Cultura

Nonostante tutto, la democrazia può guarire dalla febbre del populismo

Secondo Ilvo Diamanti e Marc Lazar esiste un’alternativa valida a certe “sirene”, a condizione che i partigiani della democrazia sappiano offrire ai cittadini le tutele che attendono. In altre parole ricostruendo un clima di fiducia nelle istituzioni e rilanciando il progetto europeo


20/07/2020

di Giambattista Pepi


Che cos’è il populismo? Chi sono i populisti? Ma, soprattutto, il populismo e i populisti sono una minaccia per la democrazia liberale? Possono farla deragliare e sostituirla con sistemi politici formalmente democratici, ma in realtà autoritari, di vago stampa robesperriano, dove i rappresentanti (e solo loro) stabiliscono a priori cosa bene e cosa è male per il popolo? 
A queste domande provano a rispondere Ilvo Diamanti e Marc Lazar nel libro Popolocrazia. La metamorfosi delle nostre democrazie (Laterza, pagg. 163, euro 10,00) muovendosi, appunto, dalla definizione di popolocrazia. “Non è un movimento (im)politico, una “famiglia” di leader e di partiti, ma neppure uno stile di comunicazione (anti)politica. Riassume e riproduce, semmai, tutte queste realtà e tendenze. Ma le “istituzionalizza”. Perché le riconduce a uno specifico sistema che riflette un’evoluzione o forse una devoluzione della democrazia rappresentativa. 
La quale è divenuta sempre più impopolare, a causa della crescente sfiducia nei confronti dei rappresentanti e delle rappresentanze. Verso gli attori politici, i corpi intermedi, i governi centrali e locali” scrivono gli autori (Diamanti è docente di Analisi dell’opinione pubblica e Sistema politico europeo all’Università di Urbino Carlo Bo, dove ha fondato e dirige LaPolis, ed è editorialista del quotidiano la Repubblica; Lazar è invece professore di Storia e sociologia politica all’Istituto Sciences Po di Parigi, dove dirige il Centre d’Histoire, nonché presidente della School of Government della Luiss di Roma). 
Volendo accettare questa definizione ancorché non ci sia unanimità tra gli studiosi su questo fenomeno piuttosto recente (sebbene non manchino a ben vedere esempi di populismo inteso come contrapposizione alle istituzioni della democrazia rappresentativa nel periodo tra le due guerre mondiali ad esempio in Europa: il nazionalsocialismo tedesco e il fascismo italiano pensiamo che lo furono), in ascesa e in evoluzione, resta pur sempre da chiedersi quale sia il modello alternativo al sistema della democrazia rappresentativa quale si è inverata nell’Occidente. 
È forse quello della cosiddetta “democrazia diretta”: cioè una forma di governo popolare nella quale i cittadini possono, senza alcuna intermediazione o rappresentanza politica, esercitare direttamente il potere legislativo? Come ha messo in evidenza il sociologo russo Moisei Ostrogorski nelle conclusioni del suo “Democrazia e partiti politici” la democrazia diretta rappresenta lo strumento più idoneo nel contrastare la “degenerazione oligarchica” dei partiti dato che, eliminando il monopolio del potere legislativo, riduce la pressione delle lobby di interesse sui partiti. 
Eppure la democrazia diretta è declinata in modo meno antitetico alla rappresentanza parlamentare, quando non la contesta in assoluto ma soltanto per la sua esclusività: in questi casi essa costituirebbe un sistema legislativo nel quale nessun organo dello Stato detiene il potere legislativo in forma monopolistica, ma tutti i cittadini possono partecipare direttamente alla vita politica su base volontaria, promuovendo “iniziative” o “referendum” nel rispetto delle regole fissate, sui temi di loro scelta. Ma - osservano i due scrittori - questo modello “appare insufficiente e sempre più inadeguato”. 
Il tentativo (demagogico?) di questi movimenti e leader populistici sarebbe quello di superare la separazione e il distacco tra il Demos (il popolo) e il Kratos (il Governo, la classe dei Governanti, il sistema dei partiti) proponendo un modello per superare la “rappresentanza” come principio e metodo di “governo del popolo”. 
Nella diagnosi gli autori colgono non di meno una contraddizione centrale del presente: da una parte le forme della rappresentanza con i suoi meccanismi di intermediazione sono fortemente criticate e avversate; dall’altra è solo attraverso di esse che il conflitto ha trovato un’espressione. 
Ora i populismi avanzano, in alcuni casi i loro leader vincolo le elezioni (Donald Trump negli Stati Uniti, Jair Bolsonaro in Brasile, Viktor Organ in Ungheria, Sebastian Kurz in Austria e così via), i loro partiti ottengono lusinghieri successi, eppure la loro rilevanza politica ed elettorale resta limitata, per quanto rilevante. Cosa significa questo? Che la loro proposta per quanto faccia breccia nella popolazione non riesce a sfondare? Che i loro messaggi per quanto facciano presa non diventano universali? 
In diversi Paesi sembra di sì: si pensi agli Stati Uniti dove i sondaggi segnalano la rilevante perdita di consenso di Trump, a tutto vantaggio del candidato del Partito Democratico, Joe Biden, che si sfideranno alle elezioni presidenziali di novembre 2020. 
Anche in Italia e in Francia (esperienze peraltro approfondite dagli autori: differenti ma con un minimo comune denominatore, cioè lo sviluppo eclatante del fenomeno e la copertura dell’intero spettro del populismo nelle sue diverse declinazioni) diversi partiti populisti sono in crescita e sono anche stati al potete (si pensi a Forza Italia fondata da Silvio Berlusconi, alla Lega di Matteo Salvini e a Fratelli d’Italia guidata da Giorgia Meloni, come pure al Front National di Le Pen in Francia). 
Alla fine la madre di tutte le domande è un’altra: è possibile rispondere al populismo senza scendere nel suo stesso terreno di lotta? Si può essere alternativi al populismo senza doversi adeguare per forza allo stile, ai linguaggi della politica, ai modelli di partito, alle scelte e alle strategie di governo da loro proposti? La risposta degli autori è affermativa. 
È possibile offrire ai cittadini un’alternativa valida alle “sirene” populiste solo a condizione “che i partigiani della democrazia sappiano offrire ai cittadini le tutele che essi attendono. Rifondando il patto sociale con la società, ripensando i modelli di integrazione degli immigrati, restituendo senso - e passione - alla politica, ricostruendo un clima di fiducia fra i cittadini e i loro rappresentanti e rilanciando il progetto europeo”. 
Insomma, è una grande sfida. Una sfida che riguarda tutti coloro che credono fermamente nella democrazia liberale e rappresentativa perché, come diceva Winston Churchill sul finire della Seconda guerra mondiale, “è stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora”.

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