Cultura

Rancori, gelosie, meschinità. E allora, già che ci siamo, "con tanto affetto ti ammazzerò"

Pino Imperatore mette in scena, con una buona dose di ironia, la famiglia investigativa più divertente del giallo italiano. E il sorriso, magari un po’ amaro, è assicurato. Fra le pieghe, croce e delizia, della vita. Come ha avuto peraltro modo di raccontarci


13/05/2019

di Mauro Castelli


Se non ci fosse, Pino Imperatore, bisognerebbe inventarlo. Un po’ come succede per i suoi azzeccati personaggi, rubati qua e là dalla vita di tutti i giorni e arricchiti di piacevoli sfumature. Un autore pronto a mettere a nudo certe sue fragilità (“Mi trovo in quella fase dell’esistenza in cui il numero degli anni che ho vissuto supera quello degli anni che mi restano da vivere”); ad assicurare di aver fatto, strada facendo, i suoi errori (“Ma li ho pagati e sono stato attento a non ripeterli”); a dimostrarsi capace di giocare con il passato all’insegna dell’ironia che gli è congeniale (“Sono stato benedetto il giorno di Natale del 1961, in una culla della clinica Mangiagalli di Milano dov’ero nato quattro giorni prima, dal cardinale Giovanni Battista Montini, allora arcivescovo della città, nonché futuro papa Paolo VI oltre che da poco nominato santo. Come viatico di un buon inizio niente male, vero?”). 
E ancora: una penna che sa intrigare e catturare anche fuori dai suoi piacevoli canovacci (“Non sono ricco, quindi non lascerò beni materiali di valore. Di me resteranno soltanto le parole: quelle che ho detto e quelle che ho scritto”), ma anche un uomo di famiglia, di quelli che - viene da ironizzare - sbagliando si impara. Così eccolo assicurare nella nota finale: “A mia moglie Felicia (sposata lo scorso settembre, e siamo a quota tre) e alle mie figlie Arianna e Ilaria tutto il mio cuore. E molto di più”. 
Fermo restando il rispetto per chi lo supporta nel mondo del lavoro (“Sono circondato da professionisti straordinari, che amano scherzare, dialogare e lavorare con divertimento e impegno per realizzare prodotti editoriali di qualità”). Il tutto all’insegna di una annotazione che la dice lunga: “Sosteneva Einstein che il valore di un uomo si dovrebbe misurare in base a quanto dà e non in base a quanto può ricevere. Ed Einstein non era ’nu fesso”. 
Insomma, appunti e curiosità che regalano spessore al nostro autore il quale, pur essendo nato sotto la Madonnina da genitori emigrati da Mugnano (un Comune che confina con i quartieri napoletani di Chiaiano e Scampia), vive in Campania da quando aveva due anni. Un contesto che l’avrebbe abbeverato al gusto di una diversa visione della vita. Presa all’insegna dell’impegno, certo, ma mai troppo seriamente. Come peraltro emerge dai suoi premiati lavori, legati a opere teatrali, racconti, saggi umoristici e soprattutto romanzi bestseller. Ad esempio La trilogia del buonumore edita in contemporanea nel 2007, poi De vulgari cazzimma, Benvenuti in casa Esposito (“Un libro vendutissimo grazie al passaparola”), Bentornati in casa Esposito (“Ma sto già pensando, la trama ce l’ho tutta in testa, a un terzo libro della serie, il cui titolo sarà Tutti matti per gli Esposito”), Questa scuola non è un albergo, Allah, san Gennaro e i tre kamikaze (in cui affronta il tema del terrorismo islamico), Aglio, olio e assassino
E ora, fresco di stampa, Con tanto affetto ti ammazzerò (DeA Planeta, pagg. 344, euro 15,00), dove rimette in scena alcuni protagonisti del precedente romanzo, il citato Aglio, olio e assassino del quale abbiamo parlato lo scorso dicembre e i cui diritti “sono stati venduti in Argentina, con traduzione in corso e uscita prevista a fine anno o nei primi mesi del prossimo”. 
Un lavoro - quello che stiamo proponendo - dove, in un susseguirsi di colpi di scena ed episodi divertenti, Pino Imperatore conduce il lettore “in una vicenda emblematica di ciò che può diventare la vita: una delizia, se trascorsa con chi amiamo e facendo del bene al prossimo, o un inferno, se ci lasciamo avvelenare dal denaro e dall’egoismo”. Una storia dove a tenere la scena, in quel di Napoli (“La città che più amo”, tiene a precisare) è il quarantenne ispettore Gianni Scapece, uno scapolone bello, affascinante quanto intelligente (non bastasse ha anche la… casa di proprietà), del quale le lettrici si sono innamorate. 
Così ecco l’autore - pronto a sostenere che chi scrive deve avere un legame diretto con chi legge - fare riferimento alle tante fan che lo contattano sin dal precedente romanzo per saperne di più proprio su Scapece. “E io a rispondere: è un personaggio inventato. E loro: Lo sappiano benissimo, ma lo spunto l’avrai preso da una persona reale. Dicci chi è. E io: Non posso. Lo Scapece reale è sposato. E loro: Non ti preoccupare. Presentacelo lo stesso, poi ce la vediamo noi…”. 
Insomma, un intrigante personaggio che l’autore, forse esagerando, assicura di volerlo rimettere in pista (“Ho già diversi schemi per la testa”) in una decina di altre storie, con la speranza (“Chi mi è vicino sta lavorando in questo senso”) di vederlo arrivare da protagonista in una serie televisiva.   
Detto ciò spazio alla sinossi di questo romanzo che vuole dimostrare come l’amore filiale possa trasformarsi in odio, ma anche su come certe persone riescano a sconfiggerlo.A Villa Roccaromana, una delle dimore marine più affascinanti di Posillipo, si festeggia il novantesimo compleanno della baronessa Elena De Flavis, la cui nobiltà d’animo è riconosciuta in tutta Napoli. L’ispettore Gianni Scapece, tra gli invitati insieme al commissario Carlo Improta, si gode la serata e la conoscenza di Naomi, incantevole nipote della padrona di casa. Tutto scorre con piacevolezza finché qualcuno decide di mettere in scena il finimondo: proprio quando un tenore attacca a cantare Nessun dorma, molti dei presenti iniziano a perdere i sensi, uno dopo l’altro”. 
Nella gran confusione che segue, la baronessa scompare insieme al suo maggiordomo cingalese Kiribaba, del quale il nostro ispettore si farà mandare dal consolato dello Sri Lanka un po’ di informazioni. Anche perché secondo lui, gran lettore di gialli e noir, l’assassino è sempre il maggiordomo. The butler does it, come dicono in Inghilterra e in America, e via a raccontarci di Van Dine e del suo investigatore dandy Philo Vance, da poco riproposto, guarda caso, nella rinnovata collana Il giallo Mondadori
Ma torniamo al dunque. Che si tratti di un rapimento? Di un suicidio? Di un tragico incidente? Il mistero prende una brutta piega quando Scapece e Improta “incontrano i tre figli della baronessa, per nulla sconvolti dall’accaduto e interessati piuttosto alla spartizione dell’eredità. Sarà questo l’inizio di una complicata indagine tra i rancori, le gelosie e le meschinità che a volte riescono a distruggere i legami familiari; ma per fortuna l’ispettore e il commissario saranno spalleggiati da un’altra famiglia, quella dei Vitiello e della trattoria Parthenope, fonte inesauribile di buonumore e di trovate geniali”. 
Una allegra combriccola della quale fa parte anche il cane Dodo, per il quale l’autore ammette di avere un debole dichiarato, nel ricordo di tutti quei cani che avevano tenuto banco in famiglia quand’era giovane, l’ultimo dei quali era vissuto 17 anni. “Si chiamava Billy ed era un meticcio di taglia media, dal pelo lungo bianco e nero. Chissà che non riesca a convincere il mio amministratore a stralciare dal regolamento condominiale il divieto di averne uno in casa…”.  
Detto del libro, completiamo il profilo di Pino Imperatore ricordando che vive ad Aversa dal 2003 e lavora a Napoli; che dopo aver frequentato le secondarie a Mugnano si era iscritto al liceo scientifico statale Vincenzo Cuoco del capoluogo campano, dimostrando il suo interresse sia per la scrittura che per la letteratura. E sempre a Napoli, ad appena 17 anni e mezzo, si era iscritto a Medicina, superando quattro esami prima di rendersi conto che “non voleva finire a scrivere ricette in qualche paesino di provincia”. Quindi il passaggio a Scienze politiche, dove si sarebbe laureato a tempo di record con una tesi sul filosofo francese Michel Foucault. 
“A quel punto decisi che un’altra laurea avrebbe potuto farmi comodo. Così iniziai a frequentare Sociologia, per poi lasciare a quattro esami dal traguardo perché non ci stavo più con la testa a seguito di un po’ di problemi familiari”. In ogni caso, per non farsi mancare nulla, avrebbe frequentato anche un corso di giornalismo coordinato dal professor Amato Lamberti, il cui braccio destro era Giancarlo Siani, il cronista de Il Mattino che sarebbe stato ucciso pochi mesi dopo in un agguato di camorra. “Una morte - tiene a precisare - che mi avrebbe segnato profondamente, perché era una persona davvero per bene, sempre con il sorriso sulle labbra”.   
Che altro? Una passione per il calcio giocato e per il tennis, abbinata a quella per i francobolli e la lettura. Con un occhio di riguardo rivolto a numeri uno del calibro di Italo Calvino, Ernest Hemingway, Gabriel García Márquez, Cormac McCarty e Joe R. Lansdale. Lui che si propone come una persona dal carattere solare: “Cerco sempre di sdrammatizzare, puntando sull’ironia e lo scherzo anche in occasioni importanti, sebbene nel privato mi proponga silenzioso. In realtà sono accomodante, anche se ho bisogno dei miei spazi”. 
E per quanto riguarda la scrittura? Prima di imbracciare la penna si impegna per un mese o due a preparare la trama, impiegandone altri quattro o cinque per metterla nero su bianco a fronte di un “lavoro decisamente sofferto”, che lo porta a vedere e rivedere il testo in continuazione. “In effetti, nel caso di Con tanto affetto ti ammazzerò, all’ultimissimo secondo ho fatto apportare altre tre o quattro correzioni per la disperazione degli addetti alla stampa”.   
E per quanto riguarda il percorso lavorativo? A fronte di trent’anni di collaborazioni giornalistiche come pubblicista, l’assunzione per concorso - come funzionario - al Comune di Napoli 27 anni fa, per poi diventare dirigente nel 2003 e occuparsi di tutto un po’ (ambiente, prevenzione dell’illegalità nonché la preparazione e la realizzazione del G7 del 1994, mentre oggi segue le politiche giovanili, l’ufficio stampa e le pari opportunità). Professione supportata, fra il 1995 e il 1997, dal ruolo di consigliere comunale a Mugnano (“Una esperienza coinvolgente nella difesa della legalità, in questo affiancato dai giovani del paese”). Ferme restando - ci mancherebbe, visto il personaggio - le frequentazioni nel mondo del cabaret e del teatro, peraltro recitando anche come attore amatoriale. E poi… Ma di quel che resta, sia pure in pillole, ne abbiamo già parlato. 
Semmai vanno ricordati i più bei complimenti scaturiti dalla lettura dei suoi libri, “scritti di sera, di notte e nei fine settimana”. Ovvero quelli ricevuti da persone, bambini compresi, che stavano soffrendo per malattie anche gravi: “Ti dobbiamo un grazie per averci aiutato a superare momenti difficili, consentendoci di stare meglio”. Cosa chiedere di più dalla vita?

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