Prima pagina

Nel bel mezzo della crisi da Coronavirus a prosperare sono i lavoratori in nero. Per sopravvivere, ci mancherebbe…


30/11/2020

Di sicuro, in questo periodo contrassegnato da una crisi da Coronavirus più pesante di quelle generate dalle due guerre mondiali, ognuno si arrangia come può. Per sopravvivere, ci mancherebbe, visto che i “ristori” governativi, pur apprezzabili in quanto nessuno è abilitato ai miracoli, sono quello che sono. Logico quindi che, in un Paese che del lavoro in nero ha da sempre fatto bandiera, siano stati incamerati nuovi proseliti. 
D’altra parte le chiusure imposte dall’espandersi del Covid-19, che stanno rischiando di far precipitare l’Italia in un abisso ancora più allarmante di quello già in essere, hanno alimentato la nobile arte - tutta italiana - di arrangiarsi. Quella che vede in servizio attivo - non sono dati ufficiali ma ci si avvicinano - la bellezza di 3,7 milioni di liberi… professionisti che non emettono fattura aggirando le regole. Senza tener conto dell’occupazione vera e propria irregolare: un “nero” che, da solo, vale il 4,5 per cento del nostro già anemico Prodotto interno lordo. 
Non scandalizziamoci, comunque: basta infatti farci un esame di coscienza e chi non risulta complice di questa situazione scagli la prima pietra. Pensiamo, ad esempio, alla marea di elettricisti, falegnami, imbianchini, muratori, meccanici, idraulici – e, se vogliamo, perché non aggiungerci anche estetiste, massaggiatrici, colf, badanti, babysitter e via dicendo? - con i quali abbiamo a che fare. Siamo onesti: in quanti di noi hanno ricevuto una fattura per i servizi prestati? E se per caso l’avete chiesta, eccoli - gli interessati - a inalberarsi e ad alzare subito il prezzo, che peraltro non era già in partenza a buon mercato. Se poi insistete scoprirete che dall’inizio dell’anno di fatture, gli abili quanto lamentosi fautori del sottobanco, ne hanno fatto una inezia. Proponendosi, agli occhi del Fisco, quassi dei pezzenti. 
Insomma, si tratta di una vita di ordinaria clandestinità, arricchita in questi ultimi mesi dalla capacità tutta nostrana di adattamento. Che si identifica, peraltro, in una latente necessità di sopravvivenza. A dispetto, forse, dei troppi divieti, vincoli, chiusure, limitazioni, minacce di multe e via di questo passo che si rapportano non solo a un discorso di sopravvivenza, ma appunto con le costrizioni cui siamo soggetti. Giustamente, va sottolineato. Ma sempre di costrizioni si tratta. 
A tutto ciò bisogna aggiungere la spada di Damocle che incombe su molti italiani: quella rappresentata dalla perdita del lavoro non appena verranno ad esaurirsi le disposizioni relative al blocco dei licenziamenti o si dovranno fare i conti con la chiusura di tante piccole attività, messe in ginocchio dal commercio elettronico e non solo. Secondo la Cgia di Mestre, sempre attenta ai dati, sarebbero infatti ben 3,6 milioni i posti di lavoro a rischio. 
La qual cosa si rapporta con la necessità di non fermarsi, da parte del Governo, alle elargizioni di bonus e sussidi, ma di creare condizioni strutturate - evitando comunque gli eccessi: pensate ad esempio in quanti percepiscono il contributo di solidarietà senza averne i requisiti - volte a far assumere lavoratori “veri” da parte delle aziende. La qual cosa aiuterebbe anche a combattere, almeno in parte, la piaga del lavoro nero. E di questo ne sono consapevoli anche i sindacati, che farebbero bene - in un periodo di vacche magre come quello che stiamo attraversando - di minacciare o mettere addirittura in atto degli scioperi, visto che di trippa per gatti ce n’è davvero poca…  

(riproduzione riservata)