Cultura

Ma è stato davvero un orso a sbranare un uomo sulle montagne dell’Engadina?

A firmare la misteriosa storia Dario Correnti (nom de plume dietro al quale si nascondono due diversi autori), che rimette in pista la collaudata coppia di segugi composta dal cronista di nera Marco Besana e dalla giovane precaria Ilaria Piatti


13/01/2020

di Lucio Malresta


Tanto per cominciare un dovuto mea culpa, in quanto il romanzo che stiamo proponendo - Il destino dell’Orso (Mondadori, pagg. 406, euro 19,50) - era arrivato sugli scaffali la scorsa estate ed era finito, come a volte succede, sotto una catasta di libri destinati alla libreria. Un errore cui cerchiamo di rimediare, anche perché un libro che vale non ha date di scadenza. E allora eccoci qui a parlarne, partendo dall’anomalia legata al nome dell’autore: Dario Correnti è infatti uno pseudonimo. Anzi, un doppio pseudonimo, perché nasconde due diverse penne. Che al loro debutto con Nostalgia del sangue avevano innescato un imprevisto interesse internazionale ancora prima di arrivare nelle nostre librerie, con diritti venduti in quindici Paesi. Un lavoro edito dalla Giunti, che risale a due anni fa, in predicato peraltro di diventare una serie televisiva. 
Sta di fatto che la nuova uscita in libreria di Dario Correnti ha riacceso la curiosità su chi nasconda dietro questo nom de plume, sulla scia peraltro del mistero ben custodito legato al nome di Elena Ferrante, che il settimanale Time aveva addirittura inserito, nel 2016, fra le cento personalità più influenti al mondo. 
Ferrrante, si diceva. Un’autrice (o un autore?) che, furbizia nella furbizia, è stata etichettata (per rendere più plausibili le illazioni) come nata a Napoli nel 1943 e poi via con altre strizzate d’occhio al seguito. E in molti - negli ultimi anni - si sono sbilanciati, assicurando di averne scoperta la vera identità. Come ad esempio Marco Santagata, vincitore di un Supercampiello e finalista a un Premio Strega, che assicurava di aver individuato il colpevole, anzi la colpevole, nella storica Marcella Marmo dell’Università di Napoli. Niente da fare. Un tentativo andato a vuoto come quello di diversi altri, che avevano ad esempio puntato sui nomi di Anita Raja, traduttrice e saggista partenopea, di suo marito Domenico Starnone, di Goffredo Fofi nonché degli editori Sandro Ferri e Sandra Ozzola. Ma la verità-verità, ancora oggi, resta un mistero. 
Meno baccano, ma di chiacchiere ne sono ugualmente circolate, nel caso di Dario Correnti, dietro al quale si nasconderebbero due autori di un certo livello, più probabilmente due mani calde della carta stampata visto che a tenere la scena di questi lavori - anche se con qualche peccato veniale narrativo legato alla professione - sono un cronista di 58 anni, Marco Besana, affiancato da Ilaria Piatti, una giovane reporter precaria. Ma c’è anche chi è andato oltre puntando sulla coppia di criminologi e giornalisti “più rodata ed esperta degli ultimi anni”, quella composta da Andrea Accorsi e Massimo Centini. 
Quel che in realtà conta è che anche questo romanzo non lascerà delusi i lettori, che si troveranno a rapportarsi con due personaggi ben caratterizzati nelle loro debolezze e, al tempo stesso, nelle loro illuminanti intuizioni; coppia questa volta alle prese con una storia “serrata e sorprendente”, ricca di fatti e di misteri, di debolezze e di inventiva. Detto questo, spazio alla sinossi. 
La cornice della storia si rifà a una valle svizzera dove, in un giorno di luglio, un industriale milanese, Achille D’Ambrosio, viene sbranato da un orso e la sua testa ritrovata a un chilometro di distanza. Marco Besana, giornalista con troppi anni di lavoro sulle spalle e altrettante delusioni (è sì in pensione, ma con tanto di contratto di collaborazione), è costretto controvoglia a occuparsi di quella strana morte. In realtà gli verrebbe voglia di archiviare il caso, senza farsi troppe domande, come un incidente di montagna. Ma la precaria Ilaria Piatti non ci sta, convinta di avere a che fare con un serial killer. “Molto più feroce di qualunque animale”. 
Ma andiamo con ordine. Incaricati del caso dal loro caporedattore Ilaria e Marco, accompagnati dal cane Beck’s (e ha fatto bene a chiamarlo come la birra, perché dopo pochi mesi che la sua ansiosa compagna di viaggio glielo ha regalato - dopo averlo trovato in un cassonetto - non può più farne a meno), partono da Milano per recarsi in Engadina. Dove si troveranno a far di conto - dopo una soffiata di una certa signora Marta che ama gli orsi e sembra terrorizzata - con una catena di morti misteriose, tutte apparentemente accidentali: un uomo caduto in un crepaccio, uno carbonizzato nel suo aereo privato, un altro mummificato in un bosco. 
“La sequenza non può essere casuale. Così, anche se la polizia locale non collabora e in redazione nessuno crede in loro, i due cronisti non si danno per vinti. Sono sicuri di avere di fronte un soggetto dannatamente pericoloso, che uccide le sue vittime con armi non convenzionali, in modi originali e se vogliamo anche sofisticati. Un serial killer che sembra ispirarsi alla più famosa avvelenatrice seriale del Settecento, Giovanna Bonanno, conosciuta come la Vecchia dell’Aceto”, giustiziata nella piazza dei Quattro Canti a Palermo nel luglio 1789. 
Come da note editoriali, “il racconto trascinerà il lettore in un labirinto di false piste e colpi di scena, ai piedi di splendide montagne che, impassibili e sinistre, osservano dall’alto le mosse di un assassino diabolico, sfuggente”. A fronte di un thriller ironico, sorprendente e serrato infarcito di vecchie storie, di assassini seriali, di cadaveri mummificati e di strani orsi famelici. Ingredienti primari per un buon thriller.

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