Prima pagina

Negli squali una speranza per le malattie neurologiche

Lo studio sulle nuove molecole pubblicato su Nature Communications


11/03/2019

di Sandro Vacchi


Professor Fabrizio Chiti, Università di Firenze

Chissà che il divoratore di uomini non possa diventare la loro salvezza. Follia? La scoperta percorre a volte strade inimmaginabili, che possono attraversare perfino l'intestino di uno squalo per aprire speranze di guarigione dal Parkinson e dall'Alzheimer. 
Squalamina e Trodusquemina sono due molecole presenti nell'intestino dei pescicani. Se ne conosce la struttura, quindi sono state realizzate in laboratorio e sperimentate in pratica. L'intuizione è venuta al professor Michael Zasloff, che trent'anni orsono intuì le proprietà antibiotiche di queste molecole, e due anni fa ha pensato di utilizzarle anche nello studio di cure per le due più temute malattie neurologiche. 
Il lavoro è complicatissimo, ma nasce da un'ipotesi molto semplice, quella di un collegamento diretto fra il cervello e l'intestino. 
«Siamo ciò che mangiamo», enunciava il filosofo Ludwig Feuerbach nel suo materialismo antropologico, e la scienza contemporanea comincia a trovare connessioni fra l'organo più nobile e complesso e quello più negletto del corpo umano. Zasloff ha cominciato a collaborare con il professor Dobson dell'università di Cambridge, ma anche con il laboratorio fiorentino del professor Fabrizio Chiti, della professoressa Cristina Cecchi e della dottoressa Roberta Cascella. 
A Firenze si svolgono test sulle colture cellulari, mentre il trial clinico è in corso solamente negli Stati Uniti. Il professor Chiti spiega come funziona il test. «Gli aggregati proteici come la Beta Amiloide si depositano sui neuroni e a un certo punto li fanno morire. Gli esperimenti con le due molecole puntano a verificare se squalamina e trodusquemina sopprimono la tossicità degli aggregati proteici. Le due molecole si depositano infatti sulle cellule e non eliminano gli aggregati, ma gli impediscono di sviluppare i loro effetti negativi. Negli Stati Uniti i trial su pazienti malati di Parkinson sono arrivati alla fase 2 in diversi centri e i risultati sono molto incoraggianti. Sull'Alzheimer si è invece più indietro, siamo ancora a esperimenti su cellule in vitro». 
E a questo punto, professore, che cosa succederà? «Zasloff si metterà alla ricerca di finanziamenti, compito sempre difficile, e si passerà alla fase 3, non più in un solo Paese. Se anche questa fornirà risposte positive, arriveremo a un farmaco». In quanto tempo? «Diciamo tre anni, se tutto va bene. Comunque si è aperto uno spiraglio». 
Lo studio sulle molecole nate dagli squali è stato pubblicato su “Nature Communications” dal gruppo di cui fa parte il professor Chiti, docente di biochimica al dipartimento di Scienze biomediche sperimentali dell'università di Firenze, oltre che coordinatore del comitato tecnico-scientifico dell'Associazione italiana di ricerca sull'Alzheimer (Airalzh), una onlus che dal 2014 raccoglie fondi per finanziare la ricerca sui metodi per bloccare la produzione di Beta Amiloide, sulla diagnosi precoce e sull'individuazione di nuovo bersagli farmacologici. In collaborazione con Coop sono già stati avviati venticinque progetti di ricerca in diversi centri in Italia.

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