del periodo di stop dopo l’operazione, perde 12 chili, arrivando a pesarne 56, e vive così isolato dal resto della squadra che si dimentica di richiedere lo stipendio per cinque mesi. Ripresosi dall’infortunio, colleziona cinque presenze in Coppa Italia, e disputa, nel febbraio 1986, il Torneo di Viareggio. Cos’altro dire, ah sì: l’esordio nel massimo campionato, la Serie A, importante per gli amanti del calcio e delle statistiche. Avvenne il 21 settembre 1986, grazie all’allenatore Eugenio Bersellini, nella sfida casalinga di Firenze contro la Sampdoria. Il successivo 28 settembre subì una lesione al menisco del ginocchio destro che lo costringerà a una nuova operazione. Rientra in campo a fine stagione, a distanza di quasi due anni dal primo infortunio. 
Il suo primo gol nella massima divisione arriva su punizione il 10 maggio 1987 quando la Fiorentina dove militava incontrò il Napoli del grande Diego Armando Maradona (1-1); il pareggio finale regala la salvezza matematica alla squadra viola e lo scudetto al Napoli. 
Questi alcuni dei fatti più salienti della vita di Baggio, raccontati anche nel libro (l’autore per dieci anni ha curato il programma televisivo Sfide. Ha scritto molti documentari di sport, tra i quali Vola Luna Rossa, Tutto Pantani e Zaytsev, la mia storia sulla mia pelle): se amate le storie intriganti, ve ne consiglio la lettura. Racconta un personaggio che ha fatto parlare di sé sia in campo che fuori, ma che ha contribuito come pochi altri a scrivere la storia del calcio italiano essendone stato uno tra i massimi protagonisti.

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