Cultura

Ma chi era Teresa Ceolin, uccisa a coltellate e poi impiccata a una ringhiera?

Politica, immigrazione, vite al limite al centro di Milano e i pensieri oscuri, un puzzle impazzito giocato su un cambio di passo. Con l’autore a spiegarne il perché e il percome


23/11/2020

di Alessandro Bastasi


Avevo terminato il romanzo precedente, Milano rovente, con un colpo di scena lasciato in sospeso: la morte violenta di Teresa, la sorella dell’ispettore Ceolin. Dopo una cena con il suo capo, il commissario Ferrazza, era tornato a casa e si era trovato di fronte uno spettacolo raccapricciante. Aveva subito telefonato a Ferrazza. 
«Ciao,’Ndemo Tosi, cos’è che rompi le balle, che è quasi mezzanotte?». 
«Commissario… Mia sorella Teresa…». 
«Cosa è successo? S’è fidanzata con il capo di Casa Pound?». 
«È morta… Impiccata. E c’è sangue dappertutto». 
Ma chi è (o chi era) Teresa Ceolin? A lei avevo dedicato solo qualche cenno nei romanzi precedenti. Si sapeva che, mentre suo fratello era dichiaratamente uomo di sinistra, lei militava in un movimento di destra estrema. E mi sono chiesto: “Perché? Da dove deriva questa sua posizione, disperatamente agli antipodi rispetto a quella del fratello ispettore? Con il quale peraltro condivide il villino a due piani alla periferia di Milano?”. 
Di qui l’idea di indagare, in primis io stesso come autore, sul passato di questa donna, sulla sua vita, sulle vicende che l’avevano fatta diventare quello che era. Sicuramente un elemento traumatico era stato l’uccisione di suo marito da parte di un uomo di colore, un migrante come tanti, evento al quale si era accennato in Notturno metropolitano, il secondo romanzo della serie Ferrazza-Ceolin. Presto però mi sono reso conto che questo fatto, preso a sé stante, non era sufficiente a giustificare il repentino avvicinamento alla destra estrema. Sarebbe stato un cambiamento troppo meccanico, secondo uno schema scontato e poco interessante. 
La sfida era stata lanciata. E così ho iniziato a scavare nella vita di Teresa, dalla sua infanzia, trascorsa in una famiglia dominata dalla figura ingombrante del padre, teatro di frequenti litigi tra lui e la madre, con un fratello affettivamente assente, fino alla maturità, segnata dalla morte dei genitori, dal trasferimento a Milano e... Ovviamente non posso rivelare i tanti episodi apparentemente banali che hanno segnato la sua esistenza. Saranno una sorpresa per il lettore così come, in un certo senso, lo sono stati per me. Finalmente però avevo capito il taglio che dovevo dare al romanzo: quello di uno psicodramma. 
A quel punto dovevo dare forma e sostanza narrativa all’idea che mi ero fatto, intessendo una storia che potesse appassionare il lettore e plasmando come su creta - ciascuno con le proprie specifiche caratteristiche - quell’insieme di personaggi che in qualche modo aveva incrociato, chi più chi meno, i trascorsi di Teresa: esponenti della destra estrema, militanti dei movimenti antagonisti di sinistra, la ex moglie dell’ispettore Ceolin, il fratello nero dell’assassino del marito, un direttore di banca, e via di seguito, creando per ciascuno di essi una precisa e coerente collocazione nel puzzle del racconto. 
È in questo scenario - un puzzle impazzito - che dovranno agire il commissario Ferrazza e la sua squadra, peraltro decimata dalle ferie estive: un gruppo di uomini costretti a rincorrere un susseguirsi di omicidi, di tradimenti, di persone scomparse. Una corsa turbinosa, ha scritto qualcuno, “a tratti allucinata, attorno a un’umanità sfuggente, spesso incomprensibile, mescolata a etnie diverse che modificano la connotazione stessa della città”. 
Un universo umano e sociale al limite della disgregazione, impregnato di individualismo e di opportunismo, in una Milano reale in quanto toponomastica ma qui raffigurata al pari di un laboratorio, all’interno del quale sembra quasi che i personaggi fungano da cavie, muovendosi in un labirinto disegnato col gesso per consentire al lettore di riflettere meglio su quello che sta succedendo. 
Nel corso della scrittura un’attenzione particolare l’ho dedicata all’ispettore Ceolin, forse il vero protagonista del romanzo. Come cambia l’uomo Ceolin, come evolve la sua psiche nel corso della storia, fino alla scoperta devastante di chi fosse realmente Teresa Ceolin? Non posso dilungarmi su questo punto per non rivelare i colpi di scena che scandiscono romanzo, certo è che del “vecchio” Ceolin, l’uomo brillante che a metà mattina si aggirava nel commissariato invitando i colleghi per un aperitivo al grido di battaglia “Ndemo, tosi!”, rimane ben poco. Ne uscirà un uomo stanco, avvilito, segnato nel profondo, nonostante la vicinanza amichevole del commissario Ferrazza. 
Ecco, il commissario Daniele Ferrazza. Altro personaggio difficile da gestire in una storia come questa. Un poliziotto che - anche lui - si muove incerto, quasi stranito, in un caso dai contorni indefinibili, che gli sfugge di mano, che scivola via come un’anguilla nel momento stesso in cui gli sembra di avere individuato almeno in parte i principali tasselli del puzzle. 
Un uomo che, trovandosi in difficoltà, è spinto a compiere mosse azzardate, come coinvolgere in una iniziativa poco ortodossa il detective Romano Montanari e Gloria Borghi (che il lettore già ha conosciuto nel romanzo precedente Milano rovente), per poi pentirsene il giorno dopo. Che solo grazie al supporto affettivo e concreto della compagna Laura Barbieri ce la farà a uscire psicologicamente indenne da questa insolita indagine. 
In definitiva, che cos’è Milano e i pensieri oscuri (Fratelli Frilli, pagg. 234, euro 14,90)? Un giallo, un noir, un thriller? In realtà è solo una storia giocata su due piani, quello dell’indagine poliziesca e quello dello psicodramma, cercando di farli convivere per una lettura comunque coinvolgente e, mi auguro, avvolgente. 
Per far questo ho alternato una scrittura tipicamente narrativa, piana, lineare, focalizzata sui fatti e sui dialoghi, con alcuni veri e propri monologhi interiori, dove i pensieri dei personaggi si accavallano in un ritmo che volevo incalzante passando dalla terza alla prima persona e viceversa senza soluzione di continuità. 
Il risultato è forse un romanzo borderline rispetto al genere noir. D’altronde sono convinto che sia giunta l’ora di addentrarsi in altri territori rispetto al classico noir con il classico investigatore, disegnato su stilemi che troppo spesso, ormai, risentono di un certo manierismo. Ecco, Milano e i pensieri oscuri è, nel suo piccolo, un modesto tentativo di cambiare passo. Anche se ovviamente la validità di questo tentativo, come sempre dev’essere, sarà o meno confermata solamente dal giudizio inappellabile dei lettori.

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