Cultura

Prima di Piazza Fontana: prove generali per la "madre di tutte le stragi"

A mezzo secolo dai fatti, un libro-inchiesta del giornalista Paolo Morando rivela, grazie a documenti inediti, le verità nascoste di uno dei momenti chiave della storia del nostro Paese


02/09/2019

di Giambattista Pepi


Milano. 12 dicembre 1969. Ore 16.30. Mentre a quell’ora gli istituti di credito si accingevano a chiudere, la sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura nella centralissima Piazza Fontana (così chiamata perché al centro vi è un’artistica fontana di granito rosa di Baveno con statue in marmo di Carrara, opera di Giuseppe Piermarini e Giuseppe Franchi) era piena di clienti venuti per lo più dalla provincia che facevano la fila davanti agli sportelli in attesa di poter compiere alcune operazioni bancarie. Sette minuti dopo nel grande salone dal tetto a cupola scoppiò un ordigno contenente sette chili di tritolo: 16 persone rimasero uccise, 13 sul colpo, mentre altre 87 rimasero ferite. La diciassettesima vittima lasciò questo mondo un anno dopo per problemi di salute in seguito all’attentato. Fu una strage. La prima di una lunga serie. 
Quel giorno il bilancio avrebbe potuto essere più grave se fosse esplosa una seconda bomba che venne ritrovata nella sede milanese della Banca Commerciale Italiana, in Piazza della Scala.  La borsa fu recuperata ma l’ordigno, che poteva fornire preziosi elementi per le indagini, fu fatto brillare dagli artificieri la sera stessa. Una terza bomba esplose a Roma alle 16 e 55 nel passaggio sotterraneo che collegava l’entrata di Via Veneto della Banca Nazionale del Lavoro con quella di Via di San Basilio; altre due esplosero sempre nella Capitale tra le 17 e 20 e le 17 e 30: una davanti all’Altare della Patria e l’altra all’ingresso del Museo centrale del Risorgimento in Piazza Venezia. Sedici le persone rimaste ferite.  
Quella di Piazza Fontana sarebbe stata definita “la madre di tutte le stragi”, il “primo e più dirompente atto terroristico dal dopoguerra”, “il momento più incandescente della strategia della tensione” e, da altri, il prologo della stagione che sarebbe passata alla storia come “anni di piombo”. 
Infatti, altri e più gravi attentati sarebbero seguiti: Piazza della Loggia a Brescia il 28 maggio 1974 (8 morti), quella del treno Italicus il 4 agosto 1974 (12 morti), e, infine, la strage della stazione di Bologna il 2 agosto 1980 (85 morti). 
Le lunghe e innumerevoli indagini hanno rivelato che la strage fu compiuta da terroristi dell’estrema destra, collegati con apparati statali e sovranazionali i quali, però, non sono mai stati perseguiti. 
Nel giugno 2005 la Corte di Cassazione ha stabilito che la strage di Piazza Fontana fu opera di “un gruppo eversivo costituito a Padova nell’alveo di Ordine Nuovo”, e “capitanato da Franco Freda e Giovanni Ventura”, non più perseguibili poiché in precedenza assolti con giudizio definitivo dalla Corte d’Assise d’appello di Bari. Gli esecutori materiali sono rimasti ignoti. Di altre stragi ci sono solo verità parziali, sia perché coperte dal segreto di Stato, mai tolto, sia per altri interessi. Pertanto i familiari delle vittime attendono ancora -a distanza di anni dagli avvenimenti cruenti - di conoscere la verità e di avere giustizia per i loro cari rimasti uccisi e feriti negli attentati. 
Cade pertanto a fagiolo il saggio Prima di Piazza Fontana (Laterza, pagg. 369, euro 20,00) di Paolo Morando: un libro-inchiesta in cui l’autore (vicecaporedattore del quotidiano Il Trentino) racconta una pagina nera della giustizia italiana: quella inerente la ricerca delle responsabilità dei mandanti e degli esecutori degli attentati che precedettero la strage di Piazza Fontana. 
Gli attentati di cui si parla nel libro avvennero il 25 aprile 1969 a Milano nello stand della Fiat alla Fiera Campionaria e all’Ufficio cambi della Banca Nazionale delle Comunicazioni alla stazione centrale (quest’ultimo ordigno per fortuna rimase inesploso) che provocarono una ventina di feriti. 
Questi episodi, per quanto siano stati di modesto impatto, si possono considerare come le prove generali in tutti i sensi di quello che sarebbe avvenuto otto mesi dopo proprio con l’orrenda strage di Piazza Fontana. 
Fin dalle prime ore seguenti agli attentati l’Ufficio politico della Questura del capoluogo lombardo indirizzò le indagini verso gli ambienti anarchici. 
Le conduceva il commissario Luigi Calabresi: vennero arrestate quindici persone della sinistra extraparlamentare, che rimasero in carcere per sette mesi prima di venire scarcerate per insufficienza di indizi. Calabresi venne per questo accusato di pregiudizi per aver indirizzato su un’unica via le indagini pur senza avere alcuna prova in merito. 
Tra le persone fermate e interrogate Pietro Valpreda del Circolo anarchico 22 marzo di Roma e Giuseppe Pinelli del Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa di Milano. Gli stessi che sarebbero poi stati fermati assieme ad un’altra ottantina di militanti anarchici e della sinistra extra parlamentare per la strage di Piazza Fontana. Le vicende di Calabresi, Pinelli e Valpreda si intrecciano. Infatti il povero Pinelli il 15 dicembre, dopo tre giorni di interrogatori, morì dopo essere precipitato dal quarto piano della questura; l’inchiesta giudiziaria, coordinata dal sostituto procuratore Gerardo D’Ambrosio, individuò la causa della morte in un malore, in seguito al quale l’uomo sarebbe caduto da solo, sporgendosi troppo dalla ringhiera del balcone della stanza: la prima versione indicava che Pinelli si era buttato dopo che il suo alibi era crollato, urlando “È la fine dell’anarchia”. 
Il commissario Luigi Calabresi - sebbene secondo l’inchiesta non fosse presente nella stanza dove era interrogato Pinelli al momento della sua caduta dalla finestra - sarà oggetto di una dura campagna di stampa, petizioni e minacce da parte di gruppi di estrema sinistra e di fiancheggiatori, che ebbero il risultato di isolarlo e renderlo vulnerabile. Il 17 maggio 1972 fu assassinato da militanti di estrema sinistra, membri di Lotta Continua. Dopo 25 anni e un iter processuale lungo e tormentato, per il suo omicidio sono stati condannati in via definitiva Ovidio Bompressi come autore materiale dell’assassinio e Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri quali mandanti. 
Esattamente due anni dopo quegli attentati, con un colpo di scena dietro l’altro, fu scoperto che le indagini erano state volutamente indirizzate verso la pista anarchica per sviare la ricerca delle vere responsabilità. Una vicenda emblematica che permette - grazie alla scoperta di documenti fin qui inediti - di fare piena luce sulla perversione della macchina del depistaggio messa in campo dagli inquirenti. 
Leggendo questo libro - ben scritto e riccamente documentato - si può comprendere meglio e fino in fondo cosa c’era dietro gli attentati prima di Piazza Fontana. Attentati che ricorda l’autore nella premessa “… sono stati sempre liquidati in poche righe, vista l’enormità di quanto è venuto dopo: la strage in banca, la morte di Pinelli, una vicenda giudiziaria infinita”. Eppure questi episodi sono rivelatori di una sorta di “regia” occulta, intessuta di connivenze, di complicità, di opacità, che ritroveremo anche più avanti nella successiva stagione delle stragi mafiose degli anni Novanta a proposito della trattativa Stato-Mafia. 
Si è scritto molto della stagione delle stragi terroristiche di matrice politica ma non sempre in buona fede e spesso mescolando bugie e verità. Tra gli autori che hanno parlato maggiormente, Gemma Capra nel libro del 1990 Mio marito il commissario Calabresi, curato dal giornalista Luciano Garibaldi, a sua volta autore del volume Il Commissario del 2013 (da cui è stata tratta la fiction Gli anni spezzati tramessa dalla Rai nel gennaio 2014), che vi dedica un intero capitolo. “Entrambi offrono però un racconto inattendibile” rileva Morando. “Si dice che l’Ufficio politico della questura indagò a sinistra e a destra, ma l’inchiesta riguardò solo gli anarchici. Si parla dei tre condannati, ma mai dei cinque assolti, tre dei quali si fecero quasi due anni di carcere. Non si dice che le condanne furono per soli sei attentati dei diciotto per i quali gli imputati”. Non si fa mai il nome di Antonino Scopelliti, il pubblico ministero (anni dopo ucciso dalla mafia) che riuscì a “smontare” un’istruttoria appiattita sulle indagini dell’Ufficio politico. 
Mezzo secolo dopo la strage di Piazza Fontana, il libro di Morando getta nuova luce sugli attentati del 25 aprile, rivelando le verità nascoste di uno dei momenti chiave della storia del nostro Paese.

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