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Non temere i morti, ma temi i vivi": un cold case nell'isola delle anime

Quando la ricerca della verità, secondo Piergiorgio Pulixi, può diventare una colpa. A seguire i peccati sotto la neve di Ippolita Avalli e le strade insanguinate di Stuart MacBride


08/07/2019

di Mauro Castelli


Un penna fuori dal coro, quella di Piergiorgio Pulixi, che racconta una Sardegna, la sua Sardegna, come pochi altri hanno saputo fare. Un’isola nera e brutale, dove persino la ricerca della verità può trasformarsi in una colpa. Dove gli spiriti malvagi possono risvegliarsi all’improvviso e tornare a colpire alla stregua di una maledizione. Fermo restando, come recita un proverbio sardo, che non si devono temere i morti, ma semmai i vivi. Soprattutto in questa terra, come annotava D.H. Lawrence, che non assomiglia a nessun altro luogo, dove nulla è finito e nulla è definitivo. Esattamente come la libertà… 
Tematiche che tengono banco - ovviamente gestite con il tratto dello scrittore di razza (“Ma non mi sento arrivato - si schernisce - in quanto preferisco ritenermi un artigiano della scrittura che si mette al servizio della storia, con spirito di sacrificio e onestà”) - nel noir L’isola delle anime (Rizzoli, pagg. 446, euro 19,00). Una storia insaporita dal garbo che gli è congeniale, senza lasciare nulla al caso e cercando “di mettersi totalmente al servizio del lettore”. Interrogando “il silenzio inscalfibile che avvolge la sua Sardegna, spingendo il noir oltre se stesso”. 
Nato a Cagliari il 27 settembre 1982, studi classici (allargati alla facoltà di Tossicologia), alcuni anni trascorsi in una libreria della sua città come commesso e poi, dopo una quadriennale esperienza a Londra (“Dove ho affinato le mie capacità di adattamento, dandomi da fare come portiere di notte in un albergo oppure lavorando in ristoranti e pub”), l’approdo a Milano nel 2016. Lui che è considerato come una delle voci più brillanti del noir italiano under 40 e che si è fatto le ossa, narrativamente parlando, frequentando il “Collettivo Sabot”, il gruppo di scrittori fondato nel 2007 da Massimo Carlotto con un compito dichiarato: quello di sabotare, raccontare, portare alla luce le storture della società utilizzando le parole. 
In altre parole - repetita iuvant - un modo per raccontare il Paese, le sue mutazioni e le dinamiche criminali da un punto di vista diverso, senza obbligo di etichetta. Semmai all’insegna della denuncia. Partendo ovviamente da una idea, definendone trama e personaggi attraverso riunioni del collettivo (con discussioni utili al risultato finale, in quanto le eventuali divergenze rappresentano “il sale, il punto di partenza di qualunque sintesi vincente”), ma lasciando sempre e comunque le scelte finali all’autore. 
“Si è trattato - a detta di Pulixi - di una sorta di università sotto la guida di un numero uno in questo campo. Con la fortuna e l’onore di seguire Massimo (Carlotto) per un anno in Veneto, osservandone il comportamento: come lavora, come approccia le sue storie, come si rapporta con i lettori e i librai. Insomma, una specie di master di inestimabile valore che mi ha permesso di imparare tantissimo. Perché lui è il migliore”. Come dire quando la gratitudine ha un senso, visto che in questa nostra società ce n’è sempre meno. 
Autore e sceneggiatore, Pulixi (che ha rappresentato il nostro Paese al Crime Writers Festival a Nuova Delhi e al Dear Noir Festival nel Kent, in Inghilterra) ha firmato strada facendo numerosi lavori, come Donne a perdere o la serie poliziesca di Biagio Mazzeo, iniziata con Una brutta storia - miglior libro del 2012 per i blog Noir italiano e 50/50 Thriller, nonché finalista al Premio Camaiore - e proseguita con La notte delle pantere, Per sempre e  Prima di dirti addio (premio Corpi Freddi Awards 2016). Una serie - inframmezzata dalla pubblicazione di Padre Nostro e del thriller psicologico L’appuntamento - che prende spunto dall’arresto (vero) di un’intera sezione di Polizia: sedici poliziotti ammanettati dai loro stessi colleghi dell’Anticrime per diversi reati, in primis l’associazione a delinquere. 
Di intrigante interesse anche Il Canto degli innocenti - della serie I Canti del male incentrata sul personaggio di Vito Strega - vincitore dei premi Franco Fedeli, del Garfagnana in giallo, del Corpi Freddi Awards nonché finalista dello Scerbanenco. 
Che altro? Un occhio puntato sull’estero: le sue storie sono in corso di pubblicazione negli Stati Uniti, in Canada, in Sud America, nel Regno Unito e in Spagna, Paese quest’ultimo “dove i diritti de L’isola delle anime sono stati acquistati prima ancora della sua uscita in Italia”); un grande rispetto per la determinazione e la disciplina narrativa messa in campo da Elmore Leonard; un inchino a Michael Connelly per la rigorosità e la trasparenza della scrittura; un apprezzamento all’artigianalità di Georges Simenon, nonché alla capacità di cambiare genere di Joe Lansdale e ferma restando la sua stima per Ed McBain, Edgar Allan Poe e Stephen King, ma anche per autori classici, come Fëdor Dostoevskij, Lev Tolstoj e l’ungherese Sándor Márai, autore de Le braci. Infine un amore dichiarato “per le librerie, le biblioteche, i gruppi di lettura e tutti quei luoghi dove c’è ancora un contatto umano tra i lettori, perché è da quel mondo che provengo”. 
Lui che giornalmente, per mantenersi in buona salute, si dedica a un po’ di corsa (“Non amo i giochi di squadra” mentre guardo con un occhio di riguardo la boxe e, ovviamente, la… scrittura”); lui che non disdegna praticare meditazione yoga e zen; lui che si propone introverso ma paziente, severo con se stesso ma determinato: “Nel senso che se mi prefiggo un obiettivo devo raggiungerlo”; lui portavoce di una “scrittura chiara e cristallina, che risulti accessibile a tutti”. Magari nel ricordo, fresco fresco, di una signora che, avendo letto il libro che stiamo proponendo, gli ha detto di “averlo vissuto talmente bene da avere già prenotato un volo per la Sardegna con lo scopo di andare a vedere i luoghi che ha descritto”. 
Lui infine che nel suo lavoro ama giocare d’anticipo: “Così già da un anno sto mettendo a punto il mio prossimo romanzo, che vedrà ancora protagoniste le ispettrici Mara e Eva, questa volta impegnate a battagliare - con l’aiuto di un collega arrivato dal continente” - contro la malagiustizia, quella che condanna gli innocenti e lascia invece liberi i colpevoli”. 
Ma veniamo a L’isola delle anime, un noir che vede il ritorno operativo di un serial killer, contrastato da una formidabile coppia di sbirre, una delle quali non manca di proporsi nel prologo con queste parole: “Dei cinque poliziotti assegnati nel tempo all’omicidio di Dolores Murgia, sono l’unica ancora viva. Ho perso quattro colleghi, quattro amici. Alcuni dicevano che quel caso fosse disgraziato, che tutti noi avremmo fatto meglio a dimenticarcene, a lasciarlo irrisolto. A furia di scavare, invece, avevamo risvegliato sas animas malas, gli spiriti malvagi, e il buio ci aveva investiti tutti, uno dopo l’altro. Come una maledizione”. 
Detto questo spazio alla sinossi. “Li chiamano cold case. Sono le inchieste senza soluzione, il veleno che corrompe il cuore e offusca la mente dei migliori detective. Quando vengono confinate alla sezione Delitti irrisolti della questura di Cagliari, le ispettrici Mara Rais ed Eva Croce (da tempo l’autore ha abbracciato le tematiche femminili, sviscerandone certi risvolti e allargando lo sguardo su altri raramente percorsi) ancora non sanno quanto può essere crudele un’ossessione. In compenso hanno imparato quant’è dura la vita. Mara non dimentica infatti l’ingiustizia subìta, che le è costata il trasferimento punitivo. Eva, invece, vuole solo dimenticare la tragedia che l’ha spinta a lasciare Milano e a imbarcarsi per la Sardegna con un biglietto di sola andata. Separate dal muro della reciproca diffidenza, le due sbirre formano una miscela esplosiva, in cui l’irruenza e il ruvido istinto di Rais cozzano con l’acume e il dolente riserbo di Croce”. 
Relegate in archivio, le nostre poliziotte finiscono in bilico sul filo del tempo, sospese tra un presente claustrofobico e i crimini di un passato lontano. Così iniziano a indagare su tre misteriosi omicidi di giovani donne, commessi rispettivamente nel 1961, nel 1975 e nel 1986 in alcuni antichi siti nuragici dell’isola. Tutti avvenuti con lo stesso modus operandi: ovvero con i corpi bardati di maschere (quelle in auge al carnevale di Ottana) e rivolti verso i pozzi sacri. 
Ma la pista fredda - peraltro mai archiviata dal poliziotto che aveva seguito i casi - diventa all’improvviso rovente nel 2016, quando il serial killer torna in pista per far fuori un’altra ragazza… Eva e Mara dovranno a questo punto “misurarsi con i rituali di una remota, selvaggia religione e ingaggiare un duello mortale con i propri demoni…”. 


A questo punto voltiamo libro per parlare di Ippolita Avalli, nom de plume di Vera Ciossani, nata a Milano il 20 gennaio 1949, scrittrice, sceneggiatrice e attrice teatrale, da tempo accasata a Roma, una specie di punto di riferimento nel suo girovagare per il mondo. Ed è appunto sotto il Cupolone che ha ambientato il suo ultimo romanzo, La neve cade sui vostri peccati (Piemme, pagg. 334, euro 17,90), un lavoro a suo modo drammaticamente inquietante, segnato da eventi inaspettati quanto impietosi. Già di per sé la neve nella Capitale è evento raro. Sappiamo in molti cosa successe durante la grande nevicata del gennaio 1985 (vissuta dal sottoscritto in prima persona), con la città in tilt e catapultata in un vero e proprio incubo durato diversi giorni. Se poi alla neve si associa l’omicidio di un bambino, mentre l’ombra di uno spietato assassino si allunga inquietante sulle strade della città… 
Ippolita Avalli, si diceva, un nome rubato alla protagonista del romanzo di Gabriele d’Annunzio Trionfo della morte, oltre che a una leggendaria regina delle Amazzoni, mentre Avalli era il cognome di sua madre scomparsa quando aveva solo sei anni. In seguito il padre si sarebbe risposato e il clima familiare non ne avrebbe beneficiato. Lei figlia di genitori adottivi, cresciuta in un paesino della Bassa Padana “dove non giravano libri, ma durante le feste almeno si raccontavano storie. E ascoltarle faceva immaginare, sognare, desiderare, conoscere e far viaggiare la fantasia. In seguito avrei avuto anche la fortuna di incontrare insegnanti fantastici che avrebbero stimolato la mia passione per la lettura e, di riflesso, anche per la scrittura”. 
In ogni caso, per Ippolita, gli anni dell’adolescenza non furono facili, il che la portava a lasciarsi andare a voli pindarici. E il fantasticare l’avrebbe portata a pubblicare, come valvola di sfogo, le sue prime poesie, a soli 16 anni, sul Cittadino di Lodi, per poi vagabondare, al seguito di alcuni musicisti rock, fra Parigi, Londra e Amsterdam. 
Rientrata in Italia si sarebbe trasferita a Roma e in questa città, oltre a frequentare la facoltà di Psicologia e Lettere, si sarebbe dedicata - fermo restando il suo apporto alle battaglie del Movimento studentesco - al teatro sperimentale di postavanguardia, appassionandosi peraltro all’astrologia e alle scienze esoteriche, ma anche non disdegnando ruoli di comparsa a Cinecittà, dove avrebbe incontrato Federico Fellini per il quale avrebbe scritto alcune scene de La città delle donne
E per quanto riguarda la narrativa? Il suo debutto risale al 1982 quando Feltrinelli diede alle stampe Aspettando Ketty (un lavoro “scoperto” da Italo Calvino e definito scandaloso dalla critica dell’epoca), romanzo seguito sei anni dopo dal giallo esoterico L’infedele, scritto sul Lago di Como, dov’era approdata dopo essersi sposata e aver avuto un figlio. Quindi il ritorno a Roma, complice la separazione dal marito, con puntate nelle campagne toscane e addirittura in India. 
A seguire sarebbe tornata sugli scaffali con alcuni racconti (come Angeli musicanti, storie arricchite dalle serigrafie di Mario Schifano) e, soprattutto, con La Dea dei baci, un romanzo intenso, legato all’inevitabile distacco dal mondo dell’adolescenza, finalista al Premio Strega. Gli altri lavori? Amami, Nascere non basta (Premio città di Bari), Mi manchi e il suo primo thriller, Il nascondiglio della farfalla, forte di una protagonista - la quarantenne psicanalista Sandra Kapsa - che secondo alcuni poco ha da invidiare alle più amate figure femminili della narrativa di settore, come Clarice Starling e Kay Scarpetta. Lavori peraltro pubblicati, e non è da tutti, nei maggiori Paesi europei. 
Che altro? Una donna fuori dagli schemi, Ippolita Avalli, da sempre accanita lettrice di thriller (“Si tratta di un genere che permette di toccare il fondo dell’essere umano, di scoprire la sua parte più nera”), con un debole dichiarato per I miei luoghi oscuri, un libro firmato da James Hellroy nel quale ricostruisce l’omicidio della madre quando lui aveva soltanto nove anni. Ferma restando la lettura e la rilettura dei classici, come le Vite dei Cesari di Svetonio, le poesie di Emily Dickinson e Giovanni Pascoli, l’opera omnia di Virgilio, ma anche Omero, Shakespeare e Dostoievskji, sino ad arrivare a Hemingway e Kafka. 
Ma veniamo al presente di Ippolita Avalli, che abbina la scrittura ad alcune collaborazioni giornalistiche (ad esempio con F e Natural Style). Ovvero a La neve cade sui vostri peccati, dove ripropone la citata Sandra Kapsa alle prese con un caso difficile, inquietante e al tempo stesso maledettamente pericoloso. 
Secondo logica narrativa - poteva essere diversamente visto il titolo? - “un manto candido e inatteso avvolge una Roma bellissima. Nessuno si avventura per le strade di notte e lo spettacolo che un netturbino - in cerca di un luogo isolato per far pipì visto che i locali sono tutti chiusi - si trova davanti in vico Jugario, a pochi passi dalla rupe Tarpea, è immacolato”. Tutto, tranne una macchia scura, un sacchetto della spazzatura sepolto a metà. Quando però l’uomo si avvicina per tirarlo su e farlo divorare dalla sua spazzatrice, vede tutt’altro: una specie di zampa di gallina irrigidita. In realtà è la piccola mano mozzata di un bambino, con il dito indice puntato a mo’ di gesto accusatorio proprio contro di lui… 
A questo punto sarà la polizia a occuparsi del caso. Una volta arrivato sul posto, il commissario Paolo Rosato si rende conto di aver a che fare con un caso di efferata brutalità e pertanto, nonostante i problemi personali con una ex moglie ancora molto innamorata e un figlio di otto anni - Bibo - che lo rivorrebbe a casa, si getta a capofitto nelle indagini. “Perché, se c’è una mano, da qualche parte deve esserci anche il corpo dal quale è stata recisa”. 
Nemmeno a dirlo, quando anche la seconda mano viene ritrovata, le pressioni su Rosato si fanno fortissime. Fortuna vuole che a dargli un concreto sostegno ci sia Sandra Kapsa, la sua compagna, psicoterapeuta esperta, capace di dare una svolta alle indagini e scoprire che “le pose e i luoghi dei ritrovamenti non sono casuali”, che l’omicida sta seguendo una precisa mappa della città. E che anche loro potrebbero essere parte di quel macabro disegno. Perché “quando non esiste perdono, neppure il tempo potrà nasconderti”. 


In chiusura di rubrica una conferma che arriva dalla Scozia, in altre parole l’autore più venduto nel Regno Unito e tradotto in mezzo mondo con un palmares di due milioni di copie: stiamo parlando di Stuart MacBride, un autore benedetto sia dal Times che da quel geniaccio di James Ellroy (“È uno dei principali protagonisti del tartan noir”, il poliziesco scozzese con forti elementi hard boiled), che alcuni hanno voluto accostare al regista Quentin Tarantino per quella sua “miscela narrativa di crudeltà e ironia”. 
Di fatto un concentrato di piacevole cattiveria, come abbiamo già avuto modo di annotare, capace di regalare anche al lettore più esigente morti ammazzati a ripetizione, ma senza mai prendersi veramente sul serio, nel senso che le sue descrizioni non mancano di lasciare spazio anche al sorriso e all’intrattenimento. 
Per la cronaca MacBride - che ora è tornato sui nostri scaffali con Strade insanguinate (Newton Compton, pagg. 470, euro 9,90, traduzione di Francesca Noto) - è nato a Dumbarton il 27 febbraio 1969, è cresciuto ad Aberdeen (dove bene e spesso ambienta i suoi lavori), ha studiato architettura all’Università di Edimburgo e oggi vive nel Nord-Est della Scozia con la moglie Fiona (“Complice e grande preparatrice di tè”) e la gattina Grendel (“Compagna, musa ispiratrice e consigliera nelle parti più sanguinose”), la strana coppia appaiata - e questo la dice lunga sul personaggio - nei suoi ringraziamenti finali. 
Un autore, vale la pena di ricordarlo, decisamente fuori dalle righe, che curiosamente si dice affezionato al genere fantascientifico (pur non praticandolo), il quale, prima di guadagnarsi le luci della ribalta, aveva fatto di tutto: dall’addetto alle pulizie allo sviluppatore di applicazioni per l’industria. Lui piacevole millantatore, come quando si dichiara “maestro” nella produzione di patate, salvo poi ammettere che il suo orto è un vero disastro, in quanto a farla da padrone sono soprattutto le erbacce. 
Per contro, dal punto di vista narrativo, il pluripremiato MacBride si offre ai lettori come una penna di livello, aggressiva e a volte crudele, capace di tenere sulla corda il lettore giocando sulle parole e sulla successione degli eventi in maniera corrosiva e, se necessario, maliziosamente brutale. Spesso lasciando intendere che dietro l’angolo c’è il paradiso quando invece a tenere banco c’è soltanto l’inferno. Lui abile come pochi nel tratteggiare, fra pregi e difetti, personaggi che lasciano il segno, che possono aprire ferite e al tempo stesso sanarle. Figure a volte bizzarre, altre volte vere come la vita che si trovano ad affrontare, che si muovono in ambientazioni magnificamente descritte, siano esse quelle della sua brutale Aberdeen o della magnifica Edimburgo. 
Ma veniamo al dunque. A tenere banco in Strade insanguinate è ancora una volta l’ex sergente Logan McRae (un poliziotto onesto e capace, fedele nei confronti di chi lo rispetta, ma con una storia personale non proprio immacolata), che avevamo imparato a conoscere ne Il collezionista di bambini (Premio Barry come miglior romanzo d’esordio), per poi tenere la scena in altre undici storie. 
Lui che, avendo ricevuto una promozione a ispettore per meriti sul campo, è entrato in forza agli Affari Interni, dove lavora “appoggiato” dal detective Constable Simon Rennie, etichettata nel suo cellulare come “Rennie l’idiota”, anche se in realtà idiota non è.  Passaggio di grado che peraltro lo costringe a mordere il freno, visto che deve tenere d’occhio alcuni colleghi. Come dire che per molti agenti lui è un uomo da evitare. 
Come nel caso della detective Lorna Chalmers, che per nessuna logica ragione avrebbe dovuto essere sulla scena dell’incidente che è costato la vita all’ispettore ‘Ding Dong” Bel. Il quale viene trovato “arrostito” sul sedile di guida di un’auto distrutta. Di fatto un inaspettato shock per tutto il dipartimento, in quanto l’ispettore Bell si era suicidato tempo addietro (con tanto di lettera giustificativa per la famiglia). O almeno così tutti credevano. Anche se poi scopriremo che a farlo fuori - ma forse stiamo correndo un po’ troppo - in questo caso non è stato l’incidente, ma delle coltellate non proprio amiche… 
Nemmeno a dirlo viene aperto un dossier e Logan comincia a indagare nel passato del collega, ponendosi diverse domande: dov’era stato Bell negli ultimi due anni? Perché era scomparso? E, soprattutto, che cosa c’era di così importante da costringerlo a tornare dal regno dei morti in quello, si fa per dire, dei vivi? 
Sta di fatto che mentre Logan si mette a scavare sempre più a fondo su quel che ha a disposizione, più si rende conto che ci sono scomode verità sepolte pronte a tornare a galla. Così come si rende conto che c’è qualcuno disposto a uccidere perché rimangano nascoste. E lui sa bene che se non riuscirà a risolvere il caso in fretta, l’ispettore Bell non sarà l’unico a dover essere seppellito. Fermo restando il ruolo di quel fantomatico quanto criminale “mercato del bestiame” dove bambini di “seconda mano” verrebbero messi all’asta al miglior offerente…

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