Cultura

Prove di sopravvivenza nella ricerca del volersi bene

La prima volta del torinese Emanuele Altissimo, che si racconta a cuore aperto parlando della sua vita e del suo romanzo. Una chicca che cattura il lettore con la storia, in bilico fra Buio e Luce, di due fratelli e un nonno in lenta caduta libera. Fra sentimenti e traversie familiari


01/04/2019

di Mauro Castelli


È un esordiente (peraltro candidato al prossimo Premio Strega) con una voglia di scrivere di vecchia data. Quella che, strada facendo, l’avrebbe portato a laurearsi in Letteratura contemporanea con una tesi su David Foster Wallace (“Mai come ora sono convinto che un libro possa avvicinarci davvero agli altri. E quelli di Wallace, alla stregua di quelli di Dostoevskij, sono come feste dove nessuno fa gli anni, ma tutti sono festeggiati”), oltre a frequentare il biennio di scrittura creativa della Holden di Torino. Con qualche riserva al seguito: “In realtà queste scuole, che vanno molto di moda negli Stati Uniti, rappresentano una specie di incubatore che consente agli allievi di conoscere gli autori e come leggerli, oltre a farsi carico delle basi relative alla gestione narrativa. Ma da qui a insegnare a scrivere…”. 
Il suo nome? Emanuele Altissimo - una penna dal carattere positivo, dalla curiosità quasi morbosa, decisamente altruista, con tendenze a briciole di isolamento - nato sotto la Mole Antonelliana il 27 gennaio 1987, città dove è cresciuto e dove tuttora vive e lavora. Lui capace di dare voce a un romanzo - Luce rubata al giorno (Bompiani, pagg. 230, euro 17,00) - “scabro eppure carico di emozioni”, nel quale, a fronte di una scrittura diretta, mette in scena “personaggi in lentissima caduta libera, come fiocchi di neve”. 
Un lavoro nel quale i titoli di “Buio e Luce - riprendiamo da La Lettura - fungono da prologo ed epilogo; dove buio sta per un telefono che squilla di notte per dirti del ritrovamento lontano d’una persona che comunque vuol continuare a scomparire; e luce per un ritrovarsi, anche se lì non fisicamente, sulla terrazza del 35° piano di un grattacielo”. Un romanzo scritto in soli tre mesi (“Ma poi mi ci è voluto un anno per riscriverlo a fronte di una robusta quanto sofferta potatura”) che aveva intitolato Giganti, salvo poi arrivare a quello definitivo accettando l’illuminante quanto poetico suggerimento editoriale rubato dalle sue stesse righe. 
Che altro? Un lavoro che si confronta con il lettore in quanto, secondo Altissimo, “leggere è un gomito a gomito con chi scrive, un ritrovarsi insieme dentro una stanza piccola, eppure illuminata”. In buona sostanza questo canovaccio si rifà a una storia di formazione che gioca a rimpiattino “con la tenuta emotiva di una famiglia”, nell’ambito della quale è possibile “trovare un equilibrio soltanto quando si accettano determinati limiti”. 
Sì, perché i rapporti familiari risultano spesso complessi. Così, dalla creatività di Altissimo, ecco sbocciare un corollario narrativo di sentimenti e di vita che, quasi senza darlo a vedere, cattura e intriga. Per non parlare dei personaggi, “immaginati come dei giganti”, che “guardano in faccia al dolore senza scuse, che lo accettano anche quando non c’è consolazione”. In tale ottica “Diego è un gigante incapace di farsi bastare il suo mondo, che sogna di scalare le montagne più aspre e prendersi il cielo. Ma soprattutto lo sono Olmo e il nonno. E giganti sono coloro che guardano in faccia la sofferenza senza più scuse. Che accettano i dolori per i quali non c’è consolazione”. 
Entrando ulteriormente nel merito, quella raccontata da Altissimo (pronto a rivendicare il suo passato di atleta nel campo del canottaggio, nonché la forte passione, oltre che per la lettura, “per la musica che abbraccia il rock classico”) è lo spaccato di vita di due fratelli, di un nonno e dell’estate che segnerà per sempre le loro esistenze. Un contesto che, come già accennato, è costato all’autore “un duro lavoro di riscrittura e di rifacimenti” in quanto dentro, assicura, c’è un bel po’ del suo vissuto. 
Lo scenario, annota l’autore, è quello di montagna, “un paesaggio dell’anima, un luogo metafisico che riflette lo stato interiore dei miei personaggi. E soprattutto - aggiunge - volevo un posto lontano dalle luci cittadine, dove potessero fare i conti” da diverse angolature: “se per uno le vette significano scalata, un sentirsi più vicino al cielo, per gli altri due rappresentano una scoperta. Con Diego sull’orlo dell’abisso, dove purtroppo sta scivolando giorno dopo giorno”. 
Già, Diego, che con Olmo e il nonno, è in montagna, nella baita comprata dai genitori prima di morire. Con la speranza che quei luoghi gli regalino serenità. Lui, il fratello maggiore, è infatti eternamente irrequieto. “E appena si alza il vento le seggiovie tremano e le nubi proiettano sui valloni ombre profonde. Solo Olmo capisce che Diego sta scivolando in un universo dove non lo si può raggiungere, un delirio che sembra crescere fino a toccare il cielo. E darebbe tutto ciò che ha per salvarlo. In ingegneria si parla di tensione ammissibile: il punto massimo di sforzo cui si può sottoporre un edificio prima che collassi. L’Empire State Building, per esempio, sopravvisse all’urto di un Bomber B-25”. 
Succede così che, giorno dopo giorno, Olmo costruisca proprio il modellino di questo storico grattacielo. E lo fa “con infinita pazienza, consapevole che la forza dell’edificio stia nella posa di ogni singolo mattoncino. Ma qual è la tensione ammissibile per una famiglia, per l’amore che tiene insieme le persone?”. 
Che dire: una storia trascinante, che inquieta e rasserena al tempo stesso, “che parla di cuori e di anime, ma pure di vento e di radure, dell’aria sottile delle vette, del profilo fiero di un daino”. Oltre che dei misteri dell’animo umano, “capace di salvare una scheggia di luce anche nella notte più buia”. Con Diego, il personaggio più riuscito, a far di conto - lo ripetiamo - con la sua irrequietezza, quella stessa che rappresenta l’incarnazione di un dolore familiare vissuto in prima persona dall’autore. Una angolatura della quale parleremo in seguito. 
Detto questo, un passo indietro. Abbiamo accennato alla tesi di laurea di Altissimo, premiata con il massimo dei voti e la dignità di stampa. Ma chi era e chi è stato David Foster Wallace, nato a Ithaca e morto a Claremont il 12 settembre 2008, a soli 46 anni, che ha segnato l’immaginario del nostro autore? Un geniale scrittore, saggista e docente di scrittura creativa a stelle e strisce; una penna “autentica quanto respingente in prima battuta”. Colui che avrebbe monopolizzato il concetto di vita del nostro Emanuele cresciuto confrontandosi, “fra i sei e i dodici anni, con i nomi di Černobyl’ e Dostoevskij”. Così eccolo spiegarne i risvolti. 
“Da piccolo ero l’iperattività personificata, complice, evidentemente, il dramma di Černobyl’. Successe infatti che mia madre, non sapendo di essere incinta e facendo spallucce agli esperti che raccomandavano alle donne in attesa di evitare alcuni cibi per via della contaminazione, avrebbe forse contribuito -  così ironizzava mio padre, guarda caso di professione medico - al mio stato di insofferenza condito di tic, dei quali in famiglia ne parlavano tutto il giorno. Recenti studi, anche se per la verità io allora mi sentivo speciale, hanno dato un nome a questo disturbo, Adhd (Attention Deficit Hyperactivity Disorder), curabile con un trattamento dell’attenzione. Ma non certo allora… In realtà le cose, anziché migliorare, per me finirono per peggiorare, tanto che non riuscivo più a concentrarmi negli studi e nemmeno a stare seduto sui banchi di scuola. Figuriamoci poi se ce la facevo ad ascoltare l’insegnante…”. 
In altre parole “avrei messo a dura prova la pazienza dei miei genitori, mentre i miei compagni smisero di invitarmi alle feste perché ogni volta combinavo guai. Finii così per isolarmi, per abbracciare la solitudine. Fortuna volle che ci fosse la lettura a distrarmi. Ecco allora il perché di Dostoevskij, il perché di David Foster Wallace. Non è una questione di stile o di forma; semmai è il fatto che i loro romanzi si propongono alla stregua di ponti tra l’autore e il lettore”. 
Curiosità nella curiosità, di Dostoevskij “sapevo tutto prima ancora di leggerlo, in quanto - per via di mio padre - sono cresciuto pensando che fosse una specie di membro della famiglia. E in parte era forse così. In buona sostanza avevo conosciuto la trama di Delitto e Castigo ancora prima di quella di Pinocchio, sapevo della falsa esecuzione, dell’epilessia, della reclusione in Siberia. Ma finii per leggerlo soltanto dopo i sedici anni. Un libro che divorai, seguito a ruota da I fratelli Karamazov, L’adolescente e I demoni. Scoprendo che questo genio era narrativamente febbrile, vorace, irrequieto quanto lo ero io…”. 
E siccome i libri sono come le ciliegie, che una tira l’altra, a seguire ci sarebbe stata la scoperta di altri autori di peso come Thomas Pynchon, Gaddis, Barth e De Lillo. E via via sino ad arrivare a Flannery O’Connor, Carver, Amy Hempel, Sounders, Tobias Wolff, Andre Dubus, Bret Easton Ellis. Ma con tre italiani a guidare la fila delle preferenze: “Carlo Emilio Gadda, Federigo Tozzi e Giacomo Leopardi, che per me sono stati dei veri punti di riferimento”. 
Completato il quadro di vita, una rassicurazione ai lettori che hanno gradito e gradiranno Luce rubata al giorno. Premesso che Emanuele Altissimo ha nel cassetto altri “due o tre” lavori (“Avevo iniziato a scrivere per davvero a 19 anni, pubblicando racconti su riviste indipendenti, anche se il mio vero obiettivo è sempre stato quello del romanzo”), sulla rampa di lancio c’è un bis fresco di scrittura che si rifà ancora una volta, ma da altre a angolature, alle tematiche familiari: “La prima stesura è andata in porto nel giro dei soliti tre mesi. Spero soltanto, stavolta, di non impiegarci un anno per rivederlo e ripulirlo come si conviene…”. 
E su questo non abbiamo dubbi, vista la sua caparbietà, che lo vede alle prese con impensabili sacrifici volti a conciliare la scrittura con il suo impegno nel pubblico impiego. In quanti, infatti, si alzerebbero alle quattro del mattino per mettersi a scrivere sino alle nove e trenta, orario in cui esce di casa per recarsi in ufficio?

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