Cultura

Quali misteri e quali segreti angosciavano la bella diciottenne trovata morta a bordo della piscina comunale di Bari?

A fronte di una scrittura aspra, a volte brutale, altre volte piacevolmente accattivante, Aldo Pagano dà voce a una storia di famiglia (anche la più perfetta ha qualche scheletro nell’armadio) che indurrà il lettore alla riflessione.  Perché, come ci racconta lui stesso…  


06/05/2019

di Mauro Castelli


Una scrittura a tratti brutale e violenta, spesso piacevolmente accattivante e garbata, in ogni caso coinvolgente che, sin dalle prime pagine, cattura il lettore. Inchiodandolo sulla figura di un uomo non più giovanissimo, dai radi capelli bianchi, sessualmente stuzzicato dal corpo senza vita di una giovane ragazza (che inizialmente pensa soltanto si sia fatta precisa di robaccia). Si chiama Rosario Cancemi, e quando beve molto fa cose molto brutte. E questo lui lo sa. E per questo, subito dopo, scappa. 
Insomma, un incipit diverso dal solito, raccontato in maniera diversa dal solito, quello che introduce alla storia che tiene banco in Motivi di famiglia (Piemme, pagg. 390, euro 18,50), un giallo impregnato di graffianti segreti - anche se il titolo non lo lascerebbe intendere - scritto da una penna che, ne siamo sicuri, farà parecchia strada. Quella di Aldo Pagano, nato a Palermo il 13 aprile 1966, ma con trascorsi di lunga pezza - complice il lavoro paterno, funzionario di banca - a Roma (“Una città che ti tramortisce per la sua bellezza”), Bari, Milano e Como (città della moglie Stefania, conosciuta sotto la Madonnina, dove peraltro attualmente abita). 
Lui che, dopo aver frequentato il liceo classico, si sarebbe iscritto a Giurisprudenza senza però arrivare alla laurea in quanto aveva altre cose per la testa; lui ex giornalista pubblicista (“Ho smesso da poco, infastidito dagli aggiornamenti, per dedicarmi solo alla scrittura a fronte di un approfondito lavoro di documentazione”); lui ex sommelier (professione peraltro mai esercitata, nonostante i tre corsi portati a termine con successo) e molto altro. Così, fra le tante cose fatte, ama ricordare gli anni trascorsi nelle pubbliche relazioni (l’ambito era quello ambientale) e il lancio di “un fichissimo chiosco da spiaggia, realizzato a Portonovo”, la baia verde della Riviera del Conero, nei pressi di Ancona. 
Lui che in gioventù si era dedicato alla politica attiva (”Ero partito da destra per poi spostarmi bruscamente a sinistra”); lui portatore di una forte passione per il cinema e per il calcio (“Tifo da sempre per la Fiorentina”), nonché per il suo cane Clio (“Un incrocio di razza perfetta - ironizza - fra un pastore tedesco, un labrador e un alano”); lui che ama il vino, partendo dalla coltivazione della vite, per poi passare attraverso la lavorazione in cantina sino al suo gradito arrivo in tavola; lui che, onore alla sincerità, non manca di ricordare il suo lungo percorso legato alle difficoltà nell’interagire con le persone. “E il mio ultimo personaggio, quello di Emma Bonsanti, è nato per cercare di capire me stesso attraverso le donne che ho amato, approfondendo il complesso tema dell’incomunicabilità che divede maschi e femmine”. Con una curiosità al seguito: “Avevo già in mente una storia quando in sogno - lo so che pare poco credibile, ma risponde a verità - mi è apparsa la mia protagonista e il racconto a quel punto ha preso una piega diversa…”. 
E ancora: un uomo sincero, Aldo Pagano, pronto ad ammettere di avere un pessimo carattere (“Risulto portatore di una lunga serie di difetti che mia moglie cerca di smussare. In effetti, me ne rendo conto, mi propongo scontroso, permaloso e spesso mi lascio andare a reazioni d’impulso, anche se poi ci ripenso. Tuttavia - tiene a precisare - sono sempre in buona fede”). Per contro, come scrittore, si propone “diretto, leggero e pesante al tempo stesso”, cercando di affrontare, nell’ambito di una storia gialla, anche la componente sociale (“In questo mio secondo libro tratto ad esempio, nel segno della speranza, la scottante tematica del fine vita”). 
Che altro? Un autore che, per sua stessa ammissione, risulta zeppo di contraddizioni, in parte travasate nei suoi personaggi. Così eccolo ritrovarsi “nel sereno formalismo del vecchio procuratore Benzi Branciani del primo romanzo (un magistrato che non alza mai la voce, ma sa come arrivare dove vuole arrivare) e nell’arroganza spontanea di Strippoli, il suo rampante successore. Fa per contro eccezione l’agente Lorusso - che collabora con Emma Bonsanti (un pubblico ministero costretto a far di conto con un passato doloroso, ma anche una donna moderna per come affronta le situazioni. Una figura al tempo stesso determinata quanto fragile) alle indagini - il quale non ha beneficiato, tiene a precisare, “delle mie sfaccettature caratteriali, essendo il risultato della sintesi di alcuni miei amici inconsapevoli”. 
Una penna, quella di Aldo Pagano, convinta che il passato rappresenti lo strumento per comprendere il presente (“E di questo ne sono sempre più persuaso”); capace di affrontare come si conviene tematiche di un certo peso anche dal punto di vista etico; quanto mai abile nell’addentrarsi nelle problematiche del mondo giovanile (“Incontrando tanti ragazzi mi sono trovato a cambiare idea su certe mie radicate convinzioni, facendomi partecipe del loro slang e delle loro motivazioni”). 
Di fatto un autore che ammette, all’insegna dell’onestà, di aver rubato qualcosa a diversi numeri uno, in primis i francesi Jean-Claude Izzo e René Frégni, poi l’argentina Claudia Piñeiro e la statunitense Sandra Scoppettone, sino ad arrivare agli italiani Giuseppe Genna, Elisabetta Bucciarelli e al “grandissimo” Raul Montanari. Oltre a dirsi convinto delle mancanze da parte delle nostre famiglie, incapaci di esercitare il ruolo che dovrebbero svolgere socialmente. E cioè “quello di cellula propedeutica alla formazione di una comunità solidale”. Paroloni che non devono però intimorire il lettore, in quanto la scrittura che tiene banco nel romanzo che stiamo proponendo risulta di tutt’altra farina impastata. 
E per quanto riguarda l’ambientazione? A tenere la scena è Bari, una città che Pagano conosce bene per averci trascorso l’adolescenza, ma che nella narrazione si confronterà con luoghi di fantasia (come la masseria in via Celso Ulpiani o la piscina comunale fra il porto e il Castello Svevo). In buona sostanza un radicale cambiamento rispetto al suo primo romanzo, La trappola dei ricordi (edito nel 2015 da Todaro e ora in corso di ripubblicazione da parte della Piemme), ambientato a Balbenna, un luogo immaginario che riassume le due città del Sud alle quali Pagano risulta “più legato”, ovvero Palermo e Bari. Balbenna che, a suo dire, è “il suo luogo dell’anima, un groviglio di contraddizioni” che non riusciva a rappresentare in un’unica città sin quando, con il passare degli anni... Così, ora, eccolo dare voce non solo a un vero contesto urbano, ma anche “alle persone che ruotano attorno alla realtà”. 
Detto questo spazio alla trama di Motivi di famiglia, una storia che si riallaccia a quanto già annotato in precedenza, vale a dire a una ragazza trovata sdraiata sulla pancia, vicino al bordo della piscina comunale di Bari. Una storia dura e cruda che “darà la stura a una serie di scoperte e vicende parallele ancora più forti. E in questo contesto Emma farà luce sul significato di femminilità, oltre che sul modo di sfruttare la sua bellezza e il suo corpo”. 
Ma torniamo alla giovane morta. È nuda, il viso coperto dai lunghi capelli biondi. Ed è persa in un sonno profondo. Questo, almeno, è ciò che pensa Rosario, anziano custode della piscina con lontani precedenti penali. Il quale, guardando quel corpo statuario che mai più gli capiterà così disponibile, vuole approfittarne. Ma poi si renderà conto che la ragazza non sta dormendo. E che per di più è stata uccisa. Cosa gli resta da fare se non fuggire? 
A occuparsi del caso sarà il pubblico ministero Emma Bonsanti, gran fumatrice di Camel (“La qual cosa - annota l’autore - mi riporta all’adolescenza, quando queste sigarette avevano un loro fascino, magari legato alle leggende sul pacchetto e a sciocchezze del genere”) tornata da qualche tempo a Bari - città dove aveva vissuto un’adolescenza resa drammatica dalla violenza politica - dopo lunghi anni trascorsi a Milano, da dove è scappata in seguito al suicidio di un suo indagato. Sta di fatto che l’omicidio di Alessia Abbrescia, bellissima diciottenne di ottima famiglia, la scuote nel profondo. Perché c’è qualcosa in ciò che dicono di lei i genitori e gli amici - una figlia modello, senza nemici, né piccole né grandi tristezze o colpi di testa da adolescente - che stride con la sua morte, con il luogo e la modalità in cui è stata ritrovata. 
Semmai la chiave di volta potrebbe identificarsi nel fatto che la ragazza si è dovuta confrontare in maniera difficile con la madre, una donna certamente ingombrante. Un rapporto che costringe Emma a misurarsi con il suo passato, in quanto ogni tanto le succede di “essere rincorsa dai ricordi”. E allora vale la pena di andare a fondo, scavare sotto la superficie offuscata dalle testimonianze per scoprire chi era realmente la vittima e trovare il colpevole. Svelando uno a uno i segreti di una società falsa e accecata dal potere, dove tutto e tutti sono sacrificabili. Ma per fare questo il nostro pubblico ministero si dovrà confrontare con una realtà drammatica che, forse, non avrà voglia di guardare in faccia. 
Detto del romanzo, un accenno al presente e al futuro di Aldo Pagano scrittore. Un presente che si rifà al bel complimento incassato poco tempo fa da una libraria bolognese (“Non mi è mai capitato un autore maschio che sappia dare voce a un personaggio femminile come ha saputo fare lei”) e un futuro incanalato su un doppio binario. “In effetti sto scrivendo un racconto, che mi è stato chiesto dalla mia precedente casa editrice, incentrato sulle difficoltà di certe persone (quelle con la testa sulle spalle) ad accettare l’attuale contesto politico. In parallelo sto rimettendo in pista la mia Emma, questa volta impegolata in una storia di razzismo. Ma forse - taglia corto - ho già detto troppo…”.

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