Cultura

Nei grandi muri la storia della civiltà (e della barbarie)

Lo storico David Frye ne investiga i misteri per capire come hanno plasmato il nostro modo di vedere il mondo


30/03/2020

di Giambattista Pepi


I muri. Per migliaia di anni, l’umanità ha vissuto dentro e dietro a muri. Muri di confine, città fortificate, barriere hanno separato e protetto le popolazioni dal nemico, dall’estraneo o, più semplicemente, dall’ignoto. I muri sono presenti in ogni continente, hanno accompagnato il sorgere di città, nazioni e imperi, eppure il loro ruolo è poco studiato nei libri di storia. Ma quali influenze avranno avuto sul modo di vivere, pensare e creare di chi viveva al di qua o al di là di essi? Quale importanza hanno avuto nella storia della civiltà? A queste domande risponde David Frye con il libro Muri (Piemme, pagg. 329, euro 18, 50, traduzione di Annalisa Carena). 
Sollevate dall’incombenza di stare sempre all’erta, dietro muri e confini, le civiltà hanno potuto dedicarsi alla letteratura, all’arte, alla cultura, alle scienze. Hanno potuto insomma vivere la loro vita nella libertà senza l’incubo della paura di essere sopraffatte, sottomesse, annientate. E hanno prosperato. 
Gli uomini, liberi dalle armi, si sono rivolti ad altre occupazioni, alleggerendo le donne da molti lavori pesanti. “Si ha la sensazione che la civiltà e le mura andassero di pari passo” dice l’autore nell’introduzione. Coloro che, invece, non erano protetti da mura, al contrario, erano destinati a un taciturno militarismo, dove ogni uomo era un guerriero. “Chi stava fuori restava quasi sempre anonimo o, tutt’al più, si procurava una cattiva fama”. 
In un’epoca in cui il concetto di muro è quasi più divisivo dei muri stessi, l’autore (oltre che docente di storia alla Eastern Connecticut State University ha partecipato agli scavi archeologici sugli antichi confini dell’impero romano in Inghilterra e in Romania) indaga con piglio da investigatore i misteri dei grandi muri della storia: dalla Grande Muraglia al Vallo di Adriano, dal Muro del Principe a quello di Berlino, per capire come hanno plasmato il modo di vedere il mondo. 
“Come molte persone della mia età, avevo assistito alla caduta del Muro di Berlino nel 1989 con grande emozione - racconta lo studioso - Molti di noi la interpretarono come l’inizio di una nuova era…”. Ma l’aspettativa si è rivelata sbagliata. La speranza è avvizzita di fronte alle dure repliche della realtà. Infatti, dopo oltre un quarto di secolo da quello storico avvenimento, che permise - lo ricordiamo - la riunificazione di una città (Berlino) e di un popolo (i tedeschi) in un solo Stato (la Germania), che erano stati forzosamente divisi da ideologia antitetiche (quella liberaldemocratica, da una parte e quella totalitaria fondata sul marxismo-leninismo, dall’altra) dopo la fine della Seconda guerra mondiale e l’avvio della Guerra Fredda, non solo non si è smesso di costruire muri, steccati e divisioni, ma anzi si è assistito ad un revival straordinario di essi nel corso del XXI secolo. 
Oggi nel mondo sono state erette oltre una settantina di barriere artificiali. C’è anche chi sostiene che arriveranno a duecento quando saranno terminate quelle in costruzione. Quasi tutte le barriere segnano dei confini nazionali. E si propongono scopi differenti: mirano a preservare dal terrorismo (si pensi, ad esempio, a quelli costruiti negli ultimi decenni da Israele nella Cisgiordania per separare le colonie ebraiche sorte dopo il 1967 sul territorio palestinese della West Bank parzialmente, occupato e nei fatti annesso da Gerusalemme, e quelli che separano la Striscia di Gaza dal resto dello Stato ebraico) o ad ostacolare il flusso di immigrati (quello al confine tra il Messico e gli Stati Uniti che il presidente americano Donald Trump avrebbe voluto rafforzare e quelli eretti da diversi Stati dell’Europa orientale) nonché per impedire il traffico della droga. 
“Per una crudele ironia, oggi l’idea stessa dei muri divide la gente più di qualunque struttura in pietre o mattoni” fa notare lo storico. “Per ogni persona che considera un muro un atto di oppressione, ce n’è sempre un’altra che sollecita la costruzione di nuove barriere più alte e più lunghe. E le due fazioni praticamente non si parlano”. 
I muri di cui ci parla l’autore nel volume raccontano, insomma, la storia della civiltà meglio di qualunque manufatto, invenzione o creazione dell’uomo.  “Senza i muri - sottolinea Frye - non ci sarebbe mai potuto essere un Ovidio, e lo stesso si può dire per gli studiosi cinesi, i matematici babilonesi, o i filosofi greci”. E quando i muri antichi crollarono, la storia mondiale ne fu profondamente stravolta, quasi quanto la loro creazione, portando all’eclisse di una regione, alla stagnazione di un’altra e all’emergere di una terza. 
E oggi? La nascita del nuovo sistema di mura e fortificazioni che sta prendendo piede nei quattro continenti, anche se in alcuni casi se ne possono comprendere le motivazioni di fondo, resta pur sempre simbolo odioso della negazione dell’altro. Perché i muri non uniscono, separano più che avvicinare, allontanano gli uni dagli altri. I muri oppongono un rifiuto permanente al dialogo, alla comprensione, all’accoglienza tra le persone e i popoli. E finiscono con il perpetuare la divisione all’interno del genere umano.

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