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Molinari: “Governo bocciato ma pronti a collaborare per il bene di tutti, a patto che…”

Il presidente dei deputati della Lega accusa l’Esecutivo di avere creato un clima di discordia e di aver sbagliato nella diatriba con le Regioni. Chiesta l’istituzione di una commissione d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza. I bonus? Mance elettorali. Il taglio delle tasse? Una necessità per le imprese. E se la maggioranza entrerà in crisi si dovrà andare subito al voto


29/06/2020

di Giambattista Pepi


Riccardo Molinari

Conflittualità con le Regioni provocata ad arte, violazione della Costituzione avendo sospeso le garanzie poste a tutela di libertà fondamentali senza una delega del Parlamento, provvedimenti a spot senza una strategia, un disegno organico e senza coinvolgere le opposizioni. La Lega, attraverso Riccardo Molinari, presidente del gruppo parlamentare alla Camera, boccia nel metodo e nel merito il modo in cui il Governo Conte e la sua maggioranza hanno gestito l’emergenza sanitaria Covid-19 e i successivi provvedimenti per sostenere l’economia caduta in recessione. 
Secondo l’esponente leghista l’Esecutivo ha “creato un clima di discordia nazionale del quale avremmo potuto fare a meno” ed è sempre stato “in costante e colpevole ritardo” nell’affrontare l’emergenza. 
Quanto agli strumenti per aiutare l’economia nazionale a risalire la china, sostiene, “avremmo preferito che il Governo tagliasse le tasse alle imprese piuttosto che elargire mance attraverso una serie di bonus che servono solo a mantenere il consenso”. E l’Europa? Il Recovery Fund è ancora sulla carta. Quanto al Mes ribadisce la contrarietà del suo partito e accusa Conte di impedire che le Camere si pronuncino nel merito, temendo che la sua maggioranza vada in frantumi, mentre c’è già chi, come il Pd, non vede l’ora di portare a casa dei fondi che ci metterebbero in una posizione difficile dentro l’Europa e verso i mercati. 
Infine, in caso di crisi dell’attuale maggioranza, la Lega è indisponibile a sostenere Governi di solidarietà nazionale. La via maestra - conclude il deputato - è tornare a votare. 

I dati sulla pandemia da Covid-19 continuano a migliorare ogni giorno. La fase acuta dell’emergenza sanitaria è, per fortuna, alle nostre spalle. La Lega come valuta l’operato del Governo? 
Non valutiamo bene l’operato del Governo. Oltretutto ha alimentato un clima di discordia nazionale del quale avremmo potuto fare a meno. E’ stata la maggioranza in Parlamento che durante la pandemia ha accusato alcune regioni e, in particolare, la giunta regionale della Lombardia di avere commesso errori nella gestione della crisi. Il ministro delle Regioni, Francesco Boccia, ha polemizzato sulla vicenda delle mascherine che la Protezione civile sosteneva fossero state distribuite alle Regioni, mentre le regioni dicevano di non averne ricevute e tra queste la Lombardia. Ma c’è un dato su cui occorrerebbe riflettere: è emerso infatti che fin dal mese di gennaio, ancora prima dunque dell’individuazione dei focolai di Codogno in Lombardia e Vo’ Euganeo in Veneto, il Governo disponesse di un report molto dettagliato su ciò che sarebbe accaduto a seguito del propagarsi della pandemia Covid-19, ma non lo ha condiviso con le Regioni. 
I Governatori, le Asl, gli altri presidi sanitari territoriali si sono trovati così impreparati quando è esplosa l’emergenza sanitaria con l’elevato numero di persone contagiate e di quelle ricoverate nei reparti di terapia intensiva degli ospedali. Così si è perso un mese e mezzo e in tutto questo tempo le Regioni, se fossero state informate, avrebbero potuto attrezzarsi e reagire con maggiore prontezza. Ho presentato una proposta di legge di cui sono il primo firmatario che vuole istituire una commissione d’inchiesta su come il Governo ha gestito l’emergenza sanitaria Covid-19. 

Ci sono stati frizioni e polemiche tra Stato centrale e Autonomie territoriali. 
È vero. Il fatto di avere avuto informazioni con largo anticipo rispetto al momento in cui poi sono stati adottati i provvedimenti di chiusura delle zone rosse, non avere ascoltato le richieste dei governatori di mettere in quarantena i passeggeri che arrivavano con i voli dalla Cina e bloccare le attività economiche, conferma ciò che ho detto e cioè che il Governo, secondo noi, è stato in costante e colpevole ritardo.

Una questione controversa è quella dell’istituzione delle zone rosse a Nembro e Alzano Lombardo nella Bergamasca. La procura della Repubblica di Bergamo ha aperto un’inchiesta. Secondo lei spettava alla Regione Lombardia o al Governo centrale istituirle? 
Il Procuratore capo della Repubblica di Bergamo, Maria Cristina Rota, ha detto che l’unico ente che può disporre delle forze armate per “militarizzare” un territorio è lo Stato. E quindi il Governo. Ha tuttavia precisato che “agli atti” che risultavano in quel momento in possesso della Procura “ci risulta una decisione governativa” quella di non istituire le zone rosse”. Dopo aver ricostruito quel che accadde nei giorni tra il 3 e il 7 marzo, servendosi anche di tutta la documentazione e i carteggi raccolti tra l’istituto Superiore di Sanità, il Governo centrale e quello regionale, i Pubblici ministeri dovrebbero stabilire se si sia trattato di atti da incasellare in scelte politiche o se ci siano o meno responsabilità penali, quale sia l’ipotesi di reato, e in capo a chi. Al momento non ci sono iscritti nel registro degli indagati. 
Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte (che è stato ascoltato tempo fa proprio dal Pm Rota unitamente ai ministri della Salute, Roberto Speranza e dell’Interno, Luciana Lamorgese - ndr) ha giocato sull’equivoco perché è vero che nelle more dell’adozione del DPCM, quello dell’8 marzo, che entrò in vigore il 9, (decise la chiusura di tutta la Lombardia e di 14 province non in modalità “zona rossa”, ma in una versione meno restrittiva che fu ribattezzata “zona arancione”), ma lo fece per prendere tempo e vedere come evolveva la situazione. Da lì scoppiò la polemica sulla mancata istituzione della zona rossa nella media Val Seriana. 
In realtà il controllo del territorio è affidato alle forze dell’ordine e alle forze armate e quindi sarebbe spettato allo Stato (il presidente della regione Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, però, istituì la zona rossa del comune di Medicina e solo dopo informò il Governo centrale del provvedimento preso - ndr). Prova ne sia che nell’unico decreto legge su Covid-19 di fine febbraio che abbiamo votato e che ha poi permesso successivamente al Presidente del Consiglio di operare con i DPCM, è stato scritto che il Governo avrebbe potuto individuare altre aree del Paese in cui limitare le libertà di movimento. Quindi sarebbe potuto tranquillamente istituirle anche a Nembro e Alzano Lombardo e ci risulta che le forze armate sarebbero state pronte a istituire posti di blocco all’entrata e all’uscita da questi due centri.

Il Governo aveva il potere di sospendere le garanzie costituzionali poste a presidio e tutela dei diritti fondamentali della persona umana con semplici provvedimenti amministrativi quali sono i Dpcm? 
No. Su questo ho presentato una mozione in Parlamento. La questione è stata sollevata dalla presidente della Corte Costituzionale, Marta Cartabia, che ha evidenziato come sia stato fatto un uso illegittimo dei Dpcm, perché nella Costituzione non si rinviene la regola che il Governo durante una fase di emergenza possa bypassare il Parlamento, sospendendo le libertà fondamentali dei cittadini. Anche in caso di guerra, il Governo non può agire autonomamente, senza che lo stato di guerra sia stato dichiarato dalle Camera e senza il conferimento di poteri di guerra all’Esecutivo. Il Governo ha fatto un abuso. Prova ne sia che anche il Pd, che fa parte della maggioranza, ha fatto presente che il Governo non poteva procedere come ha fatto, ma che avesse al contrario il dovere di riferire in Parlamento e attendere che le Camera lo dotassero del potere speciale per agire come ha fatto. Quindi anche la maggioranza ha vissuto con imbarazzo questa situazione.

È un vulnus e un pericoloso precedente? 
Sì. Questo non significa che il professor Conte sia un dittatore o che la democrazia sia in pericolo, ma questi comportamenti “disinvolti” possono rappresentare degli esempi cattivi, che domani potrebbero essere emulati in altre circostanze difficili o durante fasi di emergenza.

Il Paese non si era mai trovato in una situazione così difficile. Una crisi inattesa e inedita per l’economia. Con gli interventi articolati e complessi, e le notevoli risorse finanziarie stanziate il Paese potrà risalire la china? 
Condanniamo nel merito e nel metodo i provvedimenti adottati dal Governo. Non si è tenuto in alcun conto il contributo dell’opposizione. Nessuno degli emendamenti proposti è stato accolto. Né in occasione della conversione in legge del primo decreto legge (Dl n. 18 del 17 marzo 2020 soprannominato Cura-Italia convertito nella legge n. 27 del 2020) né in quella del secondo (Dl n. 23 dell’8 aprile 2020 denominato Decreto credito, convertito nella legge n. 40 del 5 giugno 2020). Pensiamo che siano sbagliati gli interventi per fornire liquidità alle imprese senza tagliare loro le tasse. E poi perché il sistema delle garanzie per ottenere prestiti sopra i 25mila euro si è rivelato problematico da gestire. Lo stesso vale per la cassa integrazione. Poi c’è la logica sbagliata dei bonus di cui è pieno il decreto legge Rilancio (DL n. 34 del 19 maggio 2020 in corso di conversione in legge). Cioè a dire contributi a pioggia, ma senza una logica, una strategia di fondo: si pensi al bonus per i monopattini, al bonus per le vacanze e così via. Non sono interventi risolutivi, radicali, generali, davvero impattanti. Noi avremmo voluto che lo Stato “tagliasse” le tasse per un anno o per sei mesi alle imprese. Questa misura sì che sarebbe servita per davvero. E non lo sosteniamo solo noi, ma tutte le associazioni delle imprese, dalla Confcommercio alla Confindustria, l’hanno richiesto. Ma il Governo ha preferito agire con interventi a spot, con le solite mancette per avere facile consenso.

Stati Generali. Il Governo li ha fortemente voluti per avere da tutte le parti sociali indicazioni, proposte, idee, per formulare un Piano straordinario di rilancio del Paese, utilizzando nella maniera più proficua possibile i finanziamenti che l’Unione Europea ha annunciato, ma deve ancora varare. Cosa ne pensate? E perché avete declinato l’invito pressante del Governo a parteciparvi. 
Il motivo per cui non abbiamo partecipato è lo stesso che le ho detto prima. La condivisione doveva esserci prima dell’emanazione del decreto legge Rilancio – che investe 55 miliardi ed è immediatamente esecutivo -  e non dopo: le nostre proposte dovevano essere contenute in quel decreto, ma non è successo. Lo stesso vale per il coinvolgimento delle categorie produttive. Se si vuole fare un intervento di impatto ci si coinvolge prima e non dopo avere fatto il decreto.  Riteniamo che la gli Stati generali non siano altro che una kermesse, un ennesimo “trucco” di Conte e della sua maggioranza per prendere tempo e prolungare l’agonia di un Governo che vive forti divisioni al suo interno, ma senza nessun effetto pratico.

In Europa non si trova ancora la quadra sul Recovery Fund da 750 miliardi. Il piano è ambizioso, ma alcuni Paesi (Olanda, Austria, Svezia, Danimarca) non sono d’accordo sul fatto che debbano andare senza condizioni a Paesi come Italia e Spagna, pur essendo stati i più colpiti in Europa. Se ne riparlerà al prossimo Consiglio europeo… 
Lei ha toccato un punto fondamentale. Noi abbiamo un Governo che continua a promettere come spenderà i soldi del Recovery Fund, che non esiste o, meglio, esiste solo sulla carta. Soprattutto non sono misure così salvifiche come vengono decantate. Sembra che dall’Europa potrebbero arrivare 160-170 miliardi di euro come se fossero soldi regalati. Non c’è ancora un accordo, non sappiamo quale forma avrà, e quando partirà.

Qual è la vostra verità in proposito? 
La verità è che nelle varie bozze che si stanno studiando si parla sempre di due fonti di finanziamento. Una è, o, per meglio dire, dovrebbe essere il Recovery Fund, che consisterebbe in aiuti a fondo perduto ma attraverso i programmi finanziati attraverso il Bilancio comunitario come il Fondo sociale europeo, o il Fondo europeo di sviluppo regionale. Sono vincolati a politiche scelte a Bruxelles e che non sempre coincidono con i nostri interessi. Del resto noi i fondi europei li otteniamo da 40 anni e non mi sembra che le politiche di coesione al Sud abbiano portato quel rilancio tanto sperato. E quindi la parte che sarebbe a fondo perduto verrebbe dal bilancio europeo attraverso i tradizionali programmi. L’altra fonte è rappresentata dai prestiti. Ma questo Recovery Fund comporterebbe un raddoppio del bilancio europeo e dunque della contribuzione che i Paesi danno per formare il budget europeo. 
Il che vuol dire che l’Italia dai 16 miliardi di euro di contributo attuale dovrebbe passare a 35-36 miliari e sono versamenti che si devono fare nei prossimi 6-7 anni. Soldi da spendere con i vincoli propri del Bilancio senza contare che l’Italia per poterne beneficiare dovrebbe aderire ad un programma di riforme. E allora il tema è: quali sono le riforme che ci chiederà l’Europa? Ad esempio se l’UE ci chiedesse una patrimoniale, sarebbe una buona riforma? Penso di no. Se ci chiedesse di riformare le pensioni come accadde con la legge Fornero sarebbe una buona riforma? Penso di no. Se ci chiedessero di rendere ulteriormente flessibile il mercato del lavoro sul modello del Jobs act (legge voluta dal Governo presieduto da Matteo Renzi - ndr) sarebbe una buona riforma? Penso di no. Non credo che il Recovery Fund risolverà d’incanto tutti i nostri problemi.

Mes o non Mes? Cosa deve fare l’Italia? È una questione che divide la stessa maggioranza. 
Il Recovery Fund è uno strumento migliore del Mes. Perché con il Recovery Fund si va verso una condivisione del rischio a livello europeo, c’è un timido accenno di solidarietà europea. Il Mes, invece, è un prestito puro e semplice e per una cifra molto bassa, parliamo di 37 miliardi di euro, a fronte dei 58 che versammo all’atto in cui venne istituito e siamo impegnati a versarne altri. Se l’Italia chiedesse di accedervi, il prestito verrebbe sicuramente accordato, ma con l’obbligo di spenderli nel settore sanitario. E quando ci dicono che non ci sono le condizionalità non è vero. Perché il Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) prevede che, nel caso in cui ci fosse qualche difficoltà nella restituzione dei fondi ottenuti in prestito, gli altri Paesi hanno il diritto di imporre delle clausole, delle modalità al Paese debitore. 
La nostra domanda è: ha senso prenderci un rischio del genere per 37 miliardi? I sostenitori del Mes aggiungono che il tasso di interesse che verrebbe applicato a questi prestiti è più basso rispetto alle risorse che si possono ottenere dal mercato internazionale dei capitali. Il tasso di interesse è più basso perché il Mes prevede che quei fondi sono un credito privilegiato. È come dire che il tasso di interesse su un mutuo è più basso di un altro prestito. Per forza: il mutuo è assistito da una garanzia primaria, l’iscrizione di ipoteca sull’immobile che si andrebbe ad acquistare con il finanziamento concesso dalle banche, per non parlare delle garanzie accessorie. 
Per questa ragione il tasso di interesse è più basso. Un’Italia in difficoltà economica si vedrebbe costretta se la situazione andasse male a dover rimborsare per prima il Mes del prestito che ci ha fatto, e poi tutti gli altri finanziatori. Tra l’altro oggi l’Italia riesce a piazzare i suoi BTP sul mercato per rifinanziare il proprio debito a tassi calmierati grazie all’intervento della Bce che acquista i titoli del debito sovrano dei Paesi UE tra cui i nostri. Ma se accedessimo al Mes, il mercato percepirebbe che siamo un Paese in difficoltà, o a rischio default e quindi questo porterebbe alla speculazione sui nostri titoli. E la spinta dell’Europa e del Pd a farci sottoscrivere il Mes è una trappola perché vogliono in qualche modo tenerci al guinzaglio.

È una questione che divide trasversalmente anche l’opposizione. Il Movimento 5 Stelle la pensa esattamente come voi, mentre Forza Italia ritiene invece che i fondi del Mes vadano accettati. 
Sì. Bisognerebbe capire come mai questo Governo è andato in Europa per contrattare il Mes tra gli strumenti da utilizzare per affrontare la crisi Covid-19 e come mai Conte si rifiuta di farci votare in Parlamento. È da febbraio che in merito non abbiamo potuto più votare perché c’è la paura della maggioranza di spaccarsi proprio su questo tema. Nella maggioranza c’è una contradizione stridente tra M5S e Pd. 
Quanto alla posizione di Forza Italia rispetto agli altri partiti di Centrodestra è vero: la pensiamo in modo diverso. Il motivo è semplice: Forza Italia in Europa fa parte del Gruppo del Partito popolare europeo che ha la maggioranza nella Commissione europea che esprime la presidente Ursula von der Leyne quindi Forza Italia è stata sempre aperta a queste posizioni, è una forza europeista e liberale.  Mentre la Lega fa parte del gruppo Id (Identità e Democrazia, cui aderiscono i partiti e movimenti che si ispirano a nazionalismo, conservatorismo e euroscetticismo - ndr).  Sicuramente, se dovesse esserci un voto in aula, Forza Italia potrebbe appoggiare una risoluzione che chiede l’intervento per accedere a Mes, Sure e Recovery Fund, ma non fa specie la divergenza di opinione dentro la nostra coalizione, quanto all’interno della maggioranza di Governo.

Ci sarà la possibilità che più avanti possiate tornare sui vostri passi e riconsiderare l’offerta dell’Esecutivo di avere parte nella predisposizione del piano per gli investimenti che dovranno essere fatti nei prossimi mesi? 
Noi siamo stati collaborativi fin dall’inizio. Il dato nuovo è che il leader della Lega, Matteo Salvini ha detto che incontrerà il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Speriamo che almeno questa volta il Governo voglia davvero ascoltarci. E non ci proponga, ad esempio, una sorta di Governissimo dopo che hanno speso decine di miliardi senza tenerci in considerazione. Se il tema è lavorare ai prossimi decreti e accogliere qualcuna delle nostre tante proposte allora la cosa sarà diversa. 

Avete invocato sempre le elezioni per tornare ad avere un Governo che fosse in sintonia con gli umori del Paese. Siete ancora di questa idea? 
Assolutamente sì. Se questo Governo dovesse andare in crisi, noi non siamo disponibili a pasticci e intese di palazzo. Dopo i danni fatti da questo Governo soprattutto all’economia nazionale, non siamo più disponibili a condividere alcuna responsabilità con le attuali forze di maggioranza. L’unica via maestra sono le elezioni. Saranno gli elettori a dirci se vogliono continuare a essere governati da questa maggioranza o vogliono cambiare e darci fiducia.

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