Cultura

Quel crollo (annunciato) del Ponte Morandi a Genova

Franco Manzitti ha ricostruito, grazie anche a testimonianze dirette, la storia di un’opera-simbolo di Genova: tutti sapevano che non avrebbe resistito al lievitare dei flussi di traffico, ma allarmi e moniti erano stati sempre ignorati dalle autorità


22/07/2019

di Giambattista Pepi


“Noi siamo un Paese senza memoria. Il che equivale a dire senza storia. L’Italia rimuove il suo passato prossimo, lo perde nell’oblio dell’etere televisivo, ne tiene solo i ricordi, i frammenti che potrebbero farle comodo per le sue contorsioni, per le sue conversioni. Ma l’Italia è un Paese circolare, gattopardesco, in cui tutto cambia per restare com’è. In cui tutto scorre per non passare davvero. Se l’Italia avesse cura della sua storia, della sua memoria, si accorgerebbe che i regimi non nascono dal nulla, sono il portato di veleni antichi, di metastasi invincibili, imparerebbe che questo Paese speciale nel vivere alla grande, ma con le pezze al culo, che i suoi vizi sono ciclici, si ripetono incarnati da uomini diversi con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l’etica, con l’identica allergia alla coerenza, a una tensione morale”. 
Così Pier Paolo Pasolini negli Scritti corsari (raccolta di articoli pubblicati sulle colonne di Corriere della Sera, Tempo Illustrato, Il Mondo, Nuova generazione e Paese Sera tra il 1973 e il 1975), opera pubblicata postuma nel 1975, parla dell’assenza di memoria collettiva, di senso di responsabilità, di dirittura morale nel nostro Paese. È la denuncia di un intellettuale “scomodo”, che a distanza di 44 anni è ancora attuale. 
Cronaca di un crollo annunciato (Piemme, pagg. 221, euro 17,50) è stato scritto proprio sul filo della memoria storica da Franco Manzitti (già capocronista al Secolo XIX, poi direttore de Il Lavoro e, infine, caporedattore di Repubblica) ed è dedicato al Ponte Morandi, quel viadotto, orgoglio di Genova, sbriciolatosi alle 11 e 36 del 14 agosto 2018 con 43 vittime e un’intera città ferita, attonita, sconvolta. 
“Non sapevo, in quella tragica vigilia di Ferragosto, ciò che avremmo scoperto molto presto: il crollo e la strage si potevano evitare. E quando l’ho saputo, ho pensato, come tutti, che i colpevoli dovevano essere inchiodati alla verità dei fatti. E per metterli in sequenza logica occorre scavare nel passato” ricorda nella prefazione Massimo Donelli. E l’autore del volume ha fatto proprio questo: è andato indietro nel tempo e - anche attraverso le testimonianze dirette dei protagonisti - ha ricostruito la storia di un’opera, il cui crollo non è avvenuto il 14 agosto 2018, o, per meglio dire, non è avvenuto “solo” quel giorno, ma è avvenuto per gradi, un po’ alla volta, a partire dal 1989. 
Una verità amara, da raccontare e condividere, che ha straziato decine di famiglie, colpito al cuore un’antica e grande città mercantile e industriale e gettato nel discredito una Nazione intera a causa della sua classe dirigente imbelle e irresponsabile. Che non sa far tesoro delle dure repliche della storia, ma ricade ogni volta negli stessi errori. 
Quel Ponte avveniristico era stato realizzato dall’architetto Riccardo Morandi tra il 1964 e il 1967 (“La principale innovazione si nascondeva nel cemento armato compresso, nell’acciaio dentro l’anima. Gli stralli vennero aggiunti per mantenere l’equilibrio delle geometrie possenti: 110 metri su nel cielo, 60 più in alto del letto della valle e poi ancora quattro corsie, separate nei percorsi dal guard-rail”). 
Era stato inaugurato in pompa magna dal presidente della Repubblica, il socialdemocratico Giuseppe Saragat (“Finalmente liberi” avevano annunciato le autorità alla cerimonia del taglio del nastro di quei 1.182 metri che negli anni successivi avrebbero visto il traffico decuplicarsi). L’opera, una sorta di “ponte lavatoio”, collegava il Levante con il Ponente, il porto con l’entroterra, la Liguria con il Piemonte e la Lombardia. Uno snodo fondamentale del traffico, un’infrastruttura viaria che sarebbe servita moltissimo per lo sviluppo dell’economia di Genova, della Liguria e del Paese che proprio in quegli anni era in pieno boom economico. 
Poi, nel 1989, la decisione - dopo un lungo ed estenuante dibattito - di accogliere sul Ponte Morandi il traffico veicolare che giungeva in città dalle autostrade attraverso la cosiddetta Bretella, la cui realizzazione proprio quell’anno fu finanziata dal ministero dei Trasporti con 600 miliardi di lire. 
Dopo 22 anni di vita, il Ponte era già saturo di traffico e ben oltre il limite massimo di peso che potesse sopportare. Nell’estate del 1989, ricorda Manzitti, un assessore della giunta comunale, Giovanni Bagnara, di ritorno da Roma dove aveva partecipato ad una riunione a favore della realizzazione della Bretella, gli confidò: “Quel Ponte non ce la fa più, è ad alto rischio crollo. Lo sostengono i tecnici dell’Anas”. E, nello stesso anno, anche il “padre” dell’opera era fortemente preoccupato per il suo rapido deterioramento e non si stancava di ripetere: “Controllate quel Ponte, verificate il cemento”.  
I segnali, gli allarmi, i moniti, gli avvertimenti - come quelli qui ricordati - si sono susseguiti nel corso degli anni in modo incalzante e puntuale, ma non è successo mai niente. “Nessuno - scrive l’autore - è riuscito a prendersi quella responsabilità così pesante: nessuno degli undici sindaci, nessuno dei dieci presidenti di Regione, nessuna della decina di assessori e della sequela infinita di ministri dei Trasporti e dei Lavori pubblici, nessuno degli amministratori dell’Anas prima e di Autostrade per l’Italia (società del gruppo Atlantia della famiglia Benetton, che aveva in concessione, tra le altre, l’Autostrada A10 ed il Viadotto sul Polcevera, il Ponte Morandi appunto - ndr) dopo, nessuno delle centinaia di consulenti. Nessuno. Hanno piuttosto ascoltato gli allarmi, hanno misurato il rischio, hanno messo pezze, assegnato appalti per nuovi lavori, rinviato, rinviato…”. Neppure quando, durante l’estate 2018, ogni settimana, a partire da giugno, dopo le dieci di sera, il Ponte restava chiuso verso Ponente. Per tutta la notte, senza preavviso. 
Un crollo che si poteva evitare, dunque, se si fosse agito per tempo. E tutte quelle persone che hanno perduto la vita senza un perché se lo chiederebbero e, per loro, se lo chiedono sopraffatti dal dolore sordo e profondo, tutti i loro familiari, amici, colleghi, conoscenti. E se lo domanda tutta la città di Genova. E penso se lo chieda il Paese intero che, ovunque, piange i suoi morti per tutti quei crolli che si sarebbero potuti evitare se si fosse agito senza rimpallarsi responsabilità (un esempio di incidente annunciato? Il passaggio delle grandi navi da crociera lungo il Canal Grande e il Canale della Giudecca a Venezia è pericoloso ma nessuna autorità lo ha ancora impedito. Per farlo si attende forse una strage?). 
Ma nessuno di coloro che potevano evitarlo l’ha fatto. O almeno ci ha provato. Bisognerebbe domandarsi perché non l’hanno fatto. Così come dovremmo porci la stessa domanda ogni qualvolta - ed è già successo - un evento come questo si è verificato altrove nel nostro Paese e quasi sempre si è poi scoperto, come nel caso del crollo del Ponte Morandi, che si sarebbe potuto evitare. Ma perché se le autorità sapevano, non hanno agito? Perché? Diciamoci allora le cose con franchezza e realismo. Di questa vicenda - come di altre simili - c’è una sola certezza: i morti, i feriti, le distruzioni.  Quanto alle responsabilità, crediamo che nessuno (ma, sinceramente, vorremmo essere smentiti), né con la galera, né con il portafogli, pagherà niente.

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