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Per rilanciare l'Italia servirà coraggio, ma il Conte Due non ha gli adeguati "attributi"

L’economista Fedele De Novellis sferza il nuovo Esecutivo che, senza far nulla, ha beneficiato del plauso internazionale. Adesso, però, i nodi verranno al pettine. Senza poter mettere in campo strumenti e politiche economiche adeguate il rischio della recessione diventa concreto


09/09/2019

di Giambattista Pepi


Fedele De Novellis

Il Governo Conte Due è nato così, all’impronta, un po’ improvvisato, con un orizzonte temporale che non è di lungo periodo. Pertanto è difficile poter mettere in campo gli strumenti di politica economica, industriale, territoriale, che possano invertire la marcia e rilanciare la produttività e lo sviluppo, se non c’è una preparazione politica adeguata. Servono tempi lunghi, una visione lungimirante, una prospettiva decisiva, una volontà ferrea e il coraggio di scelte impopolari. Ma non mi pare che ci siano queste premesse. È tranchant il giudizio di Fedele De Novellis, economista e responsabile scientifico di Ref Ricerche, la think tank di Milano. 
Nell’ultimo aggiornamento sull’outlook dell’economia rivela che grazie al contesto internazionale (bassa inflazione, orientamento espansivo delle banche centrali, spread contenuto) l’Italia, senza aver fatto nulla, è in una condizione relativa migliore rispetto a qualche mese fa. Ma - avverte De Novellis nell’intervista rilasciata a Economia Italiana.it - i nodi adesso vengono al pettine perché la congiuntura internazionale manifesta segnali di deterioramento e l’economia in stagnazione dal secondo semestre 2018 rischia di cadere in recessione. E l’agenda del nuovo Governo non sembra in grado di rilanciare il Paese. 
Intanto, come si è visto, in agosto la politica non è andata in ferie; le guerre tariffarie hanno tenuto sulla corda i mercati; il percorso verso la Brexit è diventato, se possibile, più accidentato, dopo la sospensione del Parlamento inglese. Insomma, il quadro economico internazionale si sta deteriorando: tutti gli indicatori congiunturali stanno infatti peggiorando. Dopo un mese di crisi, Roma ha un nuovo Governo, ma il Paese è spaccato in due: tra chi chiede ad alta voce invoca le elezioni anticipate e chi con un compromesso ha messo su una nuova compagine. Se le prospettive di fine luglio non erano entusiasmanti, quelle di settembre cominciano a preoccupare.  

Perché? 
Le banche centrali - risponde De Novellis - sembrano avere la armi spuntate nell’affrontare da sole un rallentamento che origina innanzitutto dalle aspettative delle imprese, sempre più condizionate dagli stravolgimenti negli equilibri commerciali internazionali. La Cina sta rallentando, trascinando con sé molte economie dell’area asiatica e tutti i Paesi integrati nelle catene globali del valore, Germania in primis. Complice anche la crisi del diesel, l’economia tedesca si è fermata. E ne risente anche l’Italia.

Quali sono i problemi che attendono al varco il Governo? 
Dovrà affrontare i problemi che egli stesso si creerà. Abbiamo visto che negli ultimi mesi si era creata una fase di grande attenzione del mercato in relazione alle prospettive della nostra finanza pubblica. C’era stata la procedura per debito eccessivo prima avviata e poi archiviata davanti all’aggiustamento del rapporto deficit-Pil del 2018. Abbiamo visto anche materializzarsi uno scenario più favorevole per i nostri conti. I dati positivi sono i segnali di riduzione dell’evasione fiscale grazie all’introduzione della fatturazione elettronica, ci sono delle misure (quota 100 e reddito di cittadinanza) introdotte dal primo Governo Conte (formato da Movimento 5 Stelle e Lega - ndr) che costano meno in termini di spesa. 
Inoltre abbiamo visto che la Bce ha riorientato la propria politica monetaria in modo espansivo non solo mantenendo un approccio espansivo e mantenendo i tassi al minimo storico, ma annunciando che questo autunno partirà una nuova asta di rifinanziamento delle banche. Questo ha fatto in modo che i tassi sui bond sovrani restassero a un livello negativo. Tale circostanza spinge i mercati verso Paesi come l’Italia che possono ancora assicurare rendimenti positivi sui titoli del proprio debito. Quindi c’è un contesto internazionale che gioca a nostro favore. 
Il fatto poi di avere assicurato il rispetto dei saldi di finanza pubblica come previsto dai Trattati e dalla Commissione europea, ha portato a migliorare la view dei mercati verso l’Italia e quindi i tassi di interesse sono crollati. Questo comporta un minore onere del servizio sul debito e dunque un risparmio che aiuta ulteriormente a migliorare i conti pubblici. In più naturalmente fa apprezzare gli attivi, cioè i patrimoni delle banche, e migliora le condizioni di accesso al credito per famiglie e imprese. Quindi tassi di interesse più bassi, un po’ di credito in più, una finanza pubblica migliore. In definitiva senza fare nulla, l’Italia è in una condizione relativa migliore rispetto a qualche mese fa.

Ma l’economia globale manifesta in misura sempre più evidente segnali di deterioramento della congiuntura, rispetto alla quale il Paese non ha modo di proteggersi... 
Infatti. Il fatto che i nostri tassi di interesse sono scesi molto in parte è l’esito della riduzione dello spread, e in parte è dovuto al fatto che i tassi tedeschi sono su valori negativi. Un tasso di interesse negativo è un segnale di profonda avversione al rischio del mercato e sostanzialmente rivela che le banche centrali hanno paura di non farcela questa volta ad evitare una recessione. Hanno paura che si innesti una fase di deflazione che creerebbe problemi non facilmente risolvibili alla trasmissione della politica monetaria.

È una buona notizia quanto ha scritto nei giorni scorsi Il Sole 24 Ore che la diminuzione dello spread tra Btp e Bund tedesco potrebbe tradursi in un risparmio sul servizio del debito di 15 miliardi di euro? 
Non è chiaro quale sia l’ampiezza temporale del periodo preso a riferimento per fare questo calcolo, ma anche se non dovessimo arrivare a realizzare un risparmio di questa entità, è comunque una buona notizia.

Qual è la sfida vera che attende l’Esecutivo? 
Non è tanto nel passaggio della Legge di bilancio, meno complesso di quanto paventato nel dibattito corrente, quanto nell’esigenza di costruire un’agenda di politiche in grado di aumentare le chance di crescita dell’economia: una sfida, questa sì, davvero ardua date le premesse.

Perché? 
Nell’ultimo anno e mezzo abbiamo assistito a una serie di eventi: la Brexit, le barriere commerciali e tariffarie, l’embargo alle esportazioni iraniane, la questione della stabilità di Argentina, Venezuela, e Turchia. Una serie di fenomeni che hanno reso difficile decifrare all’inizio tutti questi focolai di crisi. Alla fine quello che è emerso nella view dei mercati è che esiste un comune denominatore che possiamo chiamare rischio politico. Oggi ci dobbiamo confrontare con la Brexit, la questione delle barriere tariffarie, che fino a qualche anno fa non avremmo smontato le nostre aspettative. 
È chiaro che questo ha aumentato molto l’incertezza sulle politiche e quindi gli investitori si stanno ritraendo proprio perché a questo punto ritengono che ci sia un maggiore rischio degli investimenti. Se si riducono gli investimenti ne risenta l’economia. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump si sta lamentando dando la colpa alla Fed, mentre in realtà la colpa è delle sue scelte: sono le sue politiche protezionistiche ad avere generato un rallentamento della domanda internazionale. I paesi che sono più integrati nella catena del valore ne risentono di più rispetto ad altri che lo sono meno. La Cina ne sta risentendo molto e in Europa la Germania. La prima importa meno dalla seconda e i tedeschi da noi. È una sorta di effetto domino nel quale noi ci ritroviamo. 
Inoltre la Germania è il più grande produttore di auto diesel e siccome stanno mutando le preferenze dei consumatori verso auto che inquinano meno, ecco che l’industria automobilistica tedesca sta pagando dazio. E siccome negli ultimi anni la crescita è stata trainata dall’industria che esportava, adesso che l’export è calato dovrebbe essere la domanda interna a sostituire un contesto esterno più debole per sostenere una congiuntura sempre più flebile.

C’è la possibilità di aumentare i consumi? 
No. Perché siamo un Paese a produttività stagnante da molti anni. Produttività stagnante significa redditività stagnante. Se manca la produttività non crescono i salari reali e quindi la domanda. Ecco allora che sul breve periodo il contesto internazionale ci ha aiutato, però nel lungo periodo occorrerebbe rilanciare politiche che favoriscano la produttività.

E si può fare quello che lei dice? 
Non credo, perché questo Esecutivo nasce così, all’impronta, un po’ improvvisato, con un orizzonte temporale che non è di lungo periodo. È difficile mettere in campo le politiche economiche, industriali e territoriali che occorrerebbero per invertire il trend della prolungata stagnazione italiana, senza una preparazione politica adeguata. Servono tempi lunghi, una visione lungimirante, una prospettiva decisiva, una volontà ferrea e il coraggio di scelte impopolari. Ma non ci sono le premesse. In definitiva possiamo dire che abbiamo scampato il pericolo, ma continueremo ad andare male.

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