Di Giallo in Giallo

Miranda, un ispettore ecologista che odia le regole e che non ha alcuna paura di mettersi in gioco

Dalla penna di Daniele Bresciani un personaggio che non mancherà di lasciare il segno. Di buona lettura anche i lavori firmati da Giuseppe Fabro e Davide D. Longo


16/03/2020

di Mauro Castelli


Uno scrittore, Daniele Bresciani, che della modestia ha fatto virtù: “Quando ho deciso di avvicinarmi alla narrativa, spinto dalla mia passione per la lettura, mi rendevo conto che si trattava di un passo difficile, viste le tante penne nobili su piazza e le molte altre ingiustamente dimenticate. Insomma, ero un pedone che si confrontava sulla scacchiera con re e regine. Ma la spinta emotiva era quella giusta: la difficoltà a comunicare con i miei figli”. 
Così nel 2013 aveva dato alle stampe Ti volevo dire, un libro intimo e profondo impregnato di spunti autobiografici, in primis il suo ruolo di genitore (“Mio figlio Luca, che oggi ha 15 anni e studia in una Scuola alberghiera di Milano, da piccolo accusava disturbi di linguaggio”). Libro vincitore di diversi premi (il Rhegium Julii, il Città di Rieti e il Premio per la Cultura Mediterranea-Fondazione Carical) e tradotto anche all’estero. 
A seguire, nel 2017, complice la sua passione per gli autori anglosassoni (da Martin Amis a Ian McEwan, da Atonia Byatt a Julian Barnes, con un debole dichiarato anche per gli italiani Alessandro Robecchi, Marco Missiroli e Sandro Veronesi), avrebbe debuttato nella narrativa di settore con Nessuna notizia dello scrittore scomparso, un romanzo scandito da un ritmo travolgente, dove a tenere la scena è una giornalista detective che lavora in un settimanale femminile e che la cronaca nera non l’ha mai masticata. 
Ovvero Emma Arnaldi (“Mi è stato detto che, nella sua unicità, questo personaggio sembrava fatto apposta per diventare seriale, ma l’editore non è stato dello stesso avviso”), lasciata quindi in panchina nel suo nuovo romanzo intitolato Anime trasparenti (Garzanti, pagg. 388, euro 18,60). Un lavoro sorretto da un ben caratterizzato protagonista, già in predicato per tornare in scena in una seconda indagine che l’autore sta già scrivendo e che “risulterà ambientata, sempre a Milano, nel Parco delle Cave”. 
Daniele Bresciani, si diceva. Una mano calda del giornalismo che ha il dono di saper intrigare quasi senza darlo a vedere (“Mi piace pensare - tiene infatti a precisare - che la mia scrittura sia piacevole, in ogni caso mai banale”); un uomo meticoloso, mai contento di quello che fa, in ogni caso caratterialmente tranquillo (“Raramente perdo la pazienza, ma quando succede la perdo male”). Fermo restando il piacere di collezionare libri dell’Ottocento e del Novecento italiano, con il ricordo ancora vivo di quando giocava a pallavolo, ma con il rimpianto di non aver potuto darsi da fare anche nel rugby (“In realtà era quest’ultima la mia vera passione, che ho peraltro travasato a mio figlio, che invece questo sport lo pratica”).  
Nato a Milano il 21 marzo 1962, accasato con Alessandra dalla quale ha avuto due figli (oltre al citato Luca, anche la ventenne Valentina che frequenta a Ferrara la facoltà di Design del prodotto industriale), Bresciani - dopo aver frequentato il liceo scientifico Gonzaga - si sarebbe laureato in Lettere (“Senza problemi, in quanto mi piaceva studiare”), sposando ben presto l’attività giornalistica. 
E come andò ce lo racconta lui stesso: “Lamberto Sechi mi chiamò a far parte del suo settimanale Amore, che durò però soltanto sei mesi. Fortuna volle che fossimo tutti riciclati nel Gruppo Rizzoli. Per quanto mi riguarda finii a Novella 2000, dove nel 1991 divenni giornalista professionista. Poi sarei approdato alla Gazzetta dello Sport, con la quale avevo già collaborato negli anni Ottanta. Inoltre, fra il 1992 e il 1994, mi sarei dato da fare a Londra come freelance per il Guardian e il Sunday Times Magazine”. 
Che altro? Nel 2003 il passaggio a Vanity Fair con il ruolo di caporedattore centrale prima e vicedirettore poi. Ruolo, quest’ultimo, ricoperto per un anno anche a Grazia (“Come da contratto, era il periodo dei tagli del personale”). A seguire, nel 2014, l’assunzione alla Ferrari: “Cercavano una persona - al Cavallino in quel periodo a tenere banco era Luca Cordero di Montezemolo - che si occupasse del loro sito. Entrai giusto il tempo di vederlo, il presidente Montezemolo, in quanto una settimana dopo se n’era già andato. Io invece sono ancora qui, faccio parte della Direzione Comunicazione e mi occupo del magazine, dell’annuario e dei contenuti online, ma non della Formula Uno”. 
Detto questo, veniamo al dunque. A tenere la scena in Anime trasparenti (“Tutti i titoli dei miei libri li ho proposti io all’editore e sono stati accettati”) è un ispettore vicino alla pensione, Dario Miranda, in passato uomo di punta della squadra mobile della Questura centrale di Milano. Un uomo che odia le regole. Di fatto un poliziotto scomodo (“Che fa quello che deve fare sino in fondo perché ci crede, ben sapendo che la giustizia non è sempre quella scritta”) spedito in un commissariato di periferia, ufficialmente, per rafforzare con la sua esperienza l’organico in una zona a rischio della città. In realtà perché “aveva appeso al muro un collega, e ci erano voluti tre poliziotti per separarli ed evitare che lo facesse a pezzi”. 
Senza peraltro mai spiegare, nemmeno al questore, il perché di un simile comportamento. Limitandosi a dirgli di fare quello che riteneva giusto. E lui l’aveva “esiliato” con il compito di raccogliere denunce e archiviare scartoffie ai margini del potere. Ma a tenere banco in quel suo brutale comportamento c’era qualcosa di grave. In effetti quel collega che gli avevano tolto dalle mani sarebbe stato fatto fuori con un colpo alla nuca, mentre nella sua casa sarebbero stati trovati ottantamila euro in contanti e alcuni sacchetti di cocaina. 
Che altro di Miranda, un uomo schietto, intuitivo e dagli interessanti risvolti umani? Un ecologista fuori dalle righe, che non ha paura di mettersi in gioco e che si muove lontano dagli sfavillanti ammiccamenti della moda, del lusso e dei grattacieli, confinato com’è nelle periferie degradate dove anche i più elementari diritti umani vengono calpestati. Lui oltre tutto costretto a dividere l’ufficio con il sovrintendente capo Antonino Rizzo, un tipetto invadente che in certe giornate non manca di provocarlo (leggi pure: rompergli le scatole). 
E per quanto riguarda la storia? Densa e al tempo stesso umana, inquietante quanto ricca di intrigante preoccupazione. Storia peraltro sfruttata ai fini narrativi con una precisazione al seguito: “Quella del commercio dei minori è una piaga drammaticamente reale anche nel nostro Paese. Secondo dati recenti in Italia scompare un bambino ogni 48 ore e solo una minima parte di loro viene ritrovata”. Da qui i dovuti ringraziamenti a “Marco De Amicis di Save the Children e Telefono Azzurro non solo per i rapporti a tema consultati, ma anche per l’attività che queste associazioni svolgono quotidianamente in difesa dei più piccoli”. 
Ciò detto, spazio alla sinossi: “L’ispettore Miranda sa che le regole sono fatte per essere infrante. Per questo, quando gli viene chiesto di archiviare tre casi senza avviare alcuna indagine, non ci sta”. Qualcosa gli dice che potrebbe esserci un filo conduttore a unirli. Ma cosa potrebbe legare l’investimento di una donna incensurata, il ritrovamento del cadavere di una prostituta e l’omicidio di un delinquente da quattro soldi? Miranda, strada facendo, ha infatti imparato che, in ogni contesto, esistono legami invisibili. “Questa volta, però, non è del tutto sincero. Nemmeno con se stesso. Perché c’è qualcosa di molto personale che lo spinge a indagare e a far fare gli straordinari al suo intuito: conosceva infatti Gloria, la donna che è stata investita, con la quale aveva intrattenuto una relazione. Arrivando addirittura a coprirle un’attività illegale, seppur svolta a fini umanitari”. 
Da anni, infatti, Gloria “gestiva la Casa dei cento bambini, un asilo gratuito per figli di genitori costretti a vivere nell’ombra, senza permesso di soggiorno, oltre che sfruttati in lavori umili e spesso massacranti. Insomma, un’isola felice in un paese non sempre accogliente. Miranda vuole pertanto capire che cosa è realmente successo. E non vuole credere che si sia trattato soltanto di un banale incidente causato da un pirata della strada”. 
Sta di fatto che, “in una Milano sferzata dal primo gelo dell’inverno, il nostro ispettore condurrà un’indagine ufficiosa, ben oltre i limiti imposti dai regolamenti. Ma questo, per lui, non è un problema: ha rinunciato alla carriera proprio per difendere le sue idee contro tutto e contro tutti. Quello che non sa è che il vaso di Pandora che sta per scoperchiare nasconde scenari inquietanti persino per chi, come lui, si è costruito una corazza che credeva infrangibile”. 
E questo è quanto. Anzi no. Riportiamo infatti i complimenti di alcuni lettori, che lo hanno mandato in brodo di giuggiole: “Lei è stato capace di dare voce a personaggi normali, di quelli che fanno parte del nostro quotidiano, oltre a imbastire un canovaccio che non stanca mai”. Un merito, aggiungiamo noi, che non è alla portata di tutti.   

A seguire una voce nuova del panorama narrativo italiano: quella del genovese Giuseppe Fabro, che fa il suo esordio sugli scaffali delle nostre librerie con Il sangue dei padri (Rizzoli, pagg. 330, euro 19,00), un lavoro ambientato sotto la Lanterna nel 1964 che vede protagonisti i figli del Dopoguerra, che però ora sono cresciuti, si sono giurati lealtà, si chiamano fratelli e vogliono tutto e in fretta.  Hanno vent’anni o poco più, sono senza scrupoli e scalpitano per diventare i padroni della città. Il loro tirocinio è avvenuto in strada - scippi, furti, rapine nei caruggi - e ora, mentre l’Italia cambia e soffia il vento di nuove rivoluzioni, Caio, Parodi, Criss, Albino, Pumas e Michele sono pronti a dare l’assalto al cielo criminale di Genova, spazzando via la vecchia malavita al ritmo delle musiche dei Beatles e dei Rolling Stones. 
La loro è una banda di amici fidati, tutti con la stessa violenta voglia di emergere, ma con un capo riconosciuto: Caio. Il carisma del leader ce l’ha anche Mauro, detto il Moro: nato appunto come gli altri ragazzi nei vicoli nell’immediato Dopoguerra, perciò frutto delle colpe e delle storie disperate di chi lo ha messo al mondo. Lui che forma con Vittorio una coppia criminale diversa, che rispetta cioè le leggi non scritte della strada. 
Ma quando i percorsi delle due bande si incrociano, tra sanguinosi pestaggi nella sezione giovani adulti di Marassi (“Le notizie in carcere circolano senza padre né madre come lepri impazzite per ogni cella. E in poche ore tutti i detenuti sanno che versione dare se interrogati…”), risse nelle bische e rapimenti, la scia di sangue che si lasciano dietro degenera presto in una serrata caccia agli uomini che ha come teatro il cuore della città. 
Il tutto all’insegna della credibilità e del rispetto (malavitoso), che spesso viaggiano di pari passo, a fronte di un apprendistato immagazzinato sin dai tempi della scuola. Complici classi ripetute anche tre volte, lavoretti portati avanti all’insegna della noia e del disinteresse, i primi furtarelli di autoradio e le prime incursioni negli appartamenti lasciati vuoti dai genovesi in vacanza, ma anche l’aiuto a piccoli contrabbandieri di sigarette e via via sino ad arrivare alle estorsioni ai biscazzieri e non solo. A fronte di qualche arresto, certo, ma quando si è minorenni è più facile cavarsela senza troppi danni. Come dire, la strada della delinquenza vera era spianata. 
Per farla breve: una storia (gialla e al tempo stesso non gialla, incentrata sulla malavita giovanile) che intriga e appassiona, raccontata con la benevolenza del narratore che ama osservare dall’alto verità scomode, senza mai parteggiare con l’una o con l’altra delle parti in causa. Richiamando momenti di vita di un periodo in cui a tenere banco erano ancora le maitresse e i papponi, i flipper e i juke-box, le Fiat Millecento e le Seicento (rubate ovviamente). Anni che si sarebbero persi per strada, lasciando spazio ai conflitti sociali del Sessantotto, alla disgregazione della banda, all’arrivo altrove di qualcuno nel maggio 1971… 
Detto questo ricordiamo che Giuseppe Fabro - del quale in realtà si sa molto poco - è nato nel 1949, vive in Piemonte e da più di trent’anni si propone come educatore professionale. Persona riservata, ha fondato tre comunità terapeutiche per il recupero da tossicodipendenze, alcol e disagio sociale. Tanto di cappello, quindi. 
 

Di buona caratura si propone anche Davide D. Longo, laureato in Scienze storiche, che vive e lavora in provincia di Varese. Lui che ama leggere, recitare e scrivere; lui che nel 2017 aveva debuttato nella narrativa di settore con il poliziesco Il Corpo del Gatto, edito dalla Leucotea, dove a tenere banco era il commissario Loriano Vassalli, alle prese con una serie di omicidi, ma anche con fantasmi del passato, fascisti vecchi e nuovi e prostitute in pensione. 
Commissario che viene però lasciato a riposo nel suo secondo romanzo, Un nido di vespe (Fratelli Frilli, pagg. 206, euro 14,90), una indagine tra Varese e il Lago Maggiore portata avanti dall’investigatore senza licenza Valerio Guerra. Un giovanotto invecchiato precocemente (abbandonato dalla madre, cresciuto con un padre che non c’è più), laureato in Archeologia con il massimo dei voti alla Statale di Milano, che si ritrova a fare di necessità virtù. 
In altre parole, dopo essersi confrontato con una serie di stage non pagati in giro per l’Italia ed essere stato silurato alla Scuola di Specializzazione, a poco più di trent’anni si ritrova, disoccupato e senza un soldo, a cercare di sopravvivere - in un paesino a ridosso del Lago Maggiore - dedicandosi a lavoretti di poco conto. Ad esempio con un paio di amici fidati svuota le cantine delle ville della sponda lombarda, rivendendo quello che è ancora in buono stato nei mercatini della zona. A tempo perso lavora però anche come detective in nero, senza licenza: casi di corna, per lo più, o liti tra vicini di casa. Insomma, niente di che. 
In buona sostanza Valerio - un tipo nervoso e timido al tempo stesso, che non è il meglio della vita, la qual cosa lo porta anche ad avere relazioni di breve durata con l’altro sesso, sin quando… - non vive, ma sopravvive. E la sua unica soddisfazione è quella di osservare il suo gatto, Robespierre (guarda caso l’autore si è fatto ritrarre per la terza di copertina con un quattro zampe in braccio), che si comporta da padrone nel suo piccolo appartamento. Succede però che un giorno riceva una telefonata da Renè, ovvero il commissario di polizia Renato Bordone che era stato un grande amico del padre, il quale lo mette al corrente di un omicidio (quello di Ileana Rocchi, ventiduenne figlia di un noto imprenditore, trovata nuda e con la gola tagliata nell’acqua bassa del lago) e gli chiede se può occuparsi del caso. Un omicidio che peraltro scotta, tanto è vero che il Pm vorrebbe… 
Sta di fatto che, per stuzzicarne l’interesse, il commissario gli mostra la foto di un anello longobardo di poco conto ben sapendo dei suoi studi, anche se nella sua tesi di laurea Valerio si era occupato soltanto dei palazzi ostrogoti di Teodorico. Certo, gli anelli c’entravano come i cavoli a merenda, tuttavia la cosa non aveva mancato di incuriosirlo. 
Da quel momento il giovanotto - intenzionato a trovare il bandolo della matassa - si ritroverà invischiato in una rete di omertà, di silenzi e di violenza. “Quella stessa che pulsa e si dipana sotto la superficie di una provincia a prima vista senza problemi, indifferente e apatica”. Ma a tenere banco, sotto sotto, c’è un pericoloso nido di vespe (certamente diverse da quelle che lo avevano attaccato quand’era ancora bambino: e se le punture erano guarite, la paura era rimasta) in cui convivono politica, imprenditori, polizia. E nel quale “nido” Valerio Guerra proverà suo malgrado a metterci le mani. Rischiando peraltro parecchio. 
Che dire: una storia ben orchestrata che, nella sua semplicità espositiva, si legge piacevolmente. Giocata com’è su uno strano omicidio e sorretta da personaggi ben caratterizzati, ma senza mai esagerare. Fermo restando il mirino puntato fra le pieghe della classi sociali privilegiate, condite di giovani annoiati, adagiati sulla ricchezza dei loro genitori…

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