Cultura

Lombardia in nero fra un concerto di morte a Marzio (Varese) e un covo a Lambrate (Milano)

A indagare sui due casi, sotto la brillante regia di Laura Veroni e di Gino Marchitelli, il pubblico ministero Elena Macchi e il commissario Matteo Lorenzi


19/11/2018

di Mauro Castelli


Sugli scaffali delle nostre librerie sono arrivati in questi giorni due noir, anzi due SuperNoir per dirla con la Fratelli Frilli che li ha editati, che si propongono - sia pure da angolature diametralmente opposte - come due inviti alla lettura. Anzi, a una piacevole lettura. Stiamo parlando di Concerto di morte (pagg. 202, euro 14,90), un lavoro firmato da Laura Veroni e “interpretato” dal magistrato Elena Macchi, e de Il covo di Lambrate (pagg. 222, euro 14,90), un romanzo di Gino Marchitelli che vede in scena il commissario Matteo Lorenzi, questa vota alle prese con un… prigioniero scomparso. 
Ma andiamo con ordine, partendo - come suggerisce il bon ton - dalla componente femminile. Quella appunto rappresentata da Laura Veroni, nata a Varese il 14 aprile 1963, città dove - lei che dopo aver frequentato il liceo Classico si sarebbe laureata in Pedagogia all’università Cattolica di Milano - ha insegnato Lettere e dove ama ambientare le sue storie. Storie che hanno peraltro collezionato diversi riconoscimenti a partire dai suoi primi racconti (aggiudicandosi, ad esempio, il GialloStresa e il concorso Cartoline di Natale indetto da Meme Publishers). 
Lei che, a seguire, avrebbe dato voce a diversi romanzi, fra i quali ricordiamo Il ruolo, Thanatos, I ricordi di Lalla, Volevo essere felice nonché I delitti di Varese, Varese non aver paura nonché Il fantasma di Giada per la collana I Frillini. E che ora è tornata sugli scaffali con un intrigante noir incentrato sul ritorno in scena di Elena Macchi, un magistrato peraltro ben tratteggiato nella sua componente femminile. 
Di fatto una donna più matura e riflessiva rispetto al passato, dal carattere ruvido e dal rapporto difficile con i suoi collaboratori. Una “sganzerlotta” che peraltro, in termini di immagine, non si fa mancare nulla. Così si va dai lunghi capelli sciolti sulle spalle al piumino verde cangiante e agli stivali color panna che le arrivano a metà coscia. Il tutto supportato da un tacco dodici volto a slanciare ulteriormente la sua figura. Ma non lasciatevi fuorviare, cari amici, dalle apparenze. A pesare sul suo privato sono infatti i tormenti legati proprio alla sfera affettiva, quella che in altre parole rappresenta il suo lato debole. 
Detto questo spazio a briciole di trama. Siamo in inverno pieno e il caso che la nostra Pm si trova fra le mani è di quelli che scottano. L’omicidio, nel garage della propria abitazione a Comerio (come si vede anche questa volta la vicenda si dipana nel Varesotto), della ex moglie di un famoso pianista, Aldo Marini. Ovvero Fabiola Zocchi, una donna a sua volta in carriera. Quindi non sarà il caso di scherzare col fuoco. 
Non bastasse, quello di Fabiola non sarà l’unico assassinio nell’ambito di questa intricata indagine che si sviluppa fra Marzio, un paesotto (diventato cittadina nella finzione narrativa) a una ventina di chilometri da Varese, e i dintorni. Omicidi che, all’apparenza, riguardano persone senza macchie nella loro vita e che nulla sembrano avere a che fare le une con le altre. Ma sotto sotto, viene da chiedersi, non ci sarà un file rouge che li collega?   
Che dire: “un noir torbido dove passione, sesso e follia si mescolano in un fitto intreccio di relazioni pericolose”; una storia ben scritta, anche se con qualche piccolo peccato veniale al seguito; un parterre di personaggi ben caratterizzati, alcuni dei quali rappresentano un gradito ritorno (come il commissario Autieri, alter ego del nostro Pm con il quale l’intesa non è mai stata delle migliori, oppure l’ex commissario Torrisi, elemento prezioso per le indagini più delicate che ora ritroviamo in un letto d’ospedale, o l’amante storico di Elena, Lorenzo Chiari). Mentre altri sono stati addirittura tratti dal privato dell’autrice (è il caso di Franco Valenti, “che in tutto e per tutto si rifà al mio amico Franco Vincenzi, istruttore nella palestra Skorpion di Varese, oppure della giornalista televisiva Debora Banfi, che ha accettato di entrare come comparsa in questa storia”). 
Il tutto a fronte di uno spaccato narrativo che gioca a rimpiattino fra suspense e sentimento, destando la curiosità del lettore, il quale dovrà aspettare sino alle ultime battute per sapere come questa faccenda d’amore e di sangue andrà a finire. 

A questo punto spazio a Gino Marchitelli (all’anagrafe Luigi Pietro Romano, ma Gino sin da bambino), nato a Milano il 23 maggio 1959. Un autore fuori dalle righe, bene e spesso portatore di tematiche sociali scomode, di quelle, a suo dire, “destinate a scardinare il perbenismo borghese”. Il quale torna in libreria con Il covo di Lambrate, il cui sottotitolo recita: Il commissario Lorenzi e il prigioniero scomparso. Si tratta di un canovaccio che parte dalla Sicilia del 1943, in pieno Secondo conflitto mondiale, per arrivare alla milanese Lambrate di oggi. A fronte di un lavoro impregnato di guerra e di musica, di amore e di odio, che si snoda su un crinale di fatti reali, immaginari o “trasfigurati”. 
D’altra parte, come gli anni ci hanno insegnato, la lettura della Storia e degli eventi si rapporta sempre con angolature che non sono mai le stesse, in quanto variano a seconda di chi le racconta e, ovviamente, di chi ha vinto o di chi ha perso sul campo. 
Figuriamoci se a parlarne è Marchitelli, sempre pronto a stupire con le sue graffianti prese di posizione, a cantarle di santa ragione a chi di dovere (e non certo per il fatto di risultare iscritto alla Siae come cantautore, ferma restando la sua passione per la chitarra sin da bambino e da diversi anni anche per il pianoforte). Semmai perché - come abbiamo avuto modo di approfondire tempo fa nel corso di una lunga chiacchierata - ritiene quasi un obbligo proporsi alla stregua di un antagonista del sistema. 
Lui politicamente affascinato dalla sinistra radicale; lui anima e cuore del direttivo Ampi di San Giuliano Milanese (dove peraltro vive con la moglie Paola e i figli Marta e Marco), nonché dell’Osservatorio Contro le Mafie nel Sud Milano; lui intrigante narratore per caso, “complice l’attivista politico Vittorio Agnoletto”, che un po’ di anni fa lo spinse a mettere nero su bianco la sua storia di sindacalista nel campo delle piattaforme Saipem, dove ha lavorato per anni “in cerca di petrolio” come tecnico elettronico. Risultato iniziale? Un noir a sfondo sociale, Morte nel trullo (dove incontriamo per la prima volta il commissario Lorenzi), seguito a ruota da diversi altri, come Qvimera, Il pittore, Milano non ha memoria, Sangue nel Redefossi e Il segreto di Piazza Napoli
Ma veniamo a Il covo di Lambrate, come accennato imbastito su due piani temporali. Il racconto parte dall’operazione Husky, ovvero lo sbarco in Sicilia delle truppe alleate (siamo nel luglio 1943), dove in breve tempo molti paesi vengono liberati. Sta di fatto che, mentre la guerra continua e il crollo del fascismo è alle porte, per i siciliani è il ritorno a una parvenza di normalità. In un contesto dove le donne rappresentano la speranza e il futuro di questa terra. 
A contribuire alla liberazione è il soldato semplice Roger Miller, della seconda brigata canadese, sbarcato sulla costa dell’Ambra e mandato a combattere nella zona di Pachino. Per poi partecipare, alcuni giorni dopo, alla liberazione di Agira, un centro dell’entroterra siciliano. Durante un momento di riposo, segnato dalla festa per la liberazione della cittadina, Roger incontra una giovane e bellissima contadina siciliana, Concetta Lauria. L’amore li sorprende in tempo di guerra, “dove il confine tra la vita e la morte è legato al soffio della casualità”. 
Un salto in avanti nel tempo e arriviamo al 2010 in quel di Milano, dove incontriamo Concetta, ormai avanti con gli anni, a interrogarsi su quanto era accaduto al suo grande amore di una notte. Per questo si rivolge a un noto docente di storia, il professor Moreno Palermo, incaricandolo di cercare notizie sulla fine fatta da quel giovane soldato disperso sul fronte italiano. Anche perché da lui aveva avuto una bambina, Stella, nata nel 1944. Di fatto Concetta, sentendo avvicinarsi la fine della propria esistenza, vuole scoprire la verità sulla sorte del padre di sua figlia. 
Ad accompagnare Palermo nell’indagine sarà Sara, nipote di Concetta. Guarda caso fra i due ci scapperà l’amore, anche se Sara è sposata e madre di due figli. Sta di fatto che, seguendo le tracce del soldato e grazie all’aiuto di un sito che svela i segreti nascosti del regime, verranno scoperti nelle campagne dell’hinterland milanese alcuni luoghi dove erano stati segregati, come schiavi, molti prigionieri di guerra. Ma c’è chi non è disposto ad accettare che la verità venga alla luce. Tanto è vero che il prof e il suo assistente verranno aggrediti a colpi di pistola davanti alla fabbrica della ex Innocenti di Lambrate. 
A indagare sull’agguato sarà il commissario Matteo Lorenzi, alle prese con fatti complessi in quanto affondano le radici nel passato, con qualcuno che cerca di nascondere una terribile verità. Ma che ruolo ha in questo caso l’irriducibile Italo Merlin? E chi è realmente questo vecchio violento? E ancora, cosa si nasconde fra gli antichi caseggiati della cascina Merla nelle campagne di Paullo e di Caleppio di Settala? 
A dare una mano a Lorenzi nell’inchiesta sarà Cristina, una brillante giornalista di Radio Popolare. E saranno loro a giocare a rimpiattino con i voltagabbana, quelli che - pur fascisti sino al midollo - alla caduta del regime avevano deciso di cambiare casacca per non pagare il prezzo dei loro errori... 
Insomma, un altro intrigante noir firmato da Marchitelli, frutto peraltro di un attento lavoro di ricerca (nulla viene lasciato al caso, e la contestualizzazione storica finale lo sta a dimostrare), a conferma della sua serietà narrativa. Che affonda in un passato e in un presente ricco di letture. Lui che sin da ragazzo si era appassionato ad autori come Flaubert, Maupassant, Zola, Kafka e Vasco Pratolini; lui che, per “prepararsi” alla scrittura gialla ha attinto dai grandi autori scandinavi, oltre che da numeri uno nostrani come Biondillo, Carlotto e Machiavelli. 
E ancora: lui che dopo il diploma in Elettronica industriale si era iscritto a Scienze naturali in quanto voleva fare il documentarista, salvo farsi bloccare dal richiamo del lavoro e dei quattrini. Lui che ama le passeggiate in montagna, ma anche lasciarsi incantare dagli uliveti secolari e dal bel mare di Carovigno, in provincia di Brindisi, dove tempo fa ha ristrutturato una casetta ereditata dalla nonna. Lui che strada facendo avrebbe contribuito alla stesura di un dossier parlamentare di denuncia, quello stesso che avrebbe fatto esplodere lo scandalo Eni. Scatenando peraltro il finimondo quando andò a parlare in tv dei fondi neri gestiti appunto dall’Eni in Svizzera, nonché dell’utilizzo di manodopera straniera da parte del Gruppo. 
“La trasmissione, Non solo nero, andava in onda al sabato. Al lunedì ero già stato licenziato, con il sindacato a sbattermi la porta in faccia. Fu così che dovetti ricominciare da capo mettendomi in proprio nel campo delle energie rinnovabili e del fotovoltaico. Poi, con l’abolizione degli incentivi, i clienti sparirono uno dopo l’altro e sarei stato costretto a darmi da fare come elettricista, realizzando piccoli impianti e limitandomi a guadagnare soltanto sulla manodopera. Fortuna ha voluto che abbia trovato un potente sostegno nella scrittura…”.

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