Cultura

Quali sono le regole del caos e il lato oscuro della psiche?

Portata in scena da Carlos Padrissa, al Teatro greco di Siracusa, la tragedia Le baccanti di Euripide nella quale l’autore denuncia la violenza delle istituzioni


12/07/2021

di Giambattista Pepi


Le Baccanti è il capolavoro assoluto di Euripide, scritto e completato pochi mesi prima della morte del suo autore (siamo nel 406 a.C.). Un’opera ritenuta religiosa considerando il suo monito a non sbeffeggiare mai gli dei ma ad adorarli e mai a mettersi contro di essi. Tuttavia, Euripide si dice fosse laico se non addirittura ateo e tale posizione l’avrebbe conservata per tutta la vita, ma, nonostante ciò, questa grande opera assume contorni a tratti sacrali, in altri momenti di intima religiosità sino al tragico, apocalittico epilogo. 
Eppure Nietzsche ne La nascita della tragedia individua proprio in Euripide il suo uccisore, cioè colui che, contaminato dal suo amico Socrate e dal suo più dotato discepolo Platone, finisce per esserne lui stesso contaminato. Socrate propagatore del ”miasma'” della logica ucciderà, per mano di Euripide, la tragedia stessa, nonché ogni possibile musica. Il filosofo tedesco definisce Euripide “colui che intraprese, come fece anche Platone, la volontà di mostrare al mondo l’opposto del poeta “irrazionale”, per cui, secondo il principio socratico ”tutto deve essere consapevole per essere buono”; insomma, Euripide deve essere per noi il poeta del socratismo estetico, che poco ha a che fare con l’ebbrezza dell’elemento dionisico. Tutto ciò è pura follia dionisiaca, è conatus bacchico e non ci sembra che la narrazione ne abbia preso il sopravvento. 
Ma oggi chi sono le nuove Baccanti? Sono donne modernissime, ragazze dei nostri giorni, nella rappresentazione del regista di Fura delsBaus, il catalano Carlos Padrissa (che firma anche le scene e la musica) che ha messo in scena nei giorni scorsi Le Baccanti al Teatro greco di Siracusa nell’ambito della LVI stagione dell’Istituto nazionale del dramma antico. 
Secondo Padrissa siamo tutti Dioniso (“Todossomos Bacco”) perché tutti possiamo vantare oppure occultare una parte oscura, inconfessati desideri, lotte di potere, invidie o tendere tranelli agli avversari. 
Padrissa ha dichiarato che l’idea gli è stata suggerita dalla protesta di migliaia di donne messicane che manifestavano contro il Potere e i suoi abusi sessisti. Ed ecco la musica rap, le scarpe da tennis, con tre gruppi di baccanti, sulle rocce, in platea, e in aria a 30 metri d’altezza, aggrappate a una gru con tantissimi bracci e fili d’acciaio, formano sculture viventi, acrobati che intrecciano i loro corpi. 
A noi Le Baccanti è apparsa una tragedia a tutto tondo in cui non soltanto Bacco-Dioniso interpreta per la prima volta una parte essenziale del poema ma che fornisce alla tragedia stessa tutti, ma proprio tutti gli ingredienti che, travalicando la narrazione, lo spettacolo, il racconto, esaltano la frenesia, l’ebbrezza e la poetica dolorosissima, tipici archetipi del dionisismo più acclarato. Basta ricordare il conatus che accompagna Agave e le sue sorelle verso il tragico epilogo con la uccisione del figlio Penteo, che la loro follia aveva tramutato davanti ai loro occhi in un leone.
Oppure il destino crudele che il Dio Offeso mostra a Cadmo, ad Agave e alle sue misere congiunte, un odioso destino che ha il compito di appagare tutta la furia vendicativa del Nume che Penteo aveva osato mortificare con l’oltraggio.
La testa di Penteo, la sua razionalità refrattaria ad ogni eccesso è sempre in scena, un enorme costruzione di fili metallici che ad un tratto si apre e lascia passare Dioniso che lo trasforma, lo deride, lo offende, poi lo convince con tutte le arti affabulatorie, fa in modo che si travesta da donna, per portarlo sul monte Citerone e vedere con i suoi occhi che le Baccanti non fanno nulla di male. Penteo ci casca perché Dioniso (interpretato dalla bravissima Lucia Carmela Lavia) è dio del teatro, sa fingere, recita magistralmente. Dioniso vuole Tebe e la avrà. 
Sulla sommità del teatro le baccanti urlano, senza freni, si accompagnano con i tamburelli, mentre Dioniso non si altera quasi mai, è fredda nel perseguire il suo obiettivo: i suoi riti devono essere onorati in tutta la Grecia, a qualunque costo, con la crudeltà massima di far impazzire Agave e farle uccidere il figlio Penteo. 
Non è la prima volta che il ruolo di Dioniso viene affidato a una donna, ma questo è il più convincente. E’ molto bello l’incipit in cui la grande statua di Giove, alta 10 metri, partorisce dalla coscia Dioniso. Il cast è tutto di buon livello e non c’è dubbio che gli attori acrobati sono atleti provetti.
Nel cast Ivan Graziano è Penteo, prima sedotto, poi annientato dalle forze oscure del dio; Stefano Santospago è Cadmo saggio e vagamente preoccupato dalla presenza di un dio così imprevedibile, Antonello Fassari dà vita a Tiresia, Linda Gennari incarna la povera Agave, e bravi tutti gli allievi dell’Accademia dell’Inda impegnati magistralmente nella realizzazione dello spettacolo. 

 

 

 

 

 

 

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