Cultura

Ravenna, agosto 1321: un anno fatale per Dante Aligheri

Nel suo romanzo di addio Marco Santagata regala ai lettori un nuovo, intrigante spaccato sul sommo poeta, che scopriamo innamorato perso di una donna. Ma non si tratta né di Beatrice né di sua moglie Gemma…


14/06/2021

di MAURO CASTELLI


Con il senno di poi i giudizi vanno più facilmente a segno. Spiace dirlo, ma Marco Santagata, che in vita si proponeva la quintessenza della simpatia, sempre pronto a una battuta o a un sorriso, in realtà non si voleva bene. Prendendo alla leggera, almeno in apparenza (vai a capire come la pensa una persona), un male che avrebbe pesato in maniera brutale sulla sua permanenza in questo mondo segnato dalla pandemia. E ora che questo dantista e accademico di livello, oltre che scrittore e critico letterario ironico e al tempo stesso profondo, non è più tra noi dallo scorso novembre le domande che assillano chi l’ha conosciuto (abbastanza) bene si moltiplicano. 
In realtà di lui restano i suoi sorrisetti ammiccanti in abbinata a una cultura di peso peraltro mai sbandierata. E soprattutto restano le sue opere, che cavalcando variegate intonazioni narrative hanno conquistato una vasta platea di lettori. Spaziando su tonalità diversificate, divaganti. Giocando ad esempio a rimpiattino fra il vero e il falso, la Storia con la esse maiuscola e la fantasia. In ogni caso regalando al lettore quello che generalmente si aspetta: spruzzate di novità, ci mancherebbe, ma condite di aromi che sembrano appena usciti dall’orto. Quando invece risultano frutto di una approfondita ricerca utilizzata a uso e costume della sua platea di simpatizzanti. 
E anche il suo lavoro di commiato, L’ultima magia. Dante, 1321 (Guanda, pagg. 224, euro 18,00), si propone alla stregua di un raffinato addio. Sia personale che del suo personaggio preferito, che ci fa ancora una volta incontrare nei suoi aspetti meno conosciuti, facendoci partecipi della sua complessa umanità. Come la passione inconfessabile per una donna, che sia chiaro non è né Beatrice Portinari (la sua musa ispiratrice morta a soli 24 anni) né la moglie Gemma Donati. Un’altra donna per la quale nutre un sentimento che lo ha travolto e che, nel suo ultimo anno di vita, lo carica di rimpianti. 
Un autore - Santagata - capace di proporre, a più riprese, un Dante certamente diverso da quello che ci hanno propinato sui banchi di scuola: più comprensibile, più approfondito, più vicino a noi. Un uomo dalla penna sublime, ma anche graffiante e vendicativa; un poeta capace di emozioni e sentimenti, del quale sa tratteggiare come pochi la sua sublime statura. Senza mai annoiare, semmai stuzzicando l’attenzione di chi legge con inaspettate piroette narrative. Prendendolo sotto la sua ala protettiva sin dall’inizio di questo lavoro, che peraltro si legge come un romanzo a partire dal Dramatis Personae, ovvero la lista delle numerose figure che tengono banco in questa sua “ultima magia”. 
Magari ricordando, come fatto in passato dall’autore, che Dante Alighieri era nato a Firenze nel maggio 1265, sotto il segno dei Gemelli, ma che al fonte battesimale gli era stato imposto il nome di Durante. Nome che non avrebbe usato mai, in quanto negli scritti si autonominava e si firmava sempre e semplicemente Dante. In altre parole colui che “dà, che elargisce agli altri i grandi doni intellettuali ricevuti da Dio”. Ma anche colui che, sorretto da un’autostima fuori dal comune, emette sentenze impietose, che non danno vie di scampo agli interessati, amici o nemici che siano. 
Di fatto - ne abbiamo già parlato commentando gli altri saggi di Santagata - un uomo umorale, vendicativo, dall’ego smisurato, perennemente alle prese con problemi di quattrini, ma anche con le lotte di potere e quindi con le radici dell’odio. Un fiorentino anomalo condannato all’esilio, che ha nutrito il suo percorso di pro e di contro, che da morto non è stato certo più fortunato che da vivo, che in ogni caso per la sua genialità avrebbe meritato molto di più. 
Un poeta sul quale Boccaccio, annotandone i tratti del volto, ci andava giù duro, citando il lungo naso aquilino, gli occhi grandi e le mascelle sporgenti. Comunque un genio, irascibile e di parte (se ad esempio sentiva parlar male dei ghibellini immediatamente si inalberava, magari troncando amicizie importanti), che però in pochi amavano: uno stato di fatto che si intuisce considerando che dei suoi contemporanei pochissimi hanno scritto di lui. 
Dante che in questa occasione narrativa sta per arrivare al capolinea della vita e che incontriamo nell’agosto 1321 (un anno per lui fatale), quando vive a Ravenna con la famiglia e su richiesta di Guido Novello da Polenta (il suo nuovo padrone: un tiranno come gli altri, bramoso di potere e timoroso di perderlo, ma dotato di modi cortesi e amore per la poesia) deve recarsi a Venezia per un’ambasceria al Gran Consiglio. 
Un viaggio che si sarebbe tradotto in una immersione nei ricordi dolorosi che risalivano ai tempi del suo esilio. E se questa ambasceria avrebbe sortito un buon effetto per la sicurezza di Ravenna, per lui sarebbe risultata fatale. In quanto, di ritorno dalla città lagunare, avrebbe contratto la malaria mentre attraversava le paludose Valli di Comacchio e nella notte fra il 13 e il 14 settembre avrebbe lasciato questo mondo a soli 56 anni. 
Un passo indietro, narrativamente parlando s’intende. A complicare la vita di Dante in quel periodo c’era stata la scomunica di suo figlio Pietro da parte del potente cardinale Bertrando del Poggetto. E così, anche in questa sua pace familiare da poco riconquistata, finiranno per insinuarsi pensieri e ricordi che lo riporteranno indietro nel tempo, mentre a fatica componeva la Commedia in balìa delle oscure trame del suo secolo, fra lotte politiche e complotti segreti. Uno dei quali risulta legato “a una misteriosa statuetta che raffigurava il papa e al sinistro alone di negromante che lo avvolgeva per aver cantato la propria discesa all’inferno...”. 
Insomma, un Dante davvero poco conosciuto quello che incontriamo in questo saggio romanzato. Nel quale, con l’attenzione dello studioso e il passo del grande scrittore, l’autore si dimostra quanto mai abile nel farsi carico delle trame oscure che avevano avviluppato l’Italia in quel periodo inquieto e irrequieto. Peraltro scoprendo, come già annotato, che Beatrice non era stata il suo unico e grande amore. State a sentire: “Alagia si era fatta nuovamente attenta. Seguiva il racconto di Francesca da Rimini immobile come una statua. Lui recitava con fervore. Recitata proprio per lei, per loro, soli come Paolo e Francesca. E lei tratteneva il fiato e lo fissava con occhi luccicanti…”. 
Come abbiamo già avuto modo di annotare, ma repetita iuvant, Marco Santagata si era affermato come un personaggio di punta della nostra cultura: docente universitario, critico letterario, conferenziere, italianista (è stato fra i maggiori dantisti, petrarchisti e cultori di Boccaccio), oltre che scrittore dalle indubbie qualità (nel 1996 aveva vinto - tanto per citare - il Premio Bellonci per l’inedito con Papà non era comunista, nel 2003 si era aggiudicato il Premio Campiello con Il maestro dei santi pallidi e nel 2006 aveva fatto suo il Premio Stresa con L’Amore in sé). Ancorché penna birichina se vogliamo tener conto di alcune sue sortite letterarie giovanili a luci rosse, peraltro pubblicate sotto pseudonimo. 
D’altra parte la cosa non deve stupire più di tanto: in effetti Santagata faceva parte di quell’allegra combriccola che ha fatto di Zocca - un paesino dell’Appennino modenese dov’era nato il 28 aprile 1947 - un po’ l’ombelico d’Italia nei più svariati campi. Vogliamo citarne qualcuno di questi grandi figli? La rockstar Vasco Rossi, l’astronauta Maurizio Cheli, il politico Giulio Santagata, il mezzosoprano Claudia Marchi, lo scrittore ed editore Gianni Monduzzi. Per non parlare di psichiatri di chiara fama (come Angelo Righetti), scrittrici e sceneggiatrici (come Mela Cecchi), costumiste cinematografiche e teatrali (come Nanà Cecchi), penne di rilievo della carta stampata e via dicendo. Insomma, davvero un bel parterre. 
Lui figlio di Ciro, insegnante e preside di scuola media oltre che parlamentare, al quale aveva dedicato il suo primo lavoro, il citato Papà non era comunista. Lui che aveva compiuto gli studi universitari a Pisa, come allievo ordinario prima e poi come perfezionando della Scuola Normale Superiore, laureandosi nel 1970 in Letteratura italiana. Lui che aveva iniziato la carriera di docente nel 1976 proponendosi come incaricato di Filologia dantesca alla Facoltà di Lettere di Venezia; quindi dal 1977 al 1980, ancora per incarico, aveva insegnato Filologia umanistica alla Facoltà di Lettere di Pisa. 
Ordinario di Letteratura italiana nel 1980, dopo un triennio alla Facoltà di Magistero di Cagliari, dal 1984 si era accasato presso l’ateneo di Pisa dove, sino al 1988, aveva diretto l’Istituto di letteratura italiana e poi, dal 1996 al 2000, aveva ricoperto la carica di direttore del Dipartimento di Studi italianistici e quella di membro del Consiglio di presidenza del Collegio dei direttori di dipartimento. Oltre a essere stato visiting professor in molti atenei prestigiosi come la Sorbona, l’Università di Ginevra, la Unma di Città del Messico e di Harvard. 
E questo è quanto, anche se ci sarebbe molto altro da scrivere su di lui. Ma forse non è il caso di esagerare…

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