Cultura

Paolo Baffi, quel grande banchiere misconosciuto

In un libro, curato da Federico Pascucci, sono stati ripubblicati 18 dei 22 tra interventi e articoli scritti dall’economista e Governatore della Banca d’Italia dal 1965 al 1988 sulla rivista Bancaria dell’Abi


07/01/2020

di Tancredi Re


Tra le figure più eminenti di cui l’Italia può andare fiera va annoverata certamente quella di Paolo Baffi: economista, Governatore della Banca d’Italia e docente universitario. Nonostante siano trascorsi trent’anni dalla scomparsa, il suo pensiero resta ancora oggi di grande attualità. Nel solco della tradizione di via Nazionale avviata da Luigi Einaudi (inventore delle Considerazioni finali, le conclusioni che, da allora, accompagnano ogni anno la presentazione della Relazione annuale della Banca d’Italia da parte del Governatore), Baffi, da alto educatore, si distinse per far comprendere all’opinione pubblica il significato ed il sistema delle relazioni che lega tra loro le variabili reali e monetarie del sistema economico, “perché - scriveva - solo azioni rispettose di queste relazioni concorreranno in senso positivo a tracciare un sentiero sostenibile di sviluppo”. 
Ad alcuni temi, Baffi si è dedicato con maggiore vigore e passione in quanto più urgenti e vicini all’interesse generale: dal valore della stabilità monetaria alla difesa del risparmio delle famiglie, dalla necessità di mettere sotto controllo e riqualificare la spesa pubblica e, in generale, di limitare l’intervento pubblico e ripristinare la capacità allocativa dei mercati fino all’adesione al processo di integrazione europeo. 
Può essere allora interessante riscoprire il suo pensiero leggendo il libro Economista e banchiere centrale (Laterza, pagg. 265, euro 13,99), che ripubblica (con il contributo dell’Associazione Bancaria Italiana e dell’Istituto Luigi Einaudi per gli studi bancari, finanziari e assicurativi) 18 dei 22 articoli ed interventi di Paolo Baffi, pubblicati da Bancaria, la rivista dell’Abi nell’arco di quasi cinque lustri (dal 1965 al 1988). 
Il volume (con la prefazione di Antonio Patuelli, presidente dell’Abi e Maurizio Sella, presidente dell’Istituto Luigi Einaudi e la post fazione di Salvatore Rossi, ex Direttore generale della Banca d’Italia) non è una raccolta “di interventi resi omogenei dall’occasione istituzionale in funzione della quale essi furono realizzati” ricorda il curatore Federico Pascucci, bensì  “un’antologia che trae il suo interesse proprio dalla varietà dei temi trattati e dalla diversa veste con cui l’Autore li ha sviluppati”.  
Laureatosi nel 1932 in economia e commercio all’Università Bocconi di Milano, con una tesi sulla depressione economica mondiale, Baffi fu allievo e assistente di Giorgio Mortara. La sua carriera si svolse quasi ininterrottamente nella Banca d’Italia dove entrò nel 1936. 
Fu lo stesso Mortara a suggerire il nome di Baffi al Governatore della Banca d’Italia Vincenzo Azzolini il quale - dopo la legge del 1936 sul sistema bancario che attribuiva alla Banca nuove funzioni - era in cerca di persone esperte in grado di far parte dell’Ufficio Studi di nuova costituzione. 
Il Governatore Luigi Einaudi lo promosse capo dell’Ufficio studi. Nel 1947 l’operato di Baffi, che lavorava fianco a fianco con il Governatore Donato Menichella, fu decisivo per l’elaborazione della cosiddetta Linea Einaudi, che portò, tramite l’aumento dei coefficienti di riserva obbligatoria, all’abbattimento dell’inflazione. 
Fu nominato Governatore il 19 agosto 1975, succedendo a Guido Carli, dimissionario. E si vide subito la tempra dell’economista che fin dall’inizio volle che la Banca centrale riacquistasse la propria autonomia di azione, “ormai molto ridotta a causa della pesante e crescente immobilizzazione dell’attivo in prestiti all’Erario”. 
La svolta - rispetto al governatorato Carli - avvenne con Paolo Baffi, perché la Banca centrale nazionale mutava sensibilmente il proprio atteggiamento rispetto ai problemi legati al governo della moneta e di riflesso nei confronti della questione istituzionale” (intendendo per tale il rapporto con il Tesoro). 
Baffi si impegnò per garantire la stabilità monetaria quale requisito fondamentale di una crescita economica non effimera; per favorire il processo di formazione del risparmio; e per contrastare l’inflazione galoppante che avrebbe avuto gravissime conseguenze sul valore della moneta e dunque sui risparmi degli italiani. 
Come ricorda Federico Barbiellini Amidei nel volume in un articolo intitolato Paolo Baffi, una lezione civile, l’economista non perse occasione per spiegare come la stabilità del metro monetario fosse una “primaria condizione di efficienza del sistema economico”, e quanto gravi siano i danni di lungo periodo arrecati dall’inflazione: l’inflazione - ammoniva l’economista - “semina incertezza e riluttanza a investire”, “mina la formazione di capitale nel settore delle imprese e, più lentamente, ma inesorabilmente, in quello delle famiglie”. Considera pertanto la stabilità della moneta condizione necessaria per il corretto funzionamento dei mercati: “non ci può essere – scriveva Baffi – il mercato senza la moneta. E un’inflazione alta, ma soprattutto incerta e imprevedibile nel tasso, distrugge la moneta e il mercato”. E pertanto, per ricreare condizioni di stabilità monetaria nell’Italia degli anni Settanta egli individuava la terapia nel combinato disposto del riequilibrio del bilancio pubblico, della moderazione salariale e del funzionamento dei mercati. 
Egli non visse abbastanza per poter apprezzare il contributo decisivo fornito dall’Eurosistema imperniato sulla Banca Centrale Europea, al raggiungimento dell’obiettivo della stabilità monetaria e del contenimento dell’inflazione che ha giovato molto all’Italia. E se quella battaglia che egli condusse tra i primi quando l’Unione economica e monetaria europea era ancora di là da venire è stata vinta, su altri due versanti i suoi avvertimenti sono rimasti ancora inascoltati: innanzitutto l’urgenza di mettere sotto controllo e riqualificare la spesa pubblica (oggi si chiama spending review, cioè rivisitazione della spesa) e contenere l’invadenza del settore pubblico necessario per accrescere la produttività, sostenere l’accumulazione e la crescita; e poi quando predicava che lo Stato dovesse promuovere politiche e comportamenti coerenti per l’adesione al processo di integrazione europea, che proprio in quegli anni stava prendendo corpo con l’intensificazione delle trattative per la creazione del Sistema monetario europeo.   
Baffi affrontò esplicitamente anche il nodo del rapporto tra Banca d’Italia e Tesoro all’assemblea annuale dell’istituto, il 31 maggio 1976. Bisognava ridare spazio alla politica monetaria: “Negli ultimi anni, il disavanzo pubblico e la spinta delle retribuzioni, insieme presi, hanno assunto ... un ruolo dominante, relegando l’Istituto di emissione in una situazione che si caratterizza sia per una quasi estraneità operativa ai flussi di alimentazione della massa monetaria sia per lo scarso inserimento nel processo decisionale che mette capo alla definizione del disavanzo e della dinamica salariale. Il primo passo in un processo che restituisca all’Istituto di emissione un maggiore spazio di manovra deve essere compiuto nella direzione del contenimento del disavanzo dello Stato”. 
E per finire ricordiamo che questa adamantina figura di servitore dello Stato è stata ingiustamente “sporcata” il 24 marzo 1979 quando Baffi fu incriminato per favoreggiamento e interesse privato in atti d’ufficio nel corso di un’inchiesta sul mancato esercizio della vigilanza sugli istituti di credito condotta dal giudice istruttore Antonio Alibrandi (il cui figlio, Alessandro, era un terrorista neofascista)e dal sostituto presso la Procura della Repubblica di Roma Luciano Infelisi, considerati entrambi molto vicini alla famiglia Caltagirone (indebitati per cifre ingenti con l’Italcasse) e alla Democrazia Cristiana: il vicedirettore della Banca d’Italia, Mario Sarcinelli, fu tratto in arresto e portato nel carcere romano di Regina Coeli, mentre il Governatore evitò le manette a causa dell’età avanzata. 
Per non coinvolgere nel discredito la Banca Centrale, che egli aveva onorato e servito con alto senso del dovere e grande responsabilità, Baffi preferì dimettersi dall’incarico di Governatore il 16 agosto 1979. Scrisse in proposito nel suo Diario: “Non posso continuare a identificarmi col sistema delle istituzioni che mi colpisce o consente che mi si colpisca in questo modo”. L’11 giugno 1981 sia Sarcinelli che Baffi furono integralmente prosciolti in istruttoria.

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