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Libertà di culto, certo, ma la Chiesa, come la politica, a volte eccede

Ricordiamoci che fede e salute non sono in contrapposizione


04/05/2020

di ANTONIO SCIORTINO*


Le parole più sagge sono venute da chi ha provato sulla propria pelle il contagio da Covid-19. Fino alla soglia del trapasso. “Ai vescovi suggerisco prudenza”, ha detto monsignor Derio Olivero, vescovo di Pinerolo, ora convalescente, dopo essere stato intubato e aver rischiato la morte. “Credo non sia il momento di essere imprudenti, ma collaborativi. Non è questo il tempo di mostrare i denti, bensì di collaborare. Abbiamo rinunciato al triduo pasquale, perché non provare a pazientare?”. E ha aggiunto: “Credo che questa epidemia possa essere un kairos, un’occasione da cogliere anche nel modo di fare pastorale”. 
Toni pacati rispetto a chi, nella Chiesa, ha alzato la voce e mostrato i muscoli contro il Governo. In modo, talora, scomposto. E anche isterico. Per rivendicare un diritto, quello della “libertà di culto”, che nessuno in realtà ha tolto o violato. Una crociata fuori dal tempo, quella che emerge dalla “Nota di disaccordo” dei vescovi italiani, che pare ignorare la gravità e l’eccezionalità del momento. Testo più ideologico che ispirato al Vangelo e alla misericordia. Per una Chiesa di potere, che si oppone a un altro potere, quello di Cesare. 
In tempi di pandemia, semmai, si richiederebbe maggiore responsabilità e comportamenti esemplari. La tutela della vita viene prima dei riti. “Dio si manifesta nella vita, non solo nel culto”, ha ricordato padre Alberto Maggi, teologo e biblista. “A Dio sta più a cuore la salute dei suoi figli che la partecipazione ai riti. Non si può rischiare di trasmettere anche un virus mortifero. La fede non esime dall’intelligenza, ma la esige. Non si può confondere la fede con il fanatismo. Sono già morti troppi preti e troppi fedeli”. 
E il vescovo argentino, monsignor Eduardo Garcìa, in un’intervista all’Osservatore Romano ha dichiarato: “Prevenire il contagio è una responsabilità civile e cristiana. E quello che noi vescovi stiamo dicendo è proprio di adempiere alla legge di Dio, che nel suo quinto comandamento ci ordina di custodire, promuovere e difendere la vita, di preservarla, la nostra e quella altrui… Dobbiamo fare un salto di qualità, da una Chiesa fede e sacramenti (detentrice della verità e depositaria della salvezza) a una Chiesa Vangelo e Spirito (quella di una comunità in cammino). Questo richiede un cambio di marcia importante per gran parte della Chiesa cattolica”. 
Tante, al momento, le tensioni nel Paese. Per ragioni di sopravvivenza e per l’incertezza sul futuro. Nella politica, già altri soffiano sul fuoco. Una vergognosa speculazione, in cerca di visibilità e consensi. “Apriamo le chiese a Pasqua”, era lo slogan del leader sovranista, Matteo Salvini, già noto per le esibizioni di rosari e vangeli ai comizi. Perché accendere un altro fuoco, proprio ora? Le chiese sono ben altra cosa rispetto a pizzerie e supermercati. I cattolici non hanno da sentirsi discriminati. O scarsamente considerati da chi ci governa. Né la Chiesa è sotto attacco. Tanto meno subisce un pesante schiaffo dalla politica. 
La “libertà di culto”, ha ricordato qualche parroco, non è “libertà di infettare”. Le chiese sono frequentate, per lo più, da anziani. E anche i parroci sono avanti negli anni. Sono le stesse persone cui i virologi e gli immunologi consigliano di stare a casa, ancora al riparo. Scarsa, in generale, è la consapevolezza del pericolo tuttora persistente. Quasi che la “Fase 2” fosse la scomparsa di Covid-19, e non una graduale riapertura di alcune attività. Quelle meno a rischio. Ora è il tempo della responsabilità. Da parte di tutti. Molto più difficile da gestire rispetto alla costrizione del “tutti a casa”. 
Per i credenti non è in discussione la centralità dell’eucaristia nella vita della Chiesa. O il ritrovarsi, popolo di Dio, a condividere insieme la Scrittura e il pane eucaristico. A nessuno è proibito di vivere e di manifestare la propria fede. Tanto meno è vietato svolgere un’azione pastorale. Ne è prova, grazie ai social, la fioritura d’una varietà di iniziative, dalla messa in streaming ai cliccatissimi video su Youtube. Una risposta virtuale ai bisogni spirituali di fedeli e parrocchiani. Soluzioni, certo, d’emergenza. Per una situazione insolita, temporanea. In attesa di tempi normali, con liturgie partecipate. E non più messe di preti solitari, senza popolo. Né una “fede virtuale” o “sacramenti viralizzati”, da cui ci ha messi in guardia lo stesso Francesco. 
“Nel frattempo”, è l’invito di don Paolo Tomatis, esperto liturgista, “facciamo crescere il desiderio di celebrare l’eucaristia. Non solo per avere più desiderio, man mano che il tempo passa, ma per maturare un desiderio più profondo e più ampio”. Solidali con chi, in varie parti del mondo, l’eucaristia non riesce a viverla, per lunghissimi tempi. O con chi è davvero perseguitato, da regimi dittatoriali, in ragione della propria fede. 
A calmierare le tensioni e a evitare il muro contro muro, è intervenuto papa Francesco. Un richiamo, il suo, alla ragione, fatto all’inizio della messa a Santa Marta: “In questo tempo nel quale si incomincia ad avere disposizioni per uscire dalla quarantena”, ha detto, “preghiamo il Signore perché dia al suo popolo, a tutti noi, la grazia della prudenza e dell’obbedienza alle disposizioni, perché la pandemia non torni”. 
Un freno alle spinte più intransigenti ed esigenti, per un ritorno immediato alle celebrazioni delle messe, “senza se e senza ma”. Con toni accesi e minatori, davvero insoliti e sgradevoli: “L’impegno al servizio verso i poveri, così significativo in questa emergenza, nasce da una fede che deve potersi nutrire alle sue sorgenti, in particolare la vita sacramentale”. Non tutti l’hanno presa bene, questa affermazione. “Il servizio ai poveri per la Chiesa è una vocazione fondamentale e un memoriale di Cristo”, ha ricordato don Cristiano Mauri, cappellano dell’Università Bicocca di Milano. “Usare il farsi servi per pretendere di avere un peso, in coscienza, lo trovo un significativo tradimento evangelico”. 
Dopo la dura “Nota di disaccordo” dei vescovi italiani, l’invito di Francesco è stato prontamente accolto e rilanciato da don Ivan Maffeis, sottosegretario della Cei: “La Chiesa italiana non ha alcuna volontà di strappare col governo, né di fare fughe in avanti”.  E ancora: “Sottovalutare le indicazioni dell’autorità sanitaria significherebbe di fatto irresponsabilità che nessun cittadino può permettersi. Sarebbe come calpestare i tanti morti, medici, infermieri, gli stessi sacerdoti e quanti, in una forma o nell’altra, si sono esposti per curare i malati da coronavirus compromettendo la loro stessa salute. Una sottovalutazione che sarebbe un’irresponsabilità non scusabile”. 
Quale Chiesa ci attende all’uscita dal tunnel della pandemia? Si riempiranno le chiese di fedeli impazienti di ricevere i sacramenti? O nulla cambierà rispetto a prima? Prevarrà una fede “fai da te” -tanto la messa la si può ascoltare in diretta streaming - senza andare in chiesa? O emergerà un più forte senso della comunità, che sente il bisogno di riunirsi, la domenica, a celebrare l’eucaristia? 
Nei giorni scorsi, due modelli di Chiesa sono venuti a confronto. A monsignor Giovanni D’Ercole, vescovo di Ascoli Piceno, che in toni minacciosi rivendicava il diritto al culto, “altrimenti ce lo prenderemo”, don Tonio Dell’Olio, presidente della Pro Civitate Christiana di Assisi, ha contrapposto un’altra immagine di Chiesa. Quella del “grembiule” e del servizio di don Tonino Bello: “Una Chiesa povera, semplice, mite. Che sperimenta il travaglio umanissimo della perplessità. Che condivide con i comuni mortali la più lancinante delle loro sofferenze: quella della insicurezza. Una Chiesa sicura solo del suo Signore, e, per il resto, debole. 
Ma non per tattica, bensì per programma, per scelta, per convinzione. Non una Chiesa arrogante, che ricompatta la gente, che vuole rivincite, che attende il turno per le sue rivalse temporali, che fa ostentazioni muscolari col cipiglio dei culturisti. Ma una Chiesa disarmata, che si fa compagna del mondo. Che mangia il pane amaro del mondo. Che nella piazza del mondo non chiede spazi propri per potersi collocare. Non chiede aree per la sua visibilità compatta e minacciosa, così come avviene per i tifosi di calcio quando vanno in trasferta, a cui la città ospitante riserva un ampio settore dello stadio. Una Chiesa che, pur cosciente di essere il sale della terra, non pretende una grande saliera per le sue concentrazioni o per l’esibizione delle sue raffinatezze. Ma una Chiesa che condivide la storia del mondo. Che sa convivere con la complessità. Che lava i piedi al mondo senza chiedergli nulla in contraccambio, neppure il prezzo di credere in Dio, o il pedaggio di andare alla messa la domenica, o la quota, da pagare senza sconti e senza rateazioni, di una vita morale meno indegna e più in linea con il Vangelo”. 
Il richiamo al dialogo e alla collaborazione tra Chiesa e governo, oltre che alla prudenza e alla saggezza, papa Francesco l’ha concretizzato con una preghiera, all’inizio della messa a Santa Marta, sabato 2 maggio scorso: “Preghiamo per i governanti che hanno la responsabilità di prendersi cura dei loro popoli in questi momenti di crisi: capi di Stato, presidenti di governo, legislatori, sindaci, presidenti di regioni… Perché il Signore li aiuti e dia loro forza, perché il loro lavoro non è facile. E che quando ci siano differenze tra loro, capiscano che, nei momenti di crisi, devono essere molto uniti per il bene del popolo, perché l’unità è superiore al conflitto”. 
Fede e salute non sono in contrapposizione. Nei momenti di crisi, “il Signore ci dia la forza di non vendere la fede”. Parola di papa Francesco.

*Già direttore di Famiglia Cristiana e attualmente prima guida di Vita Pastorale

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