Cultura

Quello che non ti aspetti: l'altra vita di Audrey Hepburn

Il giornalista americano Robert Matzen ha scritto la storia di una ragazza coraggiosa che sfidò Hitler e che - grazie al suo eroismo e alla sua umanità - si propose come un esempio di lotta contro l’ignominia della guerra


29/07/2019

di Giambattista Pepi


Indimenticabile interprete nel ruolo della Principessa Anna in Vacanze romane (1953), che le valse l’Oscar come miglior attrice protagonista, o quando incarnò lo stile impareggiabile in Colazione da Tiffany (1961) e Sabrina(1954), oppure nelle vesti più diverse nei film La storia di una monaca (1959), Sciarada (1963), My Fair Lady (1964), Come rubare un milione di dollari e vivere felici (1966), Gli occhi della notte e Due per la strada (1967): Audrey Hepburn è stata (e sarà ricordata) come una delle star più amate del cinema.  
Cresciuta tra Belgio, Regno Unito e Paesi Bassi, dove visse sotto il regime nazista, durante la Seconda guerra mondiale, studiò danza per poi approdare al teatro e, infine, al cinema. 
Nel corso della sua carriera lavorò con Billy Wilder, George Cukor, e Blake Edwards, oltre che con attori del calibro di Gregory Peck, Humphrey Bogart, Gary Cooper, Cary Grant, Rex Harrison, William Holden, Peter O’Toole, e Sean Connery e raggiunse la fama mondiale nei primi anni Cinquanta. Negli anni Settanta e Ottanta apparve sempre più raramente sul grande schermo, preferendo dedicarsi alla famiglia. 
Della sua vita, dei suoi film e dell’impegno come ambasciatrice dell’Unicef che le valse nel 1992 la Medaglia presidenziale della libertà e nel 1993 il Premio umanitario Jean Hershlt, giornali, rotocalchi e Tv hanno raccontato molto al punto che si pensava che non ci fosse più nulla da scoprire. Ma non è così. 
Nata a Ixelles, comune di Bruxelles, come Audrey Kathleen Ruston, dall’inglese Joseph Anthony Ruston e dalla sua seconda moglie, la baronessa olandese Ella van Heemstra, Audrey Hepburn, dopo aver vissuto alcuni anni in Inghilterra, si trasferì ad Arnhem in Olanda proprio negli anni dell’occupazione tedesca. La morte dell’amato zio Otto, unica figura maschile di riferimento dal momento che il padre viveva in Inghilterra dopo la separazione dalla moglie, avvicinò la giovane Audrey alla Resistenza. 
Lodevole fu il suo impegno contro l’occupazione nazista: consegnò cibo ai soldati britannici, fece da staffetta per le informazioni e i giornali clandestini e danzò per raccogliere fondi a favore dei gruppi di resistenti nelle Serate nere, così chiamate perché le finestre venivano oscurate. 
Questo capitolo inedito della biografia della grande attrice che il pubblico dei suoi estimatori non avrebbe mai conosciuto ha cominciato ad essere scritto solo di recente. 
Tra i libri che hanno raccontato la sua vita va senz’altro annoverato Audrey Hepburn (G.P. Putnam’s Sons, New York) pubblicato nel 1996 (tre anni dopo la morte dell’attrice) scritto da Barry Paris, il biografo più autorevole dell’attrice che racconta gli anni della Seconda guerra mondiale quando lei viveva in Olanda. In questo libro lo scrittore americano ha messo insieme tutto ciò che è stato possibile raccontare di quel periodo così travagliato e sofferto, ma alcuni aspetti non sono stati indagati data la ritrosia e la riservatezza della donna a parlarne, mentre altri aspetti non hanno potuto essere approfonditi a causa delle difficoltà dell’autore di poter accedere agevolmente a fonti che si trovavano nei Paesi Bassi. 
Un lavoro più completo, compiuto e documentato, cui ha contribuito il figlio della Hepburn, Luca Dotti, è, invece, quello del giornalista americano Robert Matzen nella biografia pubblicata quest’anno intitolata “Dutch girl: Audrey Hepburn and world war II”
Adesso il libro - tradotto dall’inglese a cura di Annalisa Carena con l’introduzione di Dotti (ex grafico, oggi presiede l’Audrey Hepburn Children’s Fund, che assiste bambini bisognosi in tutto il mondo) - giunge in libreria anche in Italia con il titolo La guerra di Audrey (Piemme, pagg. 399, euro 19,50). 
In questo volume (che sarà una delle fonti della fiction in corso di preparazione sugli anni giovanili dell’attrice, prodotta dalla Wildside, la stessa di The Young Pope e L’amica geniale), ha ricostruito gli eventi di quegli anni perlustrando archivi, confrontando documenti - tra cui il diario dello zio Otto - e, attraverso una narrazione avvincente e ricca di rivelazioni, fa rivivere una Audrey Hepburn segreta e inedita, animata da coraggio indomito e slancio generoso. 
Molti sono i particolari che svelano l’animo sensibile e la grande umanità che hanno caratterizzato l’impegno di questa eroina della Seconda guerra mondiale. 
Dopo lo sbarco in Normandia delle forze alleate, la situazione sotto gli occupanti nazisti peggiorò. Durante la carestia dell’inverno 1944, la brutalità nei territori occupati dalle forze armate tedesche crebbe e i nazisti confiscarono le limitate riserve di cibo e carburante della popolazione olandese. Senza riscaldamento nelle case o cibo da mangiare, la popolazione moriva di fame o di freddo nelle strade. Sofferente per la malnutrizione, la Hepburn sviluppò diversi problemi di salute e l’impatto di quei tempi difficili avrebbe condizionato i suoi valori per il resto della vita. Mentre la sua famiglia nascondeva nella loro abitazione un soldato inglese, lei fu incaricata di missioni come staffetta in favore delle formazioni partigiane olandesi e di altri soldati alleati nascosti. 
Sempre nel 1944 Audrey era divenuta una ballerina a tutti gli effetti. Partecipava a spettacoli organizzati in segreto per la raccolta fondi a favore del movimento di opposizione al nazismo. Anni dopo avrebbe detto: “Il miglior pubblico che io abbia mai avuto non faceva il minimo rumore alla fine dello spettacolo”. 
La ricerca condotta da Matzen è stata resa difficile per una serie di circostanze: la morte dei testimoni oculari di quegli eventi, la sparizione dei documenti (occultamento o distruzione) dagli archivi di Cia e Fbi relativi alla baronessa Ella van Heemstra, la madre di Audrey e le biografie scritte in precedenza e da lui consultate che contenevano errori ed omissioni piuttosto gravi. 
L’autore è riuscito tuttavia a ricostruire dal settembre 1944 alla fine della guerra la tragica esperienza dell’attrice “nel corso di otto terribili mesi”. “Volevo - scrive nella prefazione - che chi già amava Audrey sapesse cos’aveva visto, udito, sofferto e temuto quella ragazza olandese sotto l’occupazione, e conoscesse le battaglie che avrebbero fatto di Audrey una forza a livello internazionale. Pur avendo visto tanto sangue e tanta morte prima dei suoi sedici anni, ha vissuto una vita piena di decoro senza mai rivelare ciò cui aveva assistito. Sotto certo aspetti - conclude l’autore - è un miracolo che sia uscita viva dalla guerra: sotto ogni aspetto questa è la storia di una ragazza fuori dal comune destinata a diventare un’icona di pace”.

(riproduzione riservata)