Cultura

Leonardo da Vinci: una genialità allargata anche alla politica. Ma con la dovuta leggerezza

A colloquio con Marco Versiero, capace di dare voce nuova a questo personaggio anche nelle sue angolature meno chiacchierate  


27/05/2019

di Giambattista Pepi


Uomo d’ingegno e talento universale del Rinascimento, Leonardo da Vinci - del quale proprio quest’anno ricorre il quinto centenario della morte - incarnò lo spirito della sua epoca, portandolo alle maggiori forme di espressione nei più disparati campi dell’arte e della conoscenza. Fu architetto, pittore, scultore, disegnatore, trattatista, scenografo, botanico, musicista, ingegnere e progettista. E molto altro ancora. Un genio universale ed eclettico tra i più celebri: conosciuto e apprezzato non soltanto nel nostro Paese (nacque il 15 aprile 1452 ad Anchiano, frazione del comune di Vinci in provincia di Firenze, per poi morire il 2 maggio 1519 nel maniero di Clos-Lucé ad Amboise in Francia) ma in tutto il mondo. 
Delle sue straordinarie opere si sa molto, se non tutto: sono state e continuano a essere oggetto di studio e di ammirazione. Così come riscuotono sempre un grande successo le mostre a lui dedicate (le macchine, i disegni, i dipinti). Il pubblico conosce tuttavia meno il suo pensiero politico. Proprio così, perché aveva le sue idee e le manifestava alla sua maniera. A farci conoscere questa angolatura, in abbinata alle allegorie e alle profezie di Leonardo da Vinci ha provveduto Marco Versiero nel libro appena pubblicato: Leonardo in “chiaroscuro”. Politica, profezia, allegoria (Oligo, pagg. 177, euro 25,00). 
Un libro che potrebbe bissare il successo del precedente andato esaurito con acquisti sia del pubblico, sia di Istituti e Biblioteche italiane e straniere. A conferma, se ancora ce ne fosse bisogno, del fascino intramontabile del nostro Leonardo da Vinci e del desiderio di conoscere in maniera sempre più approfondita un uomo che, a distanza di cinque secoli dalla sua scomparsa, è considerato eccezionale e senza eguali al mondo. 
Dottore di ricerca in filosofia politica e in letteratura italiana moderna e autore di precedenti studi (Il dono della libertà e l’ambizione dei tiranni. L’arte della politica nel pensiero di Leonardo da Vinci, pubblicato a Napoli nel 2012, e Leonardo da Vinci pubblicato a Firenze nel 2016) Versiero nell’intervista concessa a Economia Italiana.it, puntualizza che “nell’apprezzarne l’universalità e la molteplicità dei talenti” si dimentica la sua “dimensione umana” e la sua “duttilità sul piano politico”.

Qual è la genesi di questo libro? 
È un volume - risponde Versiero - che si offre come edizione accresciuta e aggiornata di un saggio edito per la prima volta nel 2015 da Il Rio Editore di Mantova, che, a sua volta, costituiva l’esito editoriale della mia tesi del dottorato di ricerca in Letteratura italiana moderna discussa nel 2014 all’Istituto Italiano di Scienze Umane della Scuola Normale Superiore. Ricorrendo nel 2019 il quinto centenario della morte di Leonardo, un anno fa si era discusso con Oligo Editore di una possibile riedizione.  Ho rispettato il nucleo fondante del libro, aggiungendo una premessa e una postfazione inedite, che riallacciano altre tematiche dell’universo concettuale di Leonardo a quella cifra che ho voluto indicare come politica, profetica e allegorica.

Leonardo da Vinci, si sa, era un genio infinito, universale e fecondo in tutti i campi dell’agire umano: dalla pittura alla musica, dall’architettura all’invenzione di macchine. Ma il pensiero politico è l’aspetto meno conosciuto al grande pubblico. 
Sicuramente ha ragione di dire che, nell’apprezzamento dell’universalità e della molteplicità di talenti e delle modalità di esprimerli (verbale, testuale, figurativa e iconografica) talvolta si è idealizzata la sua personalità mettendola quasi al servizio di costruzioni storiografiche che mirassero a farne il campione del genio italico. Non va dimenticata, invece, la dimensione dell’uomo Leonardo, che ha dovuto attraversare professionalmente contesti differenti e diversificate temperie politiche, costretto a vivere e operare in esse. Quindi la sua duttilità questo piano, il fatto che avesse una certa disinvoltura e dimostrasse nel corso della sua vita una certa nonchalance nel trascorrere dall’uno all’altro lato dell’agone politico probabilmente ha avuto un peso per decidere quale fosse l’intensità del suo interesse per la politica del suo tempo.

Un pensiero politico che lo differenzia da altri personaggi della sua epoca. 
In proposito porto sempre un paragone che è stato codificato nella storia dell’arte: quello con il suo eterno rivale, Michelangelo Buonarroti, caratterizzato da furiosi affetti e sentimenti, radicati anche sul piano della passione politica. Mentre Michelangelo è stato un patriota fiorentino, Leonardo, invece, nella sua indole più moderata e pacata, non ha mai dimostrato questa passione, neanche dopo quasi venti anni al servizio degli Sforza a Milano ebbe scrupoli particolari nell’affiancarsi agli invasori francesi a seguito della caduta di Ludovico il Moro. 
Però, a mio avviso, il discorso va portato su un livello più sottile: sulla base dell’indagine che ho condotto negli anni sugli scritti di Leonardo non si può negare che irrompano dei segni inequivocabili, delle tracce di linguaggio politico. Leonardo, lungi dall’essere quell’ “animale apolitico” (come ebbe a definirlo Benedetto Croce nel 1906) parla secondo concetti che sono anche quelli della politica trattandosi di un talento universale che dimostrava molteplicità di competenze. 
Quando ha operato come maestro di arti belliche si è dovuto interessare all’elemento del polemos (nella mitologia greca era il demone della guerra - ndr) del conflitto. In qualità di architetto e urbanista si è dovuto interrogare su quale fossero i nessi, le stratificazioni a livello sociale che potevano incidere sulla impostazione della città. Non è mai stato un tecnico freddo, astraente, in grado di distaccarsi dalla realtà che lo circondava, rifugiandosi nel suo mondo interiore. Anzi, quando il Ducato di Milano è crollato e Leonardo ha dovuto abbandonare la sua patria di adozione, in alcune sue annotazioni concitate, che scandiscono con somma disillusione le vicende finali del suo patrono, Ludovico il Moro, scrisse: “il Duca ha perso lo stato, e la roba e libertà e nessuna sua opera si finì per lui”. 
È una sentenza lapidaria, quasi un epigramma, che tuttavia condensa un enunciato politico efficacissimo: stato, roba e libertà. Ossia la triade di fattori sulla quale ai suoi occhi si regge l’equilibrio di un ordinamento (venuto meno uno o la totalità di essi, il reggimento politico ne risulta scardinato, come nel caso del governo sforzesco). 

Nel suo libro lei ci svela la fitta trama dei rapporti che legano Leonardo ad alcuni tra i principali protagonisti delle Guerre d’Italia. Siamo negli ultimi decenni del 1400, l’Italia come la vediamo oggi non era neppure immaginabile, suddivisa com’era tra Ducati, Granducati e Signorie e con la Chiesa che esercitava il potere temporale esattamente come qualsiasi altro Stato o entità politica del tempo. L’Italia era niente altro che terra di conquista degli Stati europei. E Leonardo cosa pensava della situazione dell’Italia dell’epoca? 
Si assiste innanzitutto a una drammatica presa d’atto, in Leonardo, dell’inutilità e della nocività della guerra. C’è da parte dell’inventore e maestro d’armi del Duca di Milano, la drammatica consapevolezza che la guerra sia destinata non soltanto a cambiare gli equilibri politici, ma anche a depauperare le civiltà. E il visionario mezzo profetico gli dà la possibilità di esprimere in maniera trasfigurata questa consapevolezza, in anni prossimi al tracollo sforzesco. In una profezia (in realtà un enigma o un indovinello) intitolata Dei metalli Leonardo immagina che, i minerali estratti dal sottosuolo e utilizzati per fabbricare armi, possano essere figurati come una entità malsana e mostruosa che giunge tra gli uomini a seminare morte e distruzioni. Il connotato politico è sotteso, quasi a presagire la capitolazione del Ducato di Milano con l’arrivo dei francesi, nell’inciso fulminante della profezia: “questo (cioè le armi) tornerà lo Stato alle città libere”. 
Un altro testo che può essere visto come un presagio è una favola che parla dei tordi: uccelletti che gioiscono stupidamente della cattura del loro predatore, la civetta, da parte del cacciatore, per restare poi a loro volta, catturati, irretiti dal cacciatore stesso. Per Leonardo la favola è “detta per quelle terre e città che si rallegrano di vedere perdere la libertà ai loro maggiori, cioè i loro signori e governatori, mediante i quali poi perdano il soccorso e rimangono legati in potenzia del loro nemico, lasciando (perdendo) la libertà e spesse volte la vita”. Si svela, così, un’amara eppure precisa attenzione di Leonardo ai fatti politici. 
Nell’estate del 1495, viene convocato a Firenze da Girolamo Savonarola per prendere parte a Palazzo Vecchio a un consulto di architetti, tra i quali anche il giovane Michelangelo, chiamati a pronunciarsi sull’edificazione della Sala del Maggior Consiglio, l’ambiente più rappresentativo della riforma repubblicana propugnata dal frate domenicano. Ebbene, Leonardo non si reca a Firenze solo per compiere una missione artistica, ma anche come inviato degli Sforza ai quali fornire notizie sullo stato della politica a Firenze.  Infatti nel Codice Atlantico di Leonardo alla Biblioteca Ambrosiana sono state ritrovate tracce di queste circostanze.
Si tratta di un promemoria d’altra mano in un foglio poi riutilizzato da Leonardo per i suoi studi, mediante il quale lo si istruisce circa la “nota dello Stato di Firenze” da ottenere per il duca di Milano, ovvero un resoconto del “modo et stillo tenuto dal reverendo padre domino frate Jeronimo in ordinare el Stato di Firenze”. 
È dunque dentro una cornice politica che si colloca questo significativo episodio di incontro e confronto dell’artefice di Vinci con il frate di San Marco, tale da rendere verosimile una conoscenza dei sermoni savonaroliani, a quel tempo progressivamente stampati a ciclostile dal notaio Lorenzo Violi. Leonardo, a sua volta, rientrato a Milano dopo questa fugace trasferta fiorentina, inizia a modulare nel corso di quegli ultimi anni del secolo una sua personale esercitazione letteraria sul genere profetico. 
Quelle di Leonardo, più che vere e proprie “profezie” (nel senso di pronostici o vaticini), sono critiche disincantate che veicolano un messaggio smagato ma realistico circa quella che è la realtà di cui si trova ad essere testimone: forse, proprio da Savonarola gli veniva l’idea di ricorrere al mezzo profetico come efficace travestimento di una caustica denuncia dei mali contemporanei. Si pensi alla questione delle bombarde usate dai francesi, vale a dire un’innovazione nell’uso delle tecniche belliche: quella dell’introduzione delle armi da fuoco e da scoppio, un avanzamento tecnico dal quale Leonardo resta affascinato. Pur con tutti i suoi dissidi interiori circa la problematica etico-politica della guerra, continua a lavorare in questo settore persino per un despota sanguinario come Cesare Borgia. 
Nondimeno, non cala la sua tensione morale sul punto, come dimostra un’altra profezia affine a quella sui metalli, scritta però intorno al 1503, quasi come un tragico bilancio di quella che è stata l’esperienza con il Borgia dall’estate dell’anno precedente, che si intitola proprio Delle bombarde che escan della forza e della fossa” uscirà di sotto la terra chi con ispaventevoli grida stordirà i circostanti vicini e con il suo fiato farà morire gli homini e ruinare le città e le castella”. Ancora una volta, l’arma di distruzione diventa un mostro che emerge dal sottosuolo per emettere grida spaventose e generare distruzione di città e fortificazioni. 

Perché Leonardo ipotizza di porsi al seguito dell’armata francese di Carlo VIII in avanzata verso Napoli? Non sembrerebbe agli occhi di noi contemporanei l’atteggiamento di un patriota. Anche se parlare di patriottismo a quell’epoca non credo avesse senso… E comunque non quello che gli attribuiremmo al giorno d’oggi. 
Questa circostanza si può spiegare per la personale insoddisfazione nei confronti del suo patrono milanese. A testimonianza di ciò sussistono lettere di lamentele che Leonardo ha abbozzato nei suoi fogli di appunti perché il Duca non lo sosteneva più economicamente: troppo discontinua era la corresponsione del salario. Egli infatti doveva alimentare, oltre a se stesso, una cospicua bottega con molti collaboratori (parla di “cinque o sei bocche da sfamare”).  Non deve sorprenderci questa spregiudicatezza, tanto più che è essa stessa rivelatrice di un acume politico. Leonardo intuisce e capisce che i francesi sono la modernità politica e al contempo il suo nuovo orizzonte rispetto al quale proporsi per un ingaggio, quasi che egli misurasse sulla sua stessa vicenda personale il sovvertimento di prospettiva politica determinato dalla clamorosa manovra militare del potentato francese (con la quale si inaugurava la fatidica stagione delle Guerre d’Italia, all’alba del nuovo secolo). Tutte le successive fasi della carriera di Leonardo sono decise, del resto, dai rapporti con i re di Francia e dai rapporti da essi intrattenuti, a partire dal suo sodalizio con Cesare Borgia, di cui Leonardo fu un punto di riferimento come architetto e ingegnere militare. 
Successivamente (tra l’estate e l’autunno del 1506), Leonardo finì con l’essere conteso tra i re francesi che avevano conquistato Milano e la Repubblica di Firenze. Non è solo, dunque, per i suoi tre ultimi anni di vita, trascorsi sul suolo francese godendo della protezione e dell’ospitalità del re di Francia, Francesco I ad Amboise (dal 1517 al 1519), che il 2019, come anno di celebrazioni per i 500 anni dalla morte, è all’insegna dei rapporti Italia-Francia.

Leonardo intrecciò il proprio destino con quello di Machiavelli (un eminente teorico della politica, un antesignano del realismo in politica), rivelando anche in questo caso una sua sensibilità per la politica. 
Leonardo aveva conosciuto Machiavelli già al seguito di Cesare Borgia tra il 1502 e il 1503, quando il segretario vi era stato inviato come emissario della Repubblica di Firenze; in seguito, tra il 1503 e il 1504, si registra l’attiva partecipazione di Machiavelli a due grandiosi progetti fiorentini nei quali Leonardo è eminentemente coinvolto, come ingegnere (l’impresa della deviazione dell’Arno nella guerra per la riconquista di Pisa) e come artista (la pittura murale della Battaglia di Anghiari in Palazzo Vecchio). Machiavelli afferma che l’uomo ha ricevuto dalla natura non soltanto un volto diverso da ogni altro uomo, ma anche diverso ingegno e fantasia. 
Questo binomio per cui l’intelletto si deve coniugare con la capacità di immaginazione creativa ricorre in sottotraccia a una lettera di dedica che costituisce la premessa al Principe, l’opera più nota del Machiavelli, in cui si istituisce un paragone, un confronto tra l’osservatore politico, cioè l’autore stesso, e chi disegna i paesaggi. Nello stesso modo in cui coloro che disegnano i paesi variano il loro punto di osservazione dall’alto al basso e viceversa, modulando la loro prospettiva, similmente chi vuole conoscere bene la natura dei popoli deve farsi principe e chi, viceversa, vuole conoscere bene la natura dei principi, deve farsi “populare”, deve porsi dal punto di osservazione del popolo. Un trascorrere dall’alto al basso per via architettonica nella prospettiva politica viene a coincidere nella metafora machiavelliana con la prospettiva “aerea” che si può mettere in pratica nel disegnare paesaggi. Una qualità di restituzione mimetica della realtà naturale, che il segretario fiorentino aveva plausibilmente potuto apprezzare nell’opera di Leonardo, conosciuto anche per le sue qualità e competenze di cartografo, durante la campagna militare borgiana.

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