Cultura

Per migliorare la democrazia serve la meritocrazia

Jason Brennan propone di sperimentare una forma di governo che distribuisca il potere politico sulla base di conoscenza e competenza


03/05/2021

di Giambattista Pepi


“Molte forme di governo sono state sperimentate e saranno sperimentate in questo mondo di peccato e di dolore. Nessuno ha la pretesa che la democrazia sia perfetta o onnisciente. Infatti, è stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo ad eccezione di tutte le altre forme che sono state sperimentate di volta in volta”. Così Winston Churchill, l’ex Primo ministro inglese, passato alla storia per avere guidato il Regno Unito alla vittoria nella Seconda guerra mondiale contro le potenze dell’Asse non aveva dubbi su quale fosse la “miglior forma di governo possibile” da preferire pur con i suoi innegabili difetti. 
La democrazia è la forma di Stato che, nell’accezione contemporanea, si è via via affermata in modo particolarmente significativo negli ultimi due secoli. Storicamente il concetto di democrazia non si è cristallizzato in una sola univoca versione, ovvero in un’unica concreta traduzione, ma ha trovato espressione evolvendosi in diverse manifestazioni, tutte comunque caratterizzate dalla ricerca di una modalità capace di dare al popolo la potestà effettiva di governare. 
Esistono diversi modi di classificare la democrazia. Una distinzione fondamentale e quella che qui ci interessa, è tra democrazia diretta e democrazia indiretta. Nella democrazia diretta, il potere sovrano è esercitato direttamente dal popolo, come avveniva nell’antica Grecia dove i cittadini (esclusi schiavi, donne e cittadini stranieri) si riunivano per discutere attivamente di leggi o posizioni politiche da prendere poi in apposite votazioni a maggioranza. Nella democrazia rappresentativa il potere sovrano è esercitato da rappresentanti eletti dal popolo (il Parlamento). È storicamente la forma di democrazia nata con i moderni Stati di diritto a partire dalla Rivoluzione francese. Il potere sovrano, dunque, è esercitato dal popolo nella misura in cui ciascun cittadino avente il diritto di voto elegge in elezioni politiche i propri rappresentanti di governo in Parlamento. 
Ora fino a quando il diritto di voto era limitato sulla base di requisiti quali il ceto e l’istruzione ci si affidava alla scelta di chi possedeva più saggezza per discernere e più virtù per perseguire il bene comune. Successivamente, il suffragio è stato allargato prima, progressivamente, alle persone di sesso maschile, poi anche alle donne e si è diffusa l’idea che all’eguaglianza nella titolarità dell’elettorato attivo corrispondesse eguaglianza delle capacità. 
Di fatto, per circa un secolo, il vuoto creato dal suffragio universale è stato riempito da un altro sistema di formazione e di selezione: gli Stati hanno delegato il compito di superare le diseguaglianze tra i cittadini, ai fini della partecipazione politica, ai partiti, che hanno svolto il compito di “palestra” per la formazione e la selezione dei candidati. Ma, a un certo punto, i partiti politici sono entrati in crisi, e non sono stati più capaci come in passato di operare una selezione dei candidati da far eleggere sulla base del merito. Risultato? I cittadini, non tutti ma nemmeno così pochi, non sono edotti delle esigenze di gestione della “casa comune”, capaci di scegliere tra i diversi indirizzi di gestione, abili nell’individuare le persone giuste, idonei ad assumere essi stessi funzioni di governo. Molti elettori compiono le loro scelte sulla base dell’emozione o del pregiudizio, non conoscendo neanche, in numerosi casi documentati, la forma di governo vigente o addirittura i nomi dei leader in carica. 
Sicché al governo – lo constatiamo a ogni elezione nei parlamentari eletti e lo tocchiamo con mano molte volte vedendo i ministri che compongono gli esecutivi quando non anche chi sta sulla tolda del comando – finiscono persone mediocri, incompetenti e, tutt’altro che raramente, disoneste e prive di moralità. 
Se le cose stanno così, sorprende fino a un certo punto che Jason Brennan con il libro Contro la democrazia (Luiss, pagg. 336, euro 24,00, traduzione a cura di Rosamaria Bitetti e Federico Morganti con un saggio introduttivo di Raffaele De Mucci) sottoponga a un processo spietato la “miglior forma di governo possibile”. 
Come superare gli inconvenienti della democrazia se non vogliamo esporci ai rischi che comporterebbe la concentrazione del potere nelle mani di pochi? La proposta di Brennan (professore alla Mc Donough School of Business della Georgetown University) è sperimentare una forma di governo “epistocratica” che sia compatibile con parlamenti, elezioni e libertà di parola, ma distribuisca il potere politico in proporzione a conoscenza e competenza. 
È una proposta originale, certamente spiazzante, che ha suscitato un intenso dibattito fin dall’indomani della pubblicazione del volume alla fine di agosto 2016, ma attraverso quali studi e osservazioni l’autore giunge a formulare una riforma meritocratica della democrazia liberale? 
“Le mie critiche della democrazia sono basate su trend empirici sistematici di lunga durata” scrive nella premessa. “Circa sessantacinque anni fa abbiamo cominciato a misurare il livello di informazione dei cittadini. I risultati errano deprimenti allora, e lo sono ancora oggi. E’ risultato che l’elettore medio, modale e mediano è male informato o ignorante su informazioni politiche di base”. 
Secondo Brennan esistono tre elettori-tipo: “gli gobbi sono cittadini scarsamente informati, con scarso interesse e scarsi livelli di partecipazione politica; generalmente si caratterizzano per un impegno ideologico debole o instabile. Al contrario gli hooligan sono cittadini molto informati e impegnati nei confronti della politica e della propria identità ideologica. Per loro, fare politica è come tifare per una squadra. I vulcaniani, infine, sono un idealtipo, senza eccessiva lealtà per le proprie convinzioni. La democrazia è il governo di hooligan e hobbit”. 
Nonostante le critiche, egli continua a essere convinto che le democrazie siano ancora “oggi i posti migliori dove vivere al mondo”, ma aggiunge che “dato che sappiamo che la democrazia ha difetti sistematici, dovremmo essere aperti all’idea di sperimentare e studiare nuove alternative”. 
Ma la domanda di fondo è una: sono accettabili e, soprattutto, realizzabili queste proposte? In primo luogo, l’autore non considera come operano gli ordini giuridici democratici. 
Negli ordinamenti democratici, democrazia è contrapposta o integrata da democrazia. Negli Stati Uniti, si vota per le Contee, per gli Stati, per il Congresso (separatamente per la Camera dei rappresentanti e per il Senato). Dunque, un popolo non competente può essere controllato, e corretto da altre istanze popolari. Inoltre i poteri pubblici non sono tutti egualmente democratici perché non tutto il potere è affidato a istituzioni democratico-elettive. Il potere è ripartito ed in larga misura messo nelle mani di competenti, quali sono i funzionari amministrativi e i giudici federali. Brennan, come molti studiosi della democrazia, non presta poi attenzione al pluralismo, alla ripartizione del potere tra organismi diversi, agli ampi spazi nei quali operano organismi i cui meccanismi di selezione sono epistocratici o meritocratici, organismi che possono giungere persino a controllare quelli democratici in senso stretto, perché elettivi. Il “plaidoyer” in favore di sistemi politici meno affidati a incompetenti è, quindi, inutile? Non crediamo che sia inutile, perché vi sono ancora spazi per innestare ulteriori elementi epistocratici nelle democrazie. Se all’idraulico e al medico è richiesto di conoscere un mestiere, non è opportuno richiedere a chi deve svolgere un compito tanto più socialmente importante come quello di rappresentante o di governante, un certo grado di preparazione? Quindi, l’epistocrazia può operare come correzione della democrazia, come un suo limite, non al posto della democrazia. Oggi il suffragio universale è il meccanismo principale per dare legittimità al governo e non se ne può fare a meno. Tuttavia, requisiti ulteriori di candidabilità possono essere disposti, insieme con azioni positive che diano un contenuto al principio di eguaglianza in senso sostanziale, per rendere concreto l’articolo 3 della Costituzione della Repubblica, che stabilisce il principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, e l’impegno a rimuovere ogni ostacolo che impedisca la loro partecipazione effettiva alla vita sociale, economica e politica del Paese, quindi anche attraverso l’esercizio del diritto-dovere di votare, ma anche di candidarsi a ricoprire un incarico pubblico elettivo. 
Contro la democrazia, che ha diviso specialisti e lettori e creato enorme dibattito in un campo in cui c’è urgente bisogno di idee e stimoli nuovi, è un libro che può illuminare o fare infuriare, da conservare gelosamente o da lanciare contro il muro, ma che in ogni caso non può essere ignorato.

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