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Le infrazioni Ue: ecco quali sono e quanto costano. Noi meglio di Spagna e Germania

Fra i Paesi più disobbedienti siamo preceduti, non solo da spagnoli e tedeschi, ma anche da belgi, greci e polacchi. La percentuale di nuove infrazioni aperte da Bruxelles è scesa al minimo nel 2017 per poi rialzarsi con il Governo Conte. Dal 2012 a oggi Roma ha pagato 547 milioni di sanzioni


10/06/2019

di Tancredi Re


L’Italia è un Paese irredimibile. Siamo (sarebbe meglio dire eravamo) la culla del Diritto, ma nel corso dei secoli siamo divenuti quella dell’iniquità, dell’ingiustizia, dei diritti affermati con solennità e termini roboanti, e altrettanto in fretta negati, ripudiati, dimenticati. E sebbene non siamo proprio gli ultimi in Europa, il nostro Paese è tra quelli che hanno un numero notevole di denunce e segnalazioni per possibili violazioni della legislazione dell’Unione europea. Durante i Governi guidati da Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, tra il 2016 e il 2017, tuttavia, numerose procedure d’infrazione sono state bloccate già nella fase iniziale. 
In questo senso, se il tasso di risoluzione dei casi si attesta tra il 72% e il 77% nell’Ue, per il nostro Paese il dato era dell’88% nel 2017 e persino dell’89% nel 2016. 
Un cambio di passo considerevole, evidente analizzando anche il numero di nuove infrazioni aperte all’anno nei confronti dell’Italia. In media più di 40 tra il 2013 e il 2015, mentre tra il 2016 e il 2017 siamo scesi a 15. Un’altra maniera per analizzare questo tipo di dato è vedere, sul totale delle nuove infrazioni, a quanto ammonta la percentuale che riguarda l’Italia. 
Nel 2013 l’8,10% delle nuove infrazioni aperte della Commissione riguardavano l’Italia, percentuale scesa al 4,18% nel 2015 e addirittura all’1,68% nel 2017. Un crollo emerso anche nel numero di infrazioni aperte alla fine di ogni anno che riguardavano il nostro Paese: 104 nel 2014, 89 nel 2015 e 62 nel 2017. Particolarmente significativo da questo punto di vista il numero di infrazioni pendenti per tarda implementazione: 24 nel 2013 e addirittura soltanto 9 nel 2017. 
Se fino al 31 dicembre 2017 i dati erano in miglioramento, con il 2018 i numeri sono tornati negativi. A oggi ci sono 73 infrazioni aperte nei confronti di Roma, dato più alto da 2 anni a questa parte. Soprattutto è da segnalare che è la prima volta dalla XVII legislatura a oggi in cui si è registrato un peggioramento della situazione. 
Dei tre Governi della scorsa legislatura, solo quello guidato da Enrico Letta aveva visto aumentare il numero di procedure durante la sua durata, passando dalle 98 dell’insediamento alle 119 di fine febbraio 2014. Con l’arrivo del governo Renzi poi i numeri sono iniziati a scendere notevolmente, arrivando a dicembre del 2016 a quota 70. 
L’esecutivo guidato da Paolo Gentiloni ha continuato il lavoro di contenimento dei numeri, portando il totale a inizio giugno 2018, insediamento del governo Conte, a quota 59. 
Alla sua nascita la squadra di governo giallo-verde riceveva quindi in eredità il numero più basso di infrazioni pendenti tra gli anni presi in considerazione.  
Mese dopo mese, le nuove infrazioni avviate durante il governo Conte sono aumentate, arrivando alle attuali 73 procedure. Una crescita nei numeri che può avere varie spiegazioni. Anzitutto per l’arrivo di una nuova maggioranza di governo, elemento che implica comunque un cambio di gestione nei ministeri competenti. In secondo luogo perché la nuova squadra, all’opposizione fino a pochi mesi prima, è composta da due forze politiche storicamente avversarie e quindi non abituate a governare insieme. 
Ma contrariamente a quello che pensano i detrattori stranieri e quelli di casa nostra, l’Italia a ben vedere, non è lo Stato membro più indisciplinato. Non soltanto siamo in buona compagnia, ma addirittura c’è chi fa peggio di noi. Siamo al sesto posto nell’Ue per numero di infrazioni pendenti. Davanti a noi abbiamo la Spagna (101), la Germania (83), il Belgio (80), la Grecia (78) e la Polonia (77). 
Circa l’87% delle procedure è quindi ancora sotto la normativa dell’articolo 258 del Testo Unico sul Funzionamento dell’Unione europea (Tufe) per cui la Commissione non ha ancora chiesto l’imposizione di sanzioni economiche. Sono 9 invece quelle ad oggi che si trovano nell’ambito dell’articolo 260. 
Ma quante sono le infrazioni e le denunce e quanto ci stanno costando? Attualmente ammontano a 533 le denunce contro l’Italia, Paese più segnalato nel 2017. Alla fine di febbraio 2019 erano 73 le infrazioni pendenti nei confronti di Roma, mentre sono 5 quelle che hanno fatto scattare sanzioni economiche. 
Inoltre l’Italia dal 2012 a oggi ha pagato 547 milioni di euro di sanzioni a causa di una seconda condanna emessa dalla Corte di Giustizia europea, di cui 148 milioni di euro solo nel 2018. 
Per quanto riguarda le tematiche, i nostri valori seguono in linea generale quelli del resto dell’Unione. L’ambito maggiormente sollecitato è l’ambiente, al centro del 26% delle infrazioni (19 casi su 73), seguito a distanza dalle questioni collegate al mercato interno (16,44% per 12 casi) e quelle che riguardano tassazione e dogane (13,70% per 10 casi). 
Al di la dei singoli casi italiani, è interessante vedere quale sia il peso delle infrazioni che riguardano il Paese sul totale di quelle pendenti per singolo tema. Nonostante l’ambiente sia il principale ambito delle infrazioni italiane, le nostre procedure rappresentano solo il 6,15% di tutte le procedure europee in quell’ambito. Molto più pesante l’apporto italiano in altre macro-aree. Per esempio le 6 infrazioni che riguardano l’ambito della competizione rappresentano il 50% dei casi europei, come anche i due casi a tema agricoltura e sviluppo rurale valgono il 40% dei casi totali. 
L’altro lato della medaglia vede un “ruolo” marginale dell’Italia in alcuni settori storicamente al centro di numerose infrazioni a livello europeo. Oltre alla già analizzata questione ambientale, anche il settore mobilità e trasporti che rappresenta il 15,91% delle infrazioni a livello europeo, vede il nostro Paese coinvolto “solo” con 7 casi, il 2,97% sul totale Ue.

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