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Perché l'Unione Europea va riformata in fretta: le considerazioni del professor Renato Cristin


13/05/2019

di Sandro Vacchi


Elezioni europee ormai a un passo, le più importanti per l'Italia, date le implicazioni che avranno anche sulla politica interna. Lo scontro fra europeisti e sovranisti, come vengono definiti in modo semplicistico, è il marchio di questa consultazione, preceduta dalle recenti elezioni spagnole, dall'avanzata delle destre in tutto il continente, dalla controversa uscita della Gran Bretagna dal consesso europeo. 
Le politiche nazionali su temi drammatici come l'immigrazione si scontrano sempre più spesso con le direttive di un'Unione Europea non solo apparentemente lontana dai “suoi” popoli, un'Unione bisognosa di riforme radicali, pena un fallimento sempre più probabile: sul piano monetario, su quello sociale, su quello dei rapporti di forza fra le nazioni. Un fallimento, insomma, dalle fondamenta sempre più scricchiolanti dell'edificio europeo. 
Gli italiani nutrono una coscienza europea alquanto labile, anche a causa delle conseguenze che sulle nostre tasche ha avuto l'introduzione avventata dell'euro. Da noi, inoltre, ogni consultazione elettorale è un termometro di quanto accade sul piano interno: le recenti regionali ne sono l'ultima dimostrazione, con l'avanzata apparentemente inarrestabile della Lega salviniana e il cedimento (recuperabile?) del Movimento Cinque Stelle. Le europee del 26 maggio saranno al tesi di laurea di Matteo Salvini, sia nel rapporto con i suoi alleati nel resto del continente, ma soprattutto nella definizione dei rapporti di forza in seno a un governo nazionale fra i meno convincenti della storia d'Italia. 
Lo scontro fra leghisti e grillini è quotidiano, e il caso del sottosegretario Armando Siri è soltanto l'ultimo, anche se più eclatante, motivo di attrito fra i due eterni litiganti paradossalmente alleati. Reddito di cittadinanza, flat tax, grandi opere, decreto sicurezza, hanno sfilacciato i rapporti, peraltro mai amichevoli, fra i due separati in casa. L'esito di queste consultazioni europee indicherà quale strada si imboccherà verso un divorzio ormai quasi inevitabile. 
Il professor Renato Cristin è docente di Filosofia teoretica all'Università di Trieste, oltre che già direttore dell'Istituto italiano di cultura di Berlino e direttore scientifico della Fondazione Liberal. Autore di numerosi testi accademici, “I padroni del caos” è il titolo del suo libro forse di maggior successo, edito da Liberilibri. Attento osservatore della politica contemporanea, ha avuto una lunga conversazione con Economia Italiana. Siamo certi di donare ai nostri lettori interessanti spunti di riflessione in vista del voto.

Professor Cristin, qual è la valenza delle elezioni europee del 26 maggio? In pochi anni l'Europa è radicalmente cambiata, e gli europei pure. Non trova? 
«Le elezioni europee di fine maggio sono un banco di prova non solo per l’attuale maggioranza all’europarlamento, ma anche per la tenuta delle istituzioni, in primo luogo la Commissione e il Consiglio, dinanzi alla più consistente e contundente sequenza di critiche e di attacchi che si sia vista dall’inizio del percorso di integrazione europea. Una critica che proviene dai settori conservatori o per meglio dire liberal-conservatori di tutti i Paesi europei, e che però non è soltanto politica in senso stretto, ma riguarda l’intera sfera dell’esistenza storico-sociale e che, perciò, può essere condivisa – e di fatto viene parzialmente accolta – da cittadini di altro orientamento politico. Si tratta di una opposizione, talvolta radicale, che ha buone, anzi ottime ragioni e che non proviene da sentimenti anti-europei bensì, al contrario, da amore autentico per l’Europa, per la sua civiltà, la sua identità; dalla constatazione che proseguendo sulla strada imboccata già da parecchi anni quella identità sbiadirà fino a dissolversi, e da una profonda preoccupazione per il futuro del continente, delle sue nazioni e dei suoi popoli».

L'Unione Europea è da rivoluzionare, come sostengono in molti, o addirittura da buttare all'aria, oppure lei ritiene che esistano margini perché possa essere risanata? 
«La posizione che indicavo è costruttiva, perché non vuole invertire il processo di integrazione europea, né distruggerne le istituzioni, ma considera fondamentale l’esistenza e la funzione delle nazioni, la preservazione della loro identità, in quanto ritiene che l’identità europea sia un concerto di identità nazionali e che, dunque, possa essere conservata nella sua globalità solo custodendo le identità locali, che sono la condizione di possibilità di una giusta autonomia nazionale nel contesto di collaborazione e di solidarietà costituito dall’Unione Europea. E’ dunque solo per strumentalismo ideologico che si può sostenere, come le sinistre stanno sostenendo, che i partiti che avanzano quelle critiche – i partiti cioè della vasta area del centrodestra – siano antieuropei. La realtà è del tutto diversa: si tratta di una visione dell’Europa molto più stratificata e articolata rispetto al semplice funzionalismo che altre forze politiche, soprattutto le sinistre, insieme alla elefantiaca struttura dei tecnici hanno realizzato e imposto al continente».

Non ritiene che il cosiddetto populismo, dietro il quale gli euro-fanatici tendono a nascondere di tutto, possa sì essere una risposta in parte sbagliata, ma soprattutto il sintomo del fatto che qualcosa non ha funzionato e che troppi problemi continuano a restare senza risposta? 
«Dopo i vari trattati, dopo l’introduzione della moneta unica, sembra giunto il momento di una revisione accurata dei meccanismi di funzionamento di quella macchina, diventata sempre più ciclopica, che gestisce ormai così larga parte della vita istituzionale, sociale e individuale degli europei. Sarebbe perciò opportuno, anzi necessario che la legislatura che si inaugurerà fra un mese mettesse mano a profonde riforme e, se possibile, avesse perfino un carattere costituente. Non sarà un obiettivo facilmente conseguibile, perché le resistenze degli organismi interni sono talmente forti da bloccare progetti di ampio respiro che possano trasformare le strutture e rivitalizzare processi che si sono burocraticamente sclerotizzati. 
Oggi infatti l’apparato ha scavalcato la politica, la burocrazia sembra prevalere sulla visione e sulle indicazioni della politica (per non parlare di quelle della cultura, ignorata o presa in considerazione solo se politicamente corretta), ostacolando qualsiasi cambiamento rilevante che quest’ultima potrebbe volere. E tuttavia credo che questo sia il compito che i partiti di centrodestra, sia quelli più critici sia quelli legati al PPE, debbano porsi prima di ogni altra cosa: una revisione radicale, ad ogni costo, perché da essa dipenderà il futuro stesso non solo della UE, ma dell’Europa come identità continentale».

L'elefantiaco apparato europeo sembra una moderna riedizione del burocratismo zarista, ereditato poi dall'Unione Sovietica. I romanzi russi dell'Ottocento sono un campionario inarrivabile di un modo quasi kafkiano di interpretare la cosa pubblica. Lei, e con lei i moderati, rappresenta un europeismo riformatore che, al momento attuale, sembra soverchiato dalla contrapposizione barricadiera fa europeisti e sovranisti. E' così? 
«I detrattori della posizione che ho indicato, severamente critica ma al tempo stesso appassionatamente europeistica, ovviamente in un senso diametralmente opposto all’europeismo retorico e burocraticistico, sostengono che i suoi fautori sarebbero un pericolo mortale per l’Europa, perché recuperano vecchi nazionalismi e avversano l’integrazione. Questa propaganda, grezza ma astuta, ci dice che Orbán, Salvini, il governo polacco, quello austriaco, Vysehrad per intenderci e tutti i partiti identitari, da Lega e Fratelli d’Italia allo spagnolo Vox, vorrebbero la dissoluzione della UE. Escludendo questi appena citati, forse qualche piccolo partito può anche avere questo obiettivo, ma si tratta di frange marginali e del tutto minoritarie. La realtà è che si sta profilando un vasto movimento di progressiva, lenta ma probabile, ricompattazione del centrodestra europeo, che potrà racchiudere ali anche molto distanti e finora non conciliate (soprattutto a causa dell’alleanza tra PPE e PSE che ha caratterizzato le ultime due legislature), unendo in forma elastica ma non disordinata quell’ampia area che va dai partiti del PPE a quelli sovranisti e conservatori come appunto la Lega e Fratelli d’Italia. Nello scenario delle alleanze parlamentari post-voto, un’incognita resta il partito di Marine Le Pen».

Il fantasma neofascista è morbosamente agitato dagli euro-fanatici. Le sinistre, vere o presunte, si allarmano a ogni sventolio di bandiere nazionali e alle continue richieste di diritti e assistenza prima per gli europei e poi per gli altri. Se l'Unione doveva fornire più sicurezza che nel dopoguerra ha invece procurato ansia, tensioni sociali, manifestazioni di piazza, e provocato la nascita di movimenti come quello dei Gilet Gialli e di Vox. 
«Al di là dei sondaggi e delle sensazioni, le recenti elezioni spagnole sono un segnale per interpretare l’imminente voto per il rinnovo del Parlamento europeo. Se il successo del Partito socialista è stato solo in parte una sorpresa, del tutto inatteso era il rovescio del Partito popolare, mentre l’esito più che lusinghiero della neonata formazione di centrodestra Vox è la conferma che nelle società europee c’è un forte bisogno di cambiamento, proprio nel senso di cui ho parlato poco fa. Infatti, fra i partiti popolari nazionali, quello spagnolo è forse il più autenticamente conservatore, e tuttavia non è stato in grado di fermare l’emorragia di voti a destra ovvero nella direzione decisamente critica verso la gestione dell’Unione Europea che è stata fatta dall’alleanza fra Partito Popolare Europeo e Partito Socialista Europeo».

In un'Europa dove il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, è dipinto dai detrattori come un personaggio caricaturale, la contestazione dilaga anche nel Paese egemone, la Germania, dove peraltro Angela Merkel è in ritirata. Qual è la sua valutazione? 
«Importante sarà anche il voto tedesco. La nuova presidente della CDU, Annegret Kramp-Karrenbauer, sta abbandonando, anche su pressione della maggioranza del partito, la linea Merkel sull’immigrazione e sull’identità, annunciando una profonda revisione della politica sui rifugiati e sui migranti ultimamente adottata dalla CDU e dal governo federale, che si è rivelata una linea perdente, come si è visto da ripetuti recenti risultati elettorali. Una perdita di consensi che deriva anche dalla perdita di un’identità politica che, tradizionalmente, riusciva a rispondere alle esigenze anche dell’elettorato di destra. Fino a vent’anni fa, seguendo la dottrina di Franz Josef Strauß, uno dei maggiori cervelli politici tedeschi, i democratici-cristiani (CDU e CSU insieme) erano riusciti a evitare che emergessero partiti alla loro destra. L’errore della cancelliera Merkel è stato proprio di aver trascurato quell’insegnamento, e da questa dimenticanza ha potuto crescere AFD, il partito della destra sovranista. Si è trattato di uno slittamento verso posizioni lontane dalla sensibilità dei tedeschi di centrodestra, i quali sono liberali in economia e conservatori nei princìpi, e considerano la tradizione un valore e vogliono difendere la loro identità nazionale ed europea, esattamente come accade per l’area di centrodestra in tutti i paesi europei, Italia compresa. La Merkel del milione di migranti (africani, medio-orientali e asiatici) lasciati entrare in Germania nel 2014 rappresenta una battuta d’arresto, ovviamente non solo di immagine, che peserà non poco sul voto tedesco di fine maggio. Con l’apertura all’immigrazione Merkel si è presa infatti un rischio formidabile e una responsabilità politica gigantesca, e gli ultimi esiti elettorali le hanno ora dato torto. Conscia di ciò e nonostante l’arroccamento della Cancelliera, la CDU sta rapidamente cambiando direzione sui temi particolarmente sensibili per i cittadini, quello identitario in primo luogo, e il voto europeo dirà dunque in che modo i tedeschi di centrodestra giudichino il loro partito storico di riferimento».

L'avanzata in Italia della Lega, fino al caso Siri inarrestabile anche al di fuori del proprio bacino tradizionale, non è indicativa del malcontento dilagante? 
«La crescita dei partiti contrari all’attuale conduzione della macchina europea è una ulteriore dimostrazione che quella struttura è stata guidata in direzione opposta o quanto meno divergente rispetto alle esigenze dei popoli, non solo a quelle materiali ma anche e soprattutto a quelle spirituali. Gli europei avvertono come una concreta minaccia alla loro civiltà il fatto che le istituzioni abbiano sepolto o almeno trascurato gran parte dei contenuti e delle forme dell’identità tradizionale, favorendo un’alterazione che, attraverso il veicolo dell’immigrazione, rischia di produrre una trasformazione etnico-culturale che potrebbe con il tempo assumere i profili di una vera e propria sostituzione di identità».

Da anni ormai s'è aperto un abisso fra la vita quotidiana degli europei, italiani in particolare, e come questa viene interpretata dagli intellettuali o presunti tali. Le categorie di Destra e di Sinistra sono superate dai fatti, non le pare? Al punto che partiti come il PD, erede del vecchio Partito comunista italiano, sono padroni dei salotti radical-chic e vicini all'alta finanza, mentre Lega e Cinque Stelle mietono voti fra gli strati popolari. Eppure la sinistra che non è più tale continua a ritmare: «Più immigrazione! Più tasse! Più immigrazione!». La gente non capisce, esattamente come questa “sinistra” non capisce più la gente. Non trova? 
«Chi minimizza o addirittura ridicolizza questa percezione, come spesso fanno esponenti della politica, della cultura e dei media, commette un atto di superbia e al tempo stesso di sottovalutazione: arroganza perché ritiene di sapere cosa i cittadini pensano o debbano pensare, cosa devono o non devono percepire; e sottostima perché ritengono che in ogni caso quei cittadini si adatteranno alle circostanze, accetteranno più o meno volentieri le nuove realtà sociali e culturali, le nuove composizioni etniche e le nuove configurazioni multiculturali che si stanno delineando e pure producendo. Ma quei cittadini, quei popoli non intendono subire passivamente, e il voto europeo sarà anche l’occasione per una reazione, democratica e razionale, legittima e pacifica, di fronte a questa deriva non immaginaria ma drammaticamente reale».

Il populismo, il revanscismo, gli episodi di xenofobia e di razzismo vero e proprio sono chiari sintomi di paura. 
«La risposta populistica ai problemi sempre più urgenti e alle contraddizioni sempre più evidenti dell’Unione Europea è una prima e comprensibile reazione, dato il grado di scollamento che si è creato fra le istituzioni e la popolazione. Ma per un centrodestra che voglia essere all’altezza della storia europea e delle proprie idee, questa risposta deve essere superata da una più articolata e raffinata azione teorica e pratica che, senza mai perdere di vista l’obiettivo di un drastico cambio di rotta, riesca a fornire risposte più consone alla complessità del presente storico, alle difficoltà che la globalizzazione ci ha posto e perfino imposto».

I moderati sono destinati alla sconfitta in un mondo dominato da rigurgiti marxisti nemmeno tanto mascherati? La classe media è massacrata, i pensionati sono utilizzati come bancomat... La scomparsa di un partito totalizzante come la vecchia Dc, in seguito e in parte sostituita da Forza Italia, non ha disorientato i moderati, soprattutto ora che il berlusconismo attraversa una crisi che sembra irreversibile? E in Europa non vale lo stesso discorso per il centrismo? 
«Nemmeno il popolarismo è tuttavia sufficiente. Il PPE ha deviato dal popolarismo in senso autentico, torcendolo verso sinistra. Ora, il recupero del popolarismo in quanto tale sarebbe un elemento utile per le prospettive di gestione dell’Europarlamento, della Commissione e delle istituzioni eurocomunitarie in genere, ma non è assolutamente sufficiente, sia per la natura stessa del popolarismo (carente, per esempio, riguardo a problemi come quello dell’identità e della risposta identitaria alle politiche immigrazioniste), sia perché nel corso dei decenni si sono affinati strumenti teorici e soluzioni politiche assai più avanzati, dei quali il liberal-conservatorismo è la forma più elevata. E’ necessario dunque un passo in avanti, che il PPE stesso potrebbe compiere e che, in ogni caso, si sta realizzando da parte di altri partiti che nelle varie nazioni esprimono i valori del liberal-conservatorismo, come per esempio la Lega e Fratelli d’Italia del quadro nazionale italiano, o come il partito di Orbán in Ungheria, o ancora il polacco Diritto e Giustizia di Jarosław Kaczyński».

Quali soluzioni si potrebbero prospettare, dunque? 
«Vedo un triplice piano di azione: per evitare le fragilità e la deriva del populismo, che non ha particolare utilità per il consolidamento del centrodestra, e che nel caso del populismo di destra è una forma incompiuta della consapevolezza politica, mentre nel caso del populismo di sinistra è uno strumento della redistribuzione economica (primo gradino dell’espropriazione) e quindi del pauperismo eletto a forma di governo; per superare il semplice sovranismo, che ha invece una funzione assai utile nell’immediato ma che va poi assorbito in una prospettiva più ampia e in una dialettica più aperta con le altre nazioni europee, e per far prevalere il liberal-conservatorismo, che rappresenta il paradigma teorico-pragmatico più avanzato nella vasta area del centrodestra europeo, è necessario da un lato che l’azione politica sia sostanziata dalle idee, dalla teoria, da una visione del mondo che non si limiti a proposte pragmatiche, che pure sono necessarie, ma valorizzi l’identità nei confronti delle alterità culturali e delinei orizzonti complessivi di carattere teorico-politico, e dall’altro lato che non si smarrisca l’orientamento ideale nel caos che, purtroppo, ha avvolto lo scenario globale e soprattutto il quadrante europeo: la distinzione delle posizioni in base alla visione del mondo va conservata come un criterio fondamentale di pensiero e di azione (restano cioè valide le opposizioni fondamentali, alcune delle quali istituite nel secondo Novecento: la destra e la sinistra; l’appartenenza allo schieramento occidentale con l’opzione atlantista in primo luogo e il multilateralismo che prevede linee trasversali vincolate alla regia di organismi extra-nazionali come l’ONU; lo spirito delle nazioni e l’internazionalismo che vuole eliminarle; il sistema socio-economico capitalistico e i suoi variegati avversari; l’identità tradizionale europea, inclusa quella religiosa di impronta ebraico-cristiana, e le numerose identità delle altre aree geopolitiche)».

Capitalismo, nazioni, identità europea: niente è messo in discussione più di questi valori. Sono ancora recuperabili, a suo giudizio? 
«Preservare le nazioni significa salvare l’Europa e pure la stessa Unione Europea, ma per salvare le nazioni – oggi – è necessario preservare l’Unione Europa, perché l’identità europea non può né affermarsi né rafforzarsi senza un contesto istituzionale concreto. 
Senza identità nessuna istituzione può reggersi, ma senza istituzioni nessuna identità può perdurare. Queste ultime devono però corrispondere autenticamente (ciò significa: storicamente, culturalmente e spiritualmente) all’identità dei popoli, perché altrimenti sarebbero, come quelle eurocomunitarie stanno appunto diventando, nemiche di quell’identità. Proprio perciò è urgente ora riformare anzi trasformare decisamente le istituzioni europee, per poter riaffermare, internamente e internazionalmente, tutto il valore dell’identità europea nella pluralità di quelle nazionali».

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