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Orsina: Giuseppe Conte? Un mediatore privo di identità alle prese con una grave crisi

Un sistema politico folle ha portato al potere una persona priva di esperienza politica. Risultato? Un deludente Esecutivo giallo-verde seguito da un secondo nato contro Salvini. La gestione dell’emergenza? Più ombre che luci: inefficiente la macchina amministrativa, insufficiente la comunicazione, sacrificata la dialettica politica e parlamentare


08/06/2020

di Giambattista Pepi


Giovanni Orsina

Due anni, due Governi di segno politico quasi opposto e una pandemia tutt’altro che finita: il secondo anniversario di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi, per la quantità di eventi, ribaltoni politici, crisi economiche sfiorate o all’orizzonte, sembra quasi un decennale. E il capo del Governo, forse, vede solo ora davanti a sé la sfida più difficile: quella del rilancio post-Covid-19 dell’Italia in vista di un’estate che, tra il pressing degli enti locali, delle imprese o dei partiti di maggioranza, vedrà ancora una volta il “professore” correre sul filo del rasoio.  
A tracciare un bilancio dei due Esecutivi presieduti da Giuseppe Conte è Giovanni Orsina, professore di storia contemporanea e direttore della School of Government all’Università Luiss Guido Carli di Roma. Orsina – che abbiamo intervistato - è inoltre editorialista del quotidiano La Stampa e del settimanale L’Espresso

Due anni a Palazzo Chigi di un professore d’Università per quanto bravo, ma privo di pedigree politico… 
La mia prima reazione è di sorpresa, di stupore. Diventa presidente del Consiglio una persona che fino a una settimana prima era sconosciuta non soltanto all’opinione pubblica ma alla politica. È la più alta carica politica dell’Italia, non stiamo parlando di un incarico di sottogoverno. Tutto questo è avvenuto perché il sistema politico nazionale è ormai completamente destrutturato. Il nostro purtroppo è un sistema folle, che non riesce più ad avere una logica di funzionamento e proprio per questo può portare alla massima carica politica una persona sconosciuta e del tutto priva di esperienza politica. E questo naturalmente è il portato, l’ultima incarnazione di un processo di dissolvimento della politica che parte dai primi anni Novanta, quindi da Tangentopoli. Che passa attraverso i Governi tecnici, di sospensione della politica. E che approda, infine, nel 2013, alla grande vittoria elettorale del M5S e nel 2018 all’ampliamento del risultato grillino e alla vittoria della Lega. Insomma è “saltata” la grammatica politica. 
Questa reazione di stupore si collega anche alla capacità di Conte di essere presidente del Consiglio di due governi così diversi: è il volo del calabrone dal punto di vista della logica politica. Si cambia formula, e maggioranza, ma non il capo del Governo che resta lo stesso. Curioso no?

Chi è Conte? 
Conte è un mediatore. E nasce come mediatore non tra Movimento 5 Stelle e Lega, ma tra M5S-Lega-Quirinale.

Perché? 
Perché il famoso Governo giallo-verde non era tale, ma era il Governo giallo-verde con l’impronta del Quirinale. Non ci dimentichiamo Giovanni Tria ministro dell’Economia, non dimentichiamo Enzo Moavero Milanesi ministro degli Esteri. Cioè quel Governo era in qualche modo “commissariato” dal Quirinale, c’era una mano, un occhio, un controllo molto forte da parte del presidente della Repubblica.

Ma il Capo dello Stato è garante del rispetto della Costituzione della Repubblica e dei Trattati internazionali… 
È logico che operasse così. Nel momento in cui c’è un Governo in una posizione di forte critica nei confronti dell’Europa era per certi versi inevitabile che il Capo dello Stato ci mettesse dentro delle persone per controllare che questo esperimento politico (il Governo M5S-Lega) fosse compatibile con il quadro europeo dentro cui si muove l’Italia. Questo dimostra quanto Conte sia stato politicamente uno “spazio vuoto”: non ha un’identità politica, è un “luogo” di mediazione nel quale confluiscono e si compongono posizioni politiche diverse. Il suo bilancio è quello di un buon mediatore. Niente di più.

Lei solleva l’obiezione che il capo dello Stato sia intervenuto durante la formazione del primo Governo Conte dando indicazioni e suggerendo nomi che risultassero graditi all’Europa. Ma Mattarella non è l’esempio nella storia recente della Repubblica. L’aveva già fatto Giorgio Napolitano sostituendo Berlusconi eletto dagli italiani con il “tecnico” Monti. 
Sì. È così. La nostra Costituzione è abbastanza generica sui poteri del Capo dello Stato. Si pensi allo scioglimento anticipato delle Camere: un potere notevole che poi l’interpretazione della Carta ha subordinato alla condizione che non ci sia una maggioranza in Parlamento in grado di esprimere un Governo. Un vincolo che è stato sempre rispettato tranne nel 1993 quando Oscar Luigi Scalfaro sciolse anticipatamente il Parlamento pur in presenza di una maggioranza parlamentare. Insomma, la Presidenza della Repubblica è una carica a fisarmonica essendo i suoi poteri suscettibili di allargarsi o restringersi a seconda del contesto politico. 
È evidente che più i partiti sono forti, più il sistema politico è strutturato e più il Capo dello Stato diventa un semplice “notaio” della volontà del corpo elettorale e della politica. Se una maggioranza vince, il suo leader sarà il presidente del Consiglio. Quando esplose la crisi del debito sovrano in Europa nel 2011, il Governo Berlusconi vacillò, e il Presidente della Repubblica recuperò margini di manovra e “impose” un Governo tecnico (quello guidato dal professor Mario Monti - ndr) al posto di quello indicato dagli elettori. Anche nel 2018 dalle urne non uscì un vincitore unico, ma più vincitori: il M5S come partito e il Centro-destra come coalizione.

Quello fu l’ennesimo esempio di un sistema politico che mal funziona… 
Certamente. Il centro-sinistra e il centro-destra non avevano la maggioranza. In mezzo a loro c’era il Movimento 5 Stelle che poteva allearsi o con l’uno o con l’altro. Oppure con un “pezzo” dell’uno o un “pezzo” dell’altro. Nel nostro caso, il M5S si alleò con la Lega. Fu un’operazione bizantina, complicatissima, che aprì spazi notevoli all’operato del Capo dello Stato. 
Del resto siccome il Presidente della Repubblica dura in carica sette anni, che sono un’eternità in politica, diventa un’ancora a cui potersi aggrappare, in un sistema politico bloccato e fluido com’è quello nostro.

Cosa lascia in eredità il suo primo Governo. Per che cosa sarà ricordato l’esecutivo giallo-rosso? 
E’ stato il grande esperimento del Governo populista in un Paese dell’Europa occidentale fondatore dell’UE. Quello è stato un esperimento molto interessante lo dico da analista perché era un primo tentativo di Governo populista. Lascia un grande senso del disordine e della confusione che è per molti versi intrinseca al Governo populista. Una confusione comunicativa. Ossia l’uso esasperato degli elementi di comunicazione che sono legati allo stile populista. Lascia alcuni provvedimenti-bandiera che appartenevano, da una parte, al Movimento 5 Stelle e, dall’altra, alla Lega: mi riferisco al reddito di cittadinanza e a Quota 100, che hanno avuto un impatto nettamente inferiore a quello che ci si aspettava. 
Provvedimenti molto ridimensionati rispetto alle ambizioni originarie a causa del fatto che l’Italia era tenuta a rispettare i parametri europei del Patto di Stabilità e del Trattato di Maastricht per quanto attiene al rapporto deficit-Pil e debito-Pil. Quello che lasciano nella realtà è che poi, alla fine, il Governo populista è dovuto scendere a patti con il contesto europeo in occasione della scrittura della Legge di Bilancio 2018. Dopo avere tenuto il punto facendo credere di poter sfidare fino alla fine Bruxelles sulla base del principio della salvaguardia della sovranità del Paese, il Governo giallo-verde ha ceduto raggiungendo con la Commissione europea l’accordo di non andare oltre il 2,04% nel rapporto tra deficit e Pil. In definitiva è stato un esperimento di governo deludente sia in positivo, sia in negativo.

Come ha gestito l’emergenza Covid-19 il Governo Conte 2 sia dal punto di vista sanitario che da quello economico? 
Il mio giudizio non è positivo. Tuttavia dobbiamo tenere presente anzitutto che eravamo di fronte ad una situazione senza precedenti e quindi è stata una sfida drammatica. Inoltre il nostro è un Paese più fragile di altri in termini di efficienza amministrativa, di coordinamento tra Stato e regioni, in termini di logistica. E se la macchina è inefficiente, sarebbe ingiusto attribuire tutte le colpe al guidatore. Dobbiamo anche riconoscere che i Paesi che hanno reagito bene alla pandemia sono pochi. Eccetto Corea del Sud, Cina e Germania non ne vedo altri.

Perché non è positivo il suo giudizio? 
Il Governo si è mosso con un certo ritardo, facendo la cosa più facile che era il lockdown: state tutti a casa e a voi ci pensiamo noi. E’ facile farlo, ma si sollecita la parte più efficiente che è quella dell’ordine pubblico: l’Italia è un Paese che ha una tradizione poliziesca. Quindi tutto sommato la gestione dell’ordine pubblico funziona. Ma è solo una parte della storia. Sui tamponi, le mascherine, la app Immuni, si sono mossi tardi e si sono fatti errori marchiani. 
Un esempio è quello del tetto di spesa sulle mascherine. Avremmo potuto fare di più sul versante sanitario, ma non si è fatto. A ogni modo, prima che si possa dare una valutazione compiuta bisognerà studiare a lungo, e nei dettagli, com’è stata organizzata la reazione alla pandemia, come e dove poteva farsi di più, e chi è responsabile degli errori. E lo studio dovrà essere comparato. Quindi quella che sto esprimendo adesso è soltanto un’impressione, e vale quel che vale.

Cos’altro non le è piaciuto nella gestione dell’emergenza sanitaria da parte del Governo Conte? 
La comunicazione. Comunicazione disordinata, con segnali contraddittori al Paese. E poi l’uso delle istituzioni da parte del Governo: i DCPM al posto dei decreti legge. Il mancato coinvolgimento delle opposizioni e della dialettica democratica e parlamentare.

E i provvedimenti per il rilancio dell’economia? 
È evidente che è stato fatto molto sulla carta. Ma poi anche complice di nuovo l’inefficienza della Pubblica amministrazione, bisognerà vedere poi come dalla carta queste misure trovino applicazioni nella vita reale. Il tempo stringe e anche utilizzare forme come decreti di centinaia di pagine e centinaia di articoli con tanti rimandi non aiuta di certo. Invece si sarebbe potuto privilegiare provvedimenti più snelli.

Un ruolo non secondario in questa vicenda lo hanno svolto gli scienziati e il Comitato tecnico scientifico. L’impressione nostra è che il Governo si sia nascosto dietro il paravento delle decisioni di tecnici e medici per timore di compiere scelte impopolari, assumendosene pienamente la responsabilità. Lei ha avuto questa sensazione? 
È così. Una politica molto debole e molto pavida si è riparata dietro ai tecnici. Ma ci sono decisioni che la politica non può appaltare a nessuno. Non ci dimentichiamo che noi avevamo due esigenze che appartengono a due “regni” diversi: la salute appartiene al “regno” della medicina, la crescita a quello dell’economia. Cos’è meglio mille morti in più o centomila disoccupati in più? Questo non possono deciderlo né i medici, né gli economisti, devono deciderlo i politici. Se fossero mille morti contro mille disoccupati, direi che è meglio salvare mille vite. Ma quando questi termini sono incomparabili, cosa si fa? Bisogna scegliere o cercare di salvare gli uni e gli altri. E questo non sempre è facile. Chi fa politica deve considerare il bene collettivo. 
Va bene salvare vite umane, ma devi anche salvaguardare le imprese, i lavoratori, altrimenti poi si determinano altre conseguenze: suicidi, malattie psichiche, aumento della disoccupazione, della povertà, dei reati e così via. I tecnici sanitari ed economici ti forniscono scenari rispetto ai loro ambiti rispettivi, ma poi spetta a te Governo assumere le decisioni con responsabilità.

Cosa ne pensa della disponibilità del Governo verso le opposizioni e le categorie economiche e produttive a immaginare la futura Italia tutti insieme? 
Temo che il Governo proponga il dialogo ma in realtà tira dritto per la sua strada. Conte cerca di rafforzarsi. Dice che ci sono tanti soldi da spendere e promette una gestione comune di queste risorse. È un modo anche per rispondere all’appello all’unità fatto da Mattarella il 2 giugno. Ma non ci sono le condizioni oggettive perché possa esserci una convergenza tra maggioranza e opposizioni. 

Perché? 
Perché da questa crisi usciranno movimenti di protesta. Mi sembra di escludere che le opposizioni non ne approfitteranno per farsene portavoce o per cavalcarli. Per altro è anche bene che lo facciano. Una protesta non guidata rischia di finire nelle mani di sconsiderati, o di persone prive di scrupoli.  L’altro aspetto è che questo Governo è nato per fermare Salvini. L’antisovranismo è la cifra del Governo Conte 2. Non mi sembra possibile che l’abbandoni. La sua identità è fermare Salvini. Se invece cercasse di accordarsi con Salvini, perderebbe la sua ragione d’essere. In più le fratture all’interno della maggioranza sono notevoli e profonde. Il Governo non ha la forza di aprire un dialogo con l’opposizione.

Il Paese è prostrato dall’emergenza sanitaria e della crisi economico-sociale e la maggioranza è debole e divisa: lo sbocco sono le elezioni anticipate? 
Penso che non ci sia da dentro la politica la forza per cambiare questa situazione. Se noi aspettiamo di vedere cosa fa il gioco politico, aspettiamo invano. Quello che può cambiare le cose è la crisi economico-sociale. Potrebbe essere o un governo di larghe intese o un’elezione che cerca almeno di rifare il check del consenso del Paese. 

Ma se volessimo andare a elezioni anticipate con le attuali regole non crede che ci troveremmo come due anni fa e come altre volte nella storia recente del Paese: cioè senza una maggioranza e costretti a formare Governi di coalizione eterogenei ed effimeri? 
Certo. Tra l’altro, o si vota con questo sistema elettorale che forse una maggioranza sarebbe in grado di produrla, oppure l’alternativa è che andremo a votare con un sistema molto più proporzionale. Che ancora più difficilmente sarebbe in grado di darci una maggioranza. Siamo messi male. Personalmente sono un bipolarista, ma temo che stiamo andando verso un sistema di tipo proporzionalista che renderebbe le cose molto più complicate di adesso.

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