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Ma guarda un po', anche Luigi Di Maio ha un cervello...

Nel sostenere i "Minibot" ha forse annusato la brutta aria che tira dalle sue parti? Fermo restando che ci sono migliaia di aziende in attesa di essere pagate dallo Stato


10/06/2019

di Sandro Vacchi


La notizia è una vera bomba: Luigi Di Maio è dotato di cervello. Chi l’avrebbe mai sospettato, vero? Sarà che ha annusato l’aria che tira, pessima per i Cinque Stelle, o che ormai è conscio di dover sottostare al volere di Matteo Salvini, nominalmente suo parigrado come vice premier, ma in realtà primo ministro effettivo. Più probabile la seconda ipotesi, diretta conseguenza della prima.
Giggino ha fatto un’uscita leonina sui “Minibot”: «Questa storia sta diventando paradossale. Se c’è una proposta per accelerare il pagamento dei debiti commerciali della pubblica amministrazione si discuta. Ci sono migliaia di aziende che aspettano ancora di essere pagate dallo Stato e non è accettabile. Anche perché, quando è un privato a non onorare i pagamenti, poi ne fa le spese, quindi non vedo perché lo Stato se ne debba approfittare… Il Ministero di Economia e Finanza dice che sono inutili e che è sufficiente pagare le imprese; allora lo faccia. O che studi un piano per iniziarlo a fare. Perché qui stanno sempre tutti zitti, fermi, immobili, poi appena qualcuno propone qualcosa, si svegliano e dicono “ah, no, non si può fare”. Se lo strumento per pagare le imprese non è il “Minibot”, il MEF ne trovi un altro. Ma lo trovi, perché il punto sono le soluzioni, non le polemiche, né le presunte ragioni dei singoli. Ripeto, una parola: soluzioni». 
Che dire di più? Di Maio ha cominciato ad aggrapparsi come un zecca all’alleato-nemico Salvini. Sa che se si andasse presto a elezioni anticipate sarebbe fritto; sa di rischiare seriamente di tornare al San Paolo a vendere il chinotto mentre i tifosi cantano “’O surdato nnammurato”; sa che, se per un’ipotesi del terzo tipo, cioè dell’irrealizzabilità, il dicastero più improbabile della storia repubblicana arrivasse mai al termine della legislatura, ben poco assicurerebbe ai grillini di riprendersi, anzi; sa, infine, che per sopravvivere in qualche modo gli conviene tenersi buono il nuovo padrone d’Italia, che non è Giuseppe Conte. Sempre che la cosa gli interessi: molti politici di una volta avrebbero preso atto dei risultati elettorali, dimettendosi. Altri tempi, però: oggi abbiamo governanti votati attraverso la Piattaforma Rousseau dalla Casaleggio & C. Ed è detto tutto.
Comunque non sottovalutiamo il machiavellismo di Giggino. Le elezioni che gli hanno ribaltato la pentolona grillina erano europee. E i “Minibot” sono una questione europea. Altrimenti il ministro tecnico, Giovanni Tria, e il governatore della BCE, Mario Draghi, e il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, e la Confindustria europeista non si sarebbero messi di traverso alla proposta del leghista Claudio Borghi. Sennonché la Lega il 26 maggio ha messo in cascina il 34 per cento dei voti, come sanno anche i bambini delle elementari, e continua ad avanzare perfino nelle steppe rosse dell’Emilia-Romagna, dove ha appena conquistato ai ballottaggi città impensabili fino a due settimane fa come Ferrara e Forlì.
La marcia, inarrestabile anche in chiave nazionale, se mai ci fossero stati dubbi, scombussola ancora di più le carte degli euroburocrati, degli eurofanatici e degli eurodementi. I piddini, per esempio, che pochi giorni fa votarono alla Camera una mozione che impegnava il Governo a varare un provvedimento per pagare i debiti della Pubblica amministrazione alle imprese con titoli di Stato di piccolo taglio, i “Minibot”. Appena hanno capito di aver votato come i leghisti brutti sporchi e cattivi (oltre che “fascisti”, naturalmente), è scattato il “contrordine, compagni!” Nicola Zingaretti e le sue truppe hanno quindi spiegato di non aver letto l’ultima stesura della mozione. “Xe pezo el tacon del buso!” dicono i veneziani, ma gli eredi di Palmiro Togliatti continuano a considerarsi i migliori.
I “Minibot” fanno tremare gli azzimati tecnocrati di Bruxelles e i loro gauleiter italiani, terrorizzati dall’eventualità che i “Minibot” prendano il posto dell’euro. La moneta appena maggiorenne è adorata come la Madonna di Pompei dai megaburocrati: intoccabile, insostituibile e santa: un dogma europeista. Ha voglia Giancarlo Giorgetti di insistere che nessuno pensa di uscire dall’euro (almeno per ora), e che qui si tratta soltanto di pagare 53 miliardi di euro di arretrati ad aziende che hanno lavorato per lo Stato e le pubbliche amministrazioni in genere. L’80 per cento delle imprese di costruzioni, per esempio, lamenta ritardi nei pagamenti, altroché i 30 – 60 giorni previsti dalla legge. Non sono pochi gli imprenditori che hanno dovuto chiudere bottega, o almeno ridimensionarsi, a causa dei ritardi dei pagamenti “pubblici”. Provate a pagare una multa in ritardo, invece, e vedrete che cosa vi capita.
Secondo il Governo, i “Minibot” potrebbero essere usati da chi li incassa per pagare le imposte. “Oddio, allora sono soldi! Allora prendono il posto dell’euro!” si allarmano a Bruxelles e nei sancta sanctorum delle banche. Ritorno alla lira? Uscita dall’euro? Portiamo alla svelta i sali agli svenevoli commissari, probabilmente ignari del fatto che in Europa esistono già un centinaio di valute parallele a sua santità l’euro. E nove sono in Italia. In Catalogna, che è super autonomista, un milione di persone usa ogni giorno una valuta parallela , e tutti i negozianti sono contenti.
Adesso, però, propongono i “Minibot” gli “impresentabili” leghisti, allora bisogna respingerli, ohibò!
Quando sei anni fa li sosteneva Pierluigi Bersani, e quando a fine 2011 Corrado Passera, ministro di Mario Monti, proponeva di emettere titoli pubblici per ottanta miliardi al fine di pagare i creditori delle pubbliche amministrazioni, tutto andava bene, era corretto, democratico, antifascista e cantava nel coro dello Zecchino d’Oro. Ma oggi governa “quello là”, e allora ciò che era buono diventa cattivo e va democraticamente respinto in nome degli imperituri valori della Resistenza.
Federico Rampini è un giornalista di primissimo piano, corrispondente dagli Stati Uniti di “Repubblica”, già iscritto al Pci, quindi non certo sospettabile di leghismo. Fra i rossi a oltranza è una mosca bianca: ragiona con la propria testa. In un suo recentissimo libro ha scritto che la sinistra continuerà a perdere se non metterà da parte la supponenza pseudointellettuale, la puzza sotto il naso, i paraocchi ideologici. Ma credete forse che gli intellettualini snob leggano qualcosa di serio? Il loro metodo di affrontare le discussioni è: uno, due e tre concetti. Se non sei d’accordo con me sei un fascista. Che cavolo rispondere a chi ragiona così? A chi sgancia la bomba “fascista” per tagliare la testa al toro, in quanto chissà quale capocellula ha stabilito che sia così? Poche sere fa è capitato anche a me, che non avendo colori se non quelli dell’antifascismo e dell’anticomunismo, ho amici (pochi) di diversi colori.
I due amici (oggi chissà se ancora tali) sono una coppia di coniugi che conosco da trent’anni. Per lungo tempo iscritti al Pci, poi al Pds e a tutte le sigle successive. Oggi non hanno tessere, ma credete che ammettano di aver sbagliato parteggiando per l’ideologia più antiumana che l’umanità abbia mai conosciuto? Il discorso è caduto su Gianni Cuperlo che ha sostenuto la tesi geniale del voto alla Lega del 26 maggio come voto degli ignoranti. L’ho detto e sono stato aggredito: «Ma come? Metti in dubbio quello che dice una persona composta e a modo come Cuperlo?». 
Ora, nel libro “Cuore” ci sono novelle titolate Il piccolo scrivano fiorentino, La piccola vedetta lombarda, Il tamburino sardo. Poi ce n’è una titolata Sangue Romagnolo. Ecco, De Amicis ci ha preso, in Romagna abbiamo sangue, che ribolle di fronte alle scemate, alle idiozie colpevoli, a cervelli mandati all’ammasso, ai ragionamenti appaltati ad altri. Così il mio sangue si è messo a ribollire, a schiumare, e i freni inibitori si sono rotti. «Una persona composta? Sarà. Di certo ha le sinapsi scomposte», ho argomentato. «Sorvoliamo sul fatto che l’elegante e composto Cuperlo dice “A me colpisce che...”, quando si deve dire “Mi colpisce”, ma lui vuol fare il maestrino… Allora, se il 34 per cento di voti alla Lega significa ignoranza galoppante, quando cinque anni fa la Lega aveva appena il 6 per cento e il PD il 40 eravamo il Paese più acculturato del mondo? Poi c’è stata la bomba atomica? Non sarà che certi maestrini saccenti ma di fatto ignoranti e superficiali, che pontificano dai loro pensatoi e non hanno mai visto un operaio, siano i veri killer di quella che si autodefinisce sinistra?». 
Risposta: «Salvini ha preso il 34 per cento dei voti, quindi il 66 per cento non ha votato per lui».
«Esatto. Ha perso le elezioni. E Cicciolina è uguale a Maria Goretti. Quando Renzi nel 2013 prese il 40 per cento, allora, gli sfuggì l’altro 60 per cento. Non vi domandate come mai oggi il PD è sceso al 22 per cento?».
«Non sarai leghista?», mi hanno domandato come davanti a Dracula.
«Non voto da vent’anni e lo sapete. E se per caso fossi leghista?». Lo so, sono un provocatore e anche un po’ figlio di buona donna.
«I leghisti sono fascisti. Salvini ha stretto la mano a uno di Casa Pound».
«Fatti suoi. Quando facevo la cronaca nera ho stretto la mano a fior fiore di assassini: sono forse un killer? Una volta ho intervistato Renato Curcio e gli ho dato la mano. Sono un brigatista, forse?».
«Cosa c’entra? Quello era lavoro».
«Forse anche per Salvini era lavoro. Niente da dire, invece, quando D’Alema passeggiava a braccetto con i terroristi di Hamas? E quando sempre D’Alema fu il primo capo di governo italiano dopo Mussolini a bombardare uno stato straniero?». 
«Quando mai?».
«In Jugoslavia nel 1999. E quando una nave del governo Prodi affondò un barcone carico di albanesi in Adriatico e ci furono almeno duecento morti? Acqua in bocca, anche in quella degli annegati. Ma se Salvini blocca gli sbarchi è un assassino. Le cooperative di accoglienza intanto piangono perché non ricevono più soldi per il mantenimento dei poveracci e si prosciuga la tetta». L’amico, ex cooperatore, è paonazzo. Assesto il colpo di grazia: «Scusa, ma se l’accoglienza è un’emergenza, dovrebbe forse durare in eterno?».
«Questo è fascismo!». Ecco la condanna inappellabile, l’argomento principe del comunista, ex comunista, paracomunista, criptocomunista.
Allora non ce l’ho fatta, scusate. Il sangue non ribolliva più, erano tutte le cellule che frullavano con le baionette in canna. «Fossi in voi mi vergognerei a sparare certe accuse prima di guardarmi allo specchio. Il fascismo era una cosa seria, purtroppo. Il vostro è antifascismo da salotto, ma fascismo nella sostanza, vecchia tecnica leninista per delegittimare l’avversario. Allora, miei cari, io sono più a sinistra di chi mi liquida come fascista senza vergognarsi. MI sono trovato un lavoro da solo senza appoggi di nessun partito. Non mi sono sposato in chiesa, i miei figli non sono battezzati, non hanno mai frequentato scuole private, hanno trovato lavoro da soli e in campi ben lontani dal mio. Potete dire la stessa cosa di voi stessi?». Silenzio. «Sono orgogliosamente proletario e ho sposato una figlia di contadini lucani che si è laureata due volte con lode e che a sedici anni teneva lezioni private ai maturandi. Ha lavorato più
di trent’anni e non ha smesso di farlo con una pensione baby».
L’amica è arrossita, mia moglie anche, ma per ragioni opposte. Ho forse perduto due amici, ma non la faccia. La “razza superiore” dovrebbe smettere di dare lezioni di vita e patenti di incultura, quando ha mandato al governo Walter Veltroni (perito non so cosa) e Valeria Fedeli, ministra dell’istruzione con la terza media. Vadano a nascondersi. Fascisti!

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