Povera Italia
Se non comprendiamo che dopo un attentato illecito, tutto quello che accade durante e dopo l’aggressione, la responsabilità non può ricadere sulla vittima, vuol dire che abbiamo perso la ragione
15/06/2026
di Roberto Baresi

Il 28 aprile 2021, a Grinzano Cavour, il gioielliere Mario Roggero si trovò faccia a faccia con un incubo: tre rapinatori fecero irruzione nel suo negozio.
Quella giornata si concluse nel sangue.
Roggero sparò, uccidendo due dei banditi e ferendone un terzo.
Anni dopo, la Corte d’Assise d’Appello di Torino lo ha condannato a 14 anni e nove mesi di reclusione per omicidio volontario plurimo e tentato omicidio.
Una pena inferiore rispetto a quella inflitta in primo grado, ma arrivata con una rapidità che, secondo molti, lascia sgomenti.
Nella sostanza, un uomo di 72 anni rischia di trascorrere il resto della propria vita dietro le sbarre per essersi difeso da un’aggressione.
Un epilogo che, agli occhi dei suoi sostenitori, rappresenta l’ennesima dimostrazione di una giustizia capace di colpire con durezza chi si trova dalla parte della vittima.
L’amara ironia che accompagna questa vicenda dipinge uno scenario paradossale.
Sembra quasi che il vero errore del gioielliere sia stato quello di non consegnare immediatamente i gioielli, di non accettare passivamente la rapina, di non ringraziare i malviventi per il disturbo arrecato.
E, perché no, di non invitarli persino a pranzo dopo la fatica del colpo.
Con colpe così “gravi”, viene da pensare sarcasticamente, la condanna a morire in carcere apparirebbe quasi inevitabile.
Secondo questa lettura provocatoria dei fatti, Roggero avrebbe inseguito i rapinatori non per fermarli, ma per rivolgere loro un ultimo invito a tavola.
E quando si sarebbe accorto della loro totale indifferenza, offeso da tanta scortesia, avrebbe reagito sparando, uccidendone due e ferendo il terzo.
Un comportamento che, sempre seguendo il filo dell’ironia, sarebbe da considerare imperdonabile e da punire senza alcuna esitazione.
Il gioielliere, inoltre, dovrà versare alle famiglie dei rapinatori oltre 3 milioni e 277 mila euro di risarcimento.
Una cifra che, nella narrazione sarcastica dei suoi sostenitori, assume contorni ancora più paradossali: le famiglie di quei “professionisti del furto” si troverebbero ora prive del principale sostegno economico e costrette a fare i conti con un futuro incerto.
Viene quasi chiesto al lettore di immaginare il loro dramma: anni di esperienza accumulata nell’arte della rapina andati perduti in un istante.
Un patrimonio professionale difficile da sostituire, frutto di dedizione, pratica e sacrificio.
Nel frattempo, Mario Roggero ha compiuto 72 anni.
E, sempre nell’amara caricatura proposta da chi critica la sentenza, sarebbe profondamente pentito non tanto di aver sparato, quanto di non aver invitato i rapinatori a pranzo dopo il furto.
Tanto da essersi quasi convinto che la pena ricevuta sia giusta.
Poi, però, il suo avvocato gli avrebbe ricordato che in Cassazione molte sentenze vengono ribaltate.
Una notizia che, a quanto pare, invece di rincuorarlo, lo avrebbe lasciato ancora più amareggiato.
Così si chiude, almeno per ora, una delle vicende giudiziarie più discusse degli ultimi anni: una storia che continua a dividere l’opinione pubblica tra chi vede nella condanna l’applicazione rigorosa della legge e chi, al contrario, la considera il simbolo di una profonda ingiustizia.
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